Un giorno di Ronda



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La sveglia suonò le sette per diverso tempo. Non era mai facile accettare l'inizio di un nuovo giorno, soprattutto in una città dove le lancette camminano perennemente con due o tre ore di ritardo. Per la prima volta da un mese e mezzo, fui dunque costretto a ringraziare il folle inquilino del palazzo di fronte, il quale deteneva il bizzarro passatempo di gridare e bestemmiare nottetempo con lo stereo tenuto a volume esagerato; decise di continuare fino all'alba proprio quella mattina e ci permise di non perdere il pullman. Mi chiedo ancora adesso fin dove possa arrivare la pazienza di una popolazione già provata da sofferenze di qualunque tipologia; non è difficile immaginare le reazioni dei normali condomini romani che, a differenza dei cugini andalusi, avrebbero probabilmente abbattuto quel simpatico vicino a colpi di mazzafionda. L'indigenza nasconde l'essenza dell'umanità e Siviglia ne è uno dei migliori esempi.

"A che ora parte di preciso?".

"Alle nove e venticinque. Cerchiamo di sbrigarci, se perdiamo l'autobus ci toccherà prendere il taxi e lasciare la mancia a quelle sanguisughe".

Arrivammo alla stazione di Prado San Sebastiàn, da dove partono la maggior parte degli autobus destinati alle località della regione, con quaranta minuti di anticipo. Se mai si possa maledire il fatto di essere puntuali, quel giorno sicuramente lo facemmo; il bar della stazione era uno dei peggiori mai incontrati nella mia vita. Eppure ne avevo visti parecchi.

Il viaggio verso Ronda ha la durata di due ore. Nonostante la distanza non superi i centotrenta chilometri, la parte finale del tragitto per salire fino alla città è a prova di svenimento; la sequela di curve a strapiombo sul nulla regalano quella singolare e fastidiosa sensazione di stravolgimento gastrico a cui ben poco sappiamo resistere. Nonostante l'epilogo ben poco incoraggiante, posso tranquillamente rassicurare sulla splendente serenità che sgorga dalla vista dei numerosi campi di girasoli e del bacino formato dalle anse del fiume Guadiaro.

"Me l'aspettavo diversa. Sembra una città moderna, assomiglia un po' a Malaga", mi disse Barbara. Aveva ragione, come quasi sempre le accade: la stazione dei pullman è situata nella parte nuova della cittadina, la cui provincia di riferimento è appunto la celebre patria di Picasso.

Ci incamminammo immediatamente verso il centro, consapevoli del poco tempo che avevamo a disposizione; la mia guida indicava una quindicina di posti da visitare, che si sarebbero ridotti a causa della nostra lentezza ad un massimo di cinque o sei, dei quali ce ne sarebbero piaciuti non più di due. Talvolta turismo può far rima con matematica.

"Possiamo scegliere fra tre vie che conducono all'Arena. Hai qualche preferenza?".

"Dove stanno i negozi?".



Avevo capito la solita antifona. Prendemmo Carrera de Espinel e, nonostante la distanza esigua dalla Plaza de Toros, impiegammo un'ora e mezza per disfarci di tutte le ghiotte vetrine femminili. Si ama una persona anche per le sue peculiarità, che soffiano spesso un vento diverso nella propria vita e trasformano il bizzarro in routine, coinvolgendo abitudini differenti.

Giunti di fronte al regno della tauromachia, che personalmente annovero tra le più sanguinose e culturalmente pigre depravazioni, ci siamo domandati per un attimo se fosse il caso di visitare o meno quel posto. La risposta giunse da sola quando chiedemmo il prezzo dell'esibizione.

L'Arena di Ronda è, per tradizione o leggenda, la più antica di Spagna; attirò le attenzioni di personalità del calibro di Orson Welles e soprattutto Ernest Hemingway, vero e proprio fanatico della corrida. A lui è dedicato un lungo viale che conduce dalla Maestranza fino al Puente Nuevo, circondando dolcemente l'hotel dove lo stesso scrittore amava risiedere. Non c'è davvero da stupirsene, considerando il panorama che l'albergo riesce ad abbracciare; quella stessa splendida veduta ha ispirato le decine di fotografie scattate nel grazioso parco di fronte alla Plaza de Toros. L'ufficio turistico dall'altra parte della strada ci mostrò senza indecisioni la via da percorrere per superare i dubbi sui luoghi da visitare; grazie alla provvidenziale tessera dello studente acquistammo una card per pochi euro, regalandoci la possibilità di entrare nei posti più significativi della città risparmiando il denaro sufficiente per un buon pranzo.



"Adesso che facciamo? Da dove vogliamo cominciare?".

"Dal motivo per cui siamo venuti qui. La mostra sotto il Ponte sarà assolutamente inutile, ma andiamola comunque a vedere. Prepara la macchina fotografica".

"Non c'è bisogno di dirmelo.".



Effettivamente sotto il Puente Nuevo non c'è proprio nulla per cui esaltarsi; si parla della costruzione della struttura e della ancora mal accertata notizia sulla morte assurda dell'architetto che lo progettò. Le poesie annotate con cura su un libro rivelano la passione che molti illustri uomini hanno provato per quello splendido luogo; alcune parole di Rilke ci convinsero a risalire in superficie e a rilassarci gli occhi con la sorprendente ed al tempo stesso spaventosa veduta sulla magnifica gola del Tajo. La celebrità di Ronda paga un pesante dazio alla presenza di quell'incredibile crepaccio, ma è mio preciso compito assicurare che mai nessuna immagine immobile potrà render merito ai battiti tachicardici provocati da quel crocevia. Apprendemmo della possibilità di scendere non ricordo quanti scalini per giungere fino al torrente distante cento metri d'altezza. Non pensammo neanche per un attimo che potesse rivelarsi un'emozione; l'unica possibilità che riuscivo a figurarmi nella mente era al massimo un ricovero al pronto soccorso più vicino. Procedemmo oltre il Ponte e giungemmo quindi nella parte vecchia della città.

"Amore, fa troppo caldo. Che vogliamo fare? Ci riposiamo?".

"No, c'è troppo poco tempo. Andiamo a vedere il palazzo di Mondragòn, sicuramente lì dentro sarà più fresco. All'interno è ospitato il Museo Municipale che tratta della storia di questi luoghi".

"Sei sicuro sia interessante?".

"No".

Lo era, invece. Inaspettatamente. L'architettura rifletteva in pieno l'influenza islamica, come d'altronde accade per tutta l'Andalusia. L'esibizione invece presentava al tempo stesso una raccolta di interessanti reperti e numerose sezioni interattive, designate all'intrattenimento del visitatore attraverso l'aspetto ludico e ricreativo. Il patio ricco di fontane funse da attimo di ristoro dall'afa spagnola, seppur obbligandoci a movimenti affini ad un ballo di San Vito per evitare l'infinita colonia di api presenti.

Una volta usciti, ci dirigemmo direttamente verso la piazza del Municipio, nella quale è presente l'antica ed affascinante chiesa di Santa Maria la Mayor; i giardini avrebbero offerto la possibilità di un buon momento di ristoro, ma il tempo imperava ormai sul tramonto di quella splendida giornata. Le ultime visite riguardarono la Casa del Gigante, un'inutile costruzione più che moderna sovrastante le rovine d'un palazzo di probabile origine fenicia, ed il Museo Lara: quest'ultimo riserva all'attonito turista una duplice accoglienza. Al pianterreno è raccolta una sequela senza fine di oggettistica superflua e piuttosto invitante ad un abbandono prematuro del luogo; scese le scale, le singolari mostre sulla stregoneria e sull'Inquisizione riabilitano decisamente il museo fino ad elevarlo al rango di interesse che speravamo gli competesse.



La disperata e ormai consona corsa verso la stazione chiuse il sipario su un'escursione affascinante e purtroppo veloce.

"Dormi?".

"Non ancora".

"A che pensi?".

"Niente di particolare. E' l'ultimo viaggio qui in Andalusia, un po' mi dispiace."

"Ne verranno degli altri, magari anche più emozionanti. E poi possiamo tornare un giorno a Ronda, se vuoi".

"Solo ripensandoci potrò avere le stesse sensazioni. Buonanotte, tesoro".

"Buonanotte, amore".

Curata da:
Luoghi visitati:
Francesco Sansonetti
Quando:
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