Trenafrica - in treno per la Tanzania

Anno 2012, durante un meraviglioso viaggio nel cuore dell’Africa, attraverso Tanzania, Ruanda e Uganda, in compagnia di un amico, abbiamo deciso di percorrere un tratto in treno. Questo un breve racconto su questo piccolo pezzo di viaggio dentro il viaggio. Un esperienza meravigliosa e difficile, adatta come scorcio per addentrare lo sguardo in un’altra cultura, e ad un mondo diverso: l’Africa.

 

Dopo questo percorso, mai più mi lamenterò dei viaggi con Trenitalia!!

 

Il tratto che abbiamo percorso connette Dodoma, provinciale capitale della Tanzania, fino a Kigoma, piccola cittadina sulle sponde del Lago Tanganika, detto il lago più profondo del mondo. (ogni paese ha qualche luogo che è “il più ______ del mondo!!!”)

E’ strano come in altre culture il senso del tempo e della puntualità abbia altri significati.

Sono pochissime le linee ferroviarie in Tanzania, tutte retaggi del periodo coloniale, con viaggi lenti e poco frequenti.

L’idea di fare questo tratto in treno ci è venuta vedendo una mappa della Tanzania, in cui era segnato questo tratto ferrato. E finalmente è arrivato il momento di metterla in pratica. Internet, la guida e vari blog sconsigliano: ma per noi l’emozione, e l’intensità delle esperienze hanno la priorità.

Andiamo a prendere il biglietto il giorno prima. L’impiegato ci guarda male. Solitamente è una tratta dove viaggia solo la gente del posto, e in particolare i più indigenti: i muzungu classici (in swaili è muzungu chiunque non sia nero come l’ebano, dunque tutti gli stranieri non africani, compresi asiatici, meticci, nordafricani!) evitano questa esperienza. Infatti è il modo più economico (e lento!) di fare questo tratto, ma anche il più scomodo e lento. La stazione è una piccola stazione, con soli due binari e pochissimi collegamenti: partono due/tre treni alla settimana ad orari alquanto casuali.

 

Il treno non è solo un mezzo di trasporto, e un serpente che addentrandosi in zone selvaggie permette a chi ci viaggia di fare affari, vendere e comprare merci, connettere famiglie che distano giorni di viaggio. I tempi sono lenti, a volte estenuanti. Prendiamo un biglietto di terza classe, visto che non vogliamo perdere l’esperienza di buttarsi a pieno nella scomodità di un viaggio difficile e lungo, a una cifra di circa 3 dollari, e contenti torniamo nel nostro hotel.

 

Ci svegliamo presto per esser in stazione col giusto anticipo. Il treno in teoria dovrebbe partire alle 7. E’ ancora buio per strada e coi nostri zaini percorriamo le strade impolverate di Dodoma per raggiungere la stazione. Vicino all’equatore il sole sorge in un’istante, e in un istante tramonta. Quando arriviamo la stazione è ancora chiusa, una folla aspetta pazientemente accampata all’esterno. Siamo gli unici bianchi che intravediamo nella penombra, e tutti ci guardano e osservano quasi con sospetto. Arrivati puntuali per prendere il treno, che non possiamo permetterci di perdere  (ne viaggiano solo due la settimana!) facciamo colazione veloce con un chapati e una fanta vicini alla stazione, per non allontanarci, e non rischiare di perdere il mezzo (illusi convinti in una certa puntualità!).

Le ore passano lente, e del treno neppure l’ombra. Si vede gente che continua con la massima calma arrivare, e il sole che quasi in un istante sale illuminando la terra rossa che ci circonda.

La stazione di Dodoma è una piccola stazione, con solo due binari, una sala d’aspetto che è una grande tettoia, e un piccolo ufficio biglietti. In africa gli orari dei treni sono “indicativi”. E nonostante il ritardo che si accumula nessuno si lamenta. Tutti quieti e rilassati ad aspettare l’arrivo del convoglio. E’ normalissimo che le ore scorrano, e il treno parta in un orario “a caso” durante la mattina.

Dopo una lunga attesa… ore 12, solo “5” più tardi ore sull’orario di partenza previsto, ecco un trenino a gasolio avvicinarsi alla stazione. Tre sole carrozze, vecchie e logore, e un odore di combustibile avvolge l’aria, con una colonna di fumo nera che si innalza dalla locomotiva. Ci alziamo per prendere posto, e stupiti ci chiediamo come sarà possibile fare salire tutta la gente in attesa. Ma si sa, in alcuni paesi… basta stringersi un po’ è ci sarò posto per tutti!

Prendiamo posto sul treno, noi fortunati che abbiamo prenotato i posti a sedere, e la gente continua a salire. Salire. Salire. Salire. Il viaggio sarà lungo (in base alla tabella oraria 20 ore, ma oramai non ci fidiamo molto!). Eppure c’è gente in ogni angolo disponibile, tra i corridoi, arrampicata sui portabagagli, sdraiata sotto i sedili o seduta nei poggia testa. E’ un convoglio carico di umanità (e odore di umanità… che dopo il lungo viaggio prepotente riempirà questa scatola sovra riempita!) bagagli e merci. Noi viaggiamo coi nostri zainoni. Ma c’è chi con se porta pacchi, merci e mercanzie, animali, galline, pesci, animali, oggetti vari. Finchè c’è spazio, si carica. E si continua a caricare… anche quando lo spazio finisce.

 

Il treno parte a un orario imprecisato, e lento comincia la sua traversata. Esce con una sorta di calma placida dalla città, rumore di gente che parla, ci osserva, ho un bimbo seduto sui miei piedi, una persona sdraiata sui poggia testa alle mie spalle. I posti strettissimi e accavallati ci mettono l’uno riverso sull’altro in un contatto umano di corpi quasi inevitabile.


L’andatura è lentissima, mediamente attorno ai 30 all’ora, o meno. Si viaggia attraverso il niente per ore. Per i finestrini scorre la savana. L’emozione è tanta nel vedere in lontananza giraffe ed elefanti. Infatti questo treno attraversa alcune delle meravigliose riserve naturali che sono al centro della Tanzania. Capita ogni tanto che il treno si fermi in luoghi lontani da tutto, dove sorgono piccoli insediamento, villaggi fatti di capanne di legno, in mezzo alla polvere, lontani ore di viaggio da tutto, che vivono di piccoli commerci legati al passaggio bisettimanale del treno. In queste pause il treno viene assaltato da venditori con grandi cesti pieni di canne di zucchero, materiali, cibarie varie. Interi villaggi vivono del passaggio bisettimanale del treno, che a orari casuali percorre questa lunga linea.

 

Facciamo amicizia con i nostri vicini di posto, che ci osservano affascinati quasi fossimo creature rare. Qualche conversazione, mi trovo una bimba seduta sulle ginocchia, con due occhioni neri e grandissimi. Scattiamo tante foto. Capita che a volte passi per i corridoio un predicatore, a parlare di religione e cattolicesimo. Si accendono animate conversazioni in quello strano inglese-africano, con intercalare in swaili, che seguiamo a stento. A volte arriva chi vende spazzolini da denti e dentifricio, decantando i vantaggi di una corretta igiene orale. Il treno è un mondo a parte attorno al quale ruotano tante opportunità.

 

Ora di cena ci fermiamo in uno di questi insediamenti, e troviamo fuori dal treno tante donne con megapentoloni con la nostra cena. Scendiamo, compriamo qualcosa per pochi scellini, e vediamo che forchette o strumenti per mangiare non ce ne sono. Ci troviamo a mangiare una specie di stufato con le mani sudice da parecchie ore di viaggio… alla faccia dell’igiene e della pulizia: di acqua per pulirci nemmeno l’ombra!!! Mi stupisce il fatto che malattie alla fine non ne abbiamo prese… nonostante i vaccini fatti a volte è meglio non sfidare la sorte. Ma la fame… è fame!!!!

 

Arriva la notte e tutto si fa buio. Dell’illuminazione del treno, restano come residui delle lampadine non funzionanti, l’odore nell’aria è intenso dopo 10 ore di viaggio di persone stipate come sardine, potete immaginarlo. Noi unici bianchi nella carrozza, vediamo scintillare occhi e denti in mezzo a un oscurità imponente. E’ affascinante osservare ombre fuori dai finestrini in un paesaggio illuminato da una luna calante e da un immensità di stelle: dove non c’è inquinamento luminoso, dato da città fari e lampioni, il cielo torna prepotente a riempirsi di piccole luci che sembrano tanto vicine da potere essere afferrate.

L’ombra di un baobab, e branchi di gazzelle e impala che dormono in questa sconfinata savana.

 

Alle due di notte ecco l’imprevisto in un viaggi che seppur duro sembrava andare perfettamente. C’è da cambiare treno, e nel trambusto mi rubano una tracolla con dentro guida, qualche denaro, e (credevo!) il passaporto. Le vicissitudini che ne seguiranno però appartengono a un’altra storia, a un altro racconto. Ora preferisco concentrarmi sull’esperienza “treno”.

 

Dopo qualche pratica con la polizia ferroviaria, che, come tutti gli africani tanzaniani, dirà “è tutto a posto, non c’è problema” anche se la soluzione a qualunque complicazione fosse molto lontana, risaliamo sul nuovo vagone e ripartiamo. Dopo l’imprevisto vissuto ci portano in un vagone di classe superiore, nel vagone ristorante, dove i posti e le persone coincidono, senza troppo sovraffollamento. Questo nonostante la rabbia per il furto subito ci permette di dormire fino all’alba.

Tiriamo fuori le carte e… mitico… giochiamo a “merda” (esportare le carte romagnole nel cuore dell’Africa! Mitico!) e vinciamo pure… barando!! Giusto chiedendoci le carte giuste in italiano… approfittando della non comprensione dei compagni di gioco.

Arriviamo a Kigoma il tardo pomeriggio del giorno successivo, partenza penso verso le 13 del giorno prima, arrivo verso le 18!! :P “Solo 29” ore di viaggio!!! Dunque 10 ore di ritardo rispetto al tempo di percorso previsto, ma considerando anche la tardata partenza, in realtà avremo dovuto arrivare verso le 3 del mattino precedente!!

La stazione di Kigoma è il capolinea, porto su un lago enorme, dalle rive del quale, nelle giornate serene e limpide, è possibile scorgere in lontananza le montagne del Congo.

Scendiamo dal treno, e siamo pronti per ripartire, vivere e respirare il sapore e l’odore dell’Africa, con un viaggio che ci donerà tantissime altre e nuove emozioni!

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Carlo Romolo
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