Viaggio a due ruote sulla Via della Seta...fino in Mongolia e ritorno.

Una moto, due persone, tre mesi e 30.000 Km. per realizzare il sogno di una vita. Dall'Italia alla Mongolia percorrendo il ramo sud della Via della Seta e ritorno attraverso la vastità della Terra che dorme. la Siberia.

L'idea di un viaggio, specialmente quella di un lungo viaggio, s'insinua nella mente e, come un tarlo, inizia a rodere lentamente. Abbiamo sempre desiderato vedere di persona luoghi favolosi come Persepoli, Samarkanda, Buqara, attraversare i deserti, percorrere gli altopiani ad oltre 4000 m. di quota del Pamir e le sconfinate steppe dell'Asia Centrale ...e spingerci ancora più in là! Ovviamente in moto, la nostra passione!

La lettura dei libri di Giorgio Bettinelli e di altri viaggiatori ha lasciato tracce sempre più profonde in noi; ha suscitato pensieri che correvano come destrieri, suscitando il desiderio di conoscere realtà così diverse dalla nostra. Poi, una sera, ho detto a Knut:- Perchè non ci prendiamo 5/6 mesi di aspettativa dal lavoro e partiamo? Magari il prossimo autunno?- Sulle prime non mi ha preso sul serio:-Ma non è possibile Cristina, non sognare! Certo piacerebbe anche a me, ma...come si fa col lavoro?- Poi, piano piano il tarlo ha roso entrambi, così abbiamo iniziato a pensarci seriamente. Dopo aver valutato e scartato diverse ipotesi un Piano ha iniziato a prendere forma. Abbiamo definito poco alla volta l'itinerario:

E' difficile sintetizzare in poche righe le esperienze e le emozioni vissute nel corso di questa incredibile e meravigliosa esperienza. Il report completo, i percorsi, le foto e i video sono visibili sul nostro sito. www.iviaggidicriseknut.it

Riflessioni

Siamo partiti il 15 giugno del 2012 e tornati a casa il 15 settembre: 90 giorni per percorrere 28000 km. Tre mesi sono stati sufficienti per visitare alcune città e siti architettonici, per avere un assaggio del modo di vivere delle persone in realtà così lontane e differenti dalla nostra, della loro cultura, ma non abbastanza per superare i contrattempi di ogni genere che ci sono capitati e avere comunque tempo per vedere tutto quello che ci eravamo prefissati.
L'Iran è forse il Paese che ci ha sorpreso ed incantato maggiormente: le colline del Kurdistan, le meraviglie di Esfahan, Shiraz, Persepoli, il deserto del Dasht-e-Kavir, l'oasi di Garmeth...ecco, appunto, il deserto. L'impatto con il suo calore è tremendo, anche per il fatto di viaggiare con il capo chiuso dentro allo scafandro del casco per ore e, quando finalmente ci si ferma, tu, siccome donna, devi avere l'abilità di un prestigiatore per togliere il casco con una mano e coprirti i capelli con una sciarpa...credo di aver battuto il record della velocità! Ecco alcune righe che scrissi sulle impressioni provate durante il percorso nel deserto, lasciata l'oasi di Garmeh, diretti a Quchan, verso il confine turkmeno:" Il paesaggio diviene sempre più adasht_e_kavirrido. Sparite anche le erbacce spinose, non rimane altro che il piatto deserto del Dasht e Kavir, chiamato anche deserto bianco per via del sale. Non facciamo che bere, bere e ancora bere acqua dal nostro “ cammello portatile”. Il caldo diventa pesante da sopportare, ma la cosa peggiore è attraversare questo territorio così spoglio, nudo, secco. L’anima anela un po' di verde. La terra spaccata, riarsa, priva di vegetazione mi fa pensare alle carovane dei mercanti che un tempo impiegavano giorni e giorni per attraversare queste lande inospitali e...ho provato un brivido! 
Gli iraniani sono ospitali, generosi, curiosi verso chi, straniero e occidentale, arriva nel loro Paese. E' stata una sorpresa inaspettata vedere le giovani, bellissime ragazze di Esfahan sporgersi dai finestrini delle auto che si avvicinavano pericolosamente alla moto, gridandoci " Welcome! Where are you from?" " I love you!" con sorrisi  grandi come case e lanciandoci baci. Così come non dimenticheremo mai i due giovani incontrati a Quchan, che ci ospitarono a casa loro, e cucinarono spaghetti al sugo in nostro onore...Abbiamo trascorso tutta la sera in compagnia loro e di altri amici conversando su usi e costumi, religione e sistemi scolastici dei nostri Paesi. La mattina seguente ci hanno allestito una sontuosa colazione, poi i ragazzi ci hanno accompagnato all'uscita della città. Avevamo tutti le lacrimwe agli occhi al momento dei commiati.

 E come non ricordare la notte trascorsa nel deserto turkmeno: la famiglia che ci ospitò, lasciandoci stendere i sacchi a pelo accanto alla loro semplice capanna di canne: la donna ci offrì il te, tornando poi tranquillamente a squartare la capra sul tappeto, vicino a noi. Che incredibile quantità di stelle nel cielo notturno..che emozione poi fu l'avvicinarci nel buio della notte al cratere di Darvaza, la Porta dell'Inferno, i cui bagliori incendiano il cielo notturno.
L'Uzbekistan coi suoi contrasti: l'enorme Amu Darya le cui acque irrigano vaste distese di cotone in fiore, campi verdissimi e, pochi chilometri più in là, solo deserto, esteso per centinaia e centinaia di chilometri... ma anche le mura di fango e le torri che cingono l'antica Kiva, i suoi splendidi monumenti...e l'allucinante tratto della Via della Seta, 300 km. ca., per giungerere a Buqara, facendo lo slalom tra i crateri e la sabbia che costituiscono il manto stradale per oltre la metà del percorso, cadendo e rialzandoci ogni volta con fatica e determinazione e il dispiacere di non averle potuto dedicare più di mezza giornata. La favolosa Samarqanda, la città che canta, e la scoperta dei suoi tesori.

Il Tagjikistan, poverissimo Paese dalle strade impossibili e dai panorami sublimi è il Paese dove torneremmo subito, dopo l'Iran. Col senno del poi pensiamo sarebbe stato bello percorrere la Pamir Highway tra Korog e il Kirgizstan, che da sola vale il viaggio, avendo a disposizione più tempo per esplorarne le valli laterali. L'aria purissima e cristallina, le catene montuose le cui cime raggiungono anche i 7000m, i laghi d'alta quota dai colori spettacolari, come il Karakul, e il cobalto dei cieli sono immagini indelebili, che riaffiorano con nostalgia, così come il ricordo del paio d'ore di piacevole relax trascorse nelle bollenti acque termali di Jelandy, a più di 3500 m. di quota, insieme alle tagjike che mi trascinavano ridendo sotto i getti d'acqua freddissima.
Che dire poi del verde Kirghizstan con le yurte e le greggi condotte da pastori a cavallo., e le mandrie di cavalli...Scendere dai monti ed arrivare alle piatte lande steppose del Kazakistan è stato un colpo. L'orizzonte non è interrotto da...nulla! L'erba fruscia nel vento e mucche o cavalli ti guardano stupiti mentre passi rombando,,,piano...vicino a loro.

La Mongolia ha messo a dura prova moto,motociclista e passeggera con le sue piste di terra, sabbia, fango, i guadi attraverso corsi d'acqua impetuosi o profondi, il tempo imprevedibile. Ma ci ha stupito con la ricchezza della sua fauna: cavalli allo stato brado, falchi, aquile, marmotte, scoiattoli di terra, cammelli...La bellezza e vastità dei suoi panorami, fatti di montagne, colline, deserti, distese di erba e fiori a perdita d'occhio è incredibile! Si ha la sensazione di trovarsi davvero immersi nella natura, una natura ancora selvaggia, e ti senti piccolo e "solo" in questi spazi così ampi! E' un Paese ancora incontaminato, abitato da persone avvezze a vivere in un ambiente difficle e perciò rudi, ma allo stesso tempo disponibili ad aiutare se sei in difficoltà. I mongoli sono molto curiosi. Appena ti fermi per guardarti intorno o scattare una foto ecco spuntare dal nulla qualcuno a cavallo, pastori per lo più o a bordo di piccole motorette. Si avvicinano, sorridono, scendono dalle cavalcature e...toccano la moto e magari anche i tuoi vesrtiti...abbiamo capito che è il loro modo di capire com'è fatto un oggetto o una persona. A questo proposito racconto l'avventura capitata una mattina in cui, diretti verso la città di Ulangoom, nel nord, arrivammo ad un fiume dal letto molto largo, in mezzo al quale stava un veicolo mezzo affondato nel fango. Dall'alto della ripa osservavamo la scena sotto di noi quando ci trovammo alle spalle un mongolo  che con gli occhi spalancati dalla meraviglia si diresse alla moto e cominciò ad ispezionarla toccando ogni particolare. Terminata la visita ci fece capire a gesti di cercare un guado più avanti. Lo ringraziammo e ci mettemmo a cercare un punto più favorevole in cui attraversare. Trascorsa un'ora e non trovandolo tornammo indietro e, scesi al corso d'acqua, cominciammo a scaricare tutti i bagagli per alleggerire la moto. Sulla riva stazionava un camion e davanti ad esso una donnina mongola, dai buffi occhiali rosa, e le sue due bambine ci guardava sorridendo. Mi caricai di due borsoni e mi avviai con l'intento di attraversare il fiume, poco profondo. La donna si avvicinò subito per aiutarmi , ma immediatamente sopraggiunse un uomo a cavallo di una motoretta che mi invitò a salire in sella dietro di lui. Siccome ero titubante mi prese un borsone, mi fece segno di sedermi dietro a lui e, ancora prima che mi fossi seduta partì a razzo con alte grida. In breve, slittando sui sassi del fondo ,la piccola moto e il suo folle motociclista mi depositò sulla riva opposta, poi tornò indietro e " traghettò" allo stesso modo Knut con altre due borse. Il mio compagno tornò poi alla moto e attraversò il fiume nello stesso punto, conducendola sull?altra riva acclamato dal mongolo folle e dagli altri componenti del clan, due uomini e un'altra donna. Questa è solo una delle avventure e degli incontri inaspettati con persone sconosciute che, senza nulla pretendere in cambio, ci hanno dato una mano. Naturalmente c'è anche il rovescio della medaglia e abbiamo dovuto fronteggiare anche situazioni negative, ma, nel complesso di un viaggio lungo ci può stare anche qualche neo. Ad esempio abbiamo vissuto momenti difficili quando la moto ha avuto un guasto, si è rotto l'ammortizzatore posteriore e... ci siamo ritrovati a terra, soli in mezzo al nulla! C'è stata anche la brutta avventura occorsa con l'autista disonesto e i suoi parenti, ma anche la gentilezza e l'ospitalità di chi ci ha accolto nella sua gher, offrendoci riparo per la notte e cibo. E che dire dei 6000 chilometri circa percorsi dal confine mongolo a Mosca...L'immensa Siberia, la terra che dorme. Non ci si rende conto di quanto sia estesa finchè non la si attraversa in moto. Non ci si rende conto di quanto sia "dura" finchè non si fanno i conti con le sue strade dissestate, percorse da un incessante traffico di mezzi pesanti, viaggiando dalla mattina alla sera con la pioggia e il freddo, con l'umidità che ti penetra nelle ossa, godendo delle belle giornate, quando il sole filtra tra i rami delle betulle e si alzano vapori dai boschi, apprezzando una scodella di bortsh caldo, una tazza di chay bollente...e i blini alla smetana!!
Il ricordo siberiano più bello è il momento dell'arrivo al villaggio di Staro Kalmascevo, dove eravamo attesi dalla famiglia di Fayruza, una conoscente russa che vive in Italia, e che ha insistito perchè fossimo ospitati per un paio di gorni dalla sua famiglia. il calore della loro accoglienza, il sentirci circondati dall'affetto di persone a noi sconosciute, ma che ci hanno trattato come fossimo figli. L'emozione di essere stata l'ospite d'onore alla scuola del paesino, durante la Festa dell'accoglienza tenutasi il 1 settembre, il primo giorno di scuola, e, poichè sono una maestra, di aver dovuto tenere un improvvisato discorso davanti ad una folla di bambini, ragazzi, genitori, e a tutto il corpo insegnante. Mi sono emozionata tantissimo quando, tra gli applausi, mi hanno donato un mazzo di fiori..

Non so se sono riuscita a dare un'idea della bellezza e delle emozioni che questo viaggio mi ha lasciato nell'anima e di come mi senta enormemente arricchita da questa esperienza, tanto da desiderare di condividerla con altri.

Cristina

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Testo Cristina Bianchi; foto Cristina Bianchi e Knut Fjeld.
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