Thailandia e Laos, un agosto da scoprire

 

Thailandia e Laos sono paesi ricchi di contraddizioni, i paesi del Mekong limaccioso, Mekong color caffellatte, portatore di amore ma forte, veloce, inevitabile. Pur molto diversi tra loro, paesi di uguali case, capanne, strade, fango, fondamenta, frane, suv, piedi, uno, tanti, sorrisi (con il cuore), sorrisi (con la bocca).

Lo confesso: il Laos l’ho amato di più. E’ più selvaggio, ancora poco contaminato dal grande turismo di massa e per questo, per me, più prezioso e affascinante. E’ un paese di antiche tradizioni, dove il tempo sembra essersi fermato, a Luang Prabang, l’antica capitale quasi sospesa. Ma è anche un paese di villaggetti dislocati lungo la strada che dividono l’uomo di pianura dall’uomo di montagna. Questione di distinzione sociale: è sempre dura la montagna, ovunque.

Ci sono panni appesi dappertutto, perfino sui guard-rail. Panni di illusione, speranzosi come speranzoso è l’uomo (la donna) che li stende, di un asciutto che non arriva mai.

La povertà è palese, evidente, sfacciata, ma dignitosa. Oltre quella materiale, la povertà psicologica: una povertà che non ti lascia scelta, che non ti dà alternative. La vita dei villaggi richiede il sostentamento giornaliero, è quotidiana. È diversa dalla nostra, che ci porta a pensare costantemente al futuro o al passato. È necessario procacciarsi il cibo per la giornata e per la stagione successiva. Non possono avere un’altra vita, non possono viaggiare, allontanarsi. Non possono conoscere: grande povertà per gli esseri umani.

Ricchezza è invece convivenza. In questi paesi il buddismo non è solo una religione, fa parte della vita della gente. Fa parte della quotidianità di ognuno, del modo di pensare, del modo di essere. Permette la pacifica convivenza di ogni parte dell’anima e sembra infondere serenità e pace. Di mille statue del Buddha non ne esiste una che non lo ritragga mentre sorride. Ma poi, accanto a lui, esistono i mille Phii, gli spiriti guardiani a cui vengono costruite case e offerti acqua, cibo, fiori, incensi. Monoteismo e politeismo, religione ufficiale e culto “parallelo”. Tutto convive in una meravigliosa armonia silente. Chi l’ha detto che se credi in qualcosa non puoi credere anche in qualcos’altro?

E poi lei, colei che mi ha accompagnato per quasi tutto il mio viaggio: la pioggia. Inesorabile, spietata, spesso violenta, raramente delicata, costante. Una mantella lunga fino ai piedi è stata l’inseparabile amica mia e dei miei compagni (lì è merce locale: ne vendono a tutti gli angoli, d’ogni fattezza, misura e colore). La pioggia, sicuramente più copiosa e incessante dei nostri temporali estivi, ma pur sempre pioggia, acqua. Come a dimostrare che anche queste terre sanno essere a volte generose. Qualcosa di già a me noto, qualcosa che accade in qualsiasi parte del mondo mi ha profondamente colpito. L’ho conosciuta sotto un’altra luce, da un’altra angolazione, attraverso quel magico filtro che sempre sono le persone. Ho visto uomini scaricare merce sotto la pioggia battente, senza null’altro addosso che dei pantaloncini e una maglietta, inzuppati fino al midollo, li ho visti lavorare come se nulla fosse, col sorriso sulle labbra, col sudore della fronte perfettamente mescolato ma distinguibile dalle gocce d’acqua. Ho visto bambini sul ciglio di una strada aspettare le macchine che passavano a tutta velocità davanti a un’enorme pozzanghera per essere schizzati dalla testa ai piedi. Li ho visti ridere, giocare e aspettare a piedi nudi e col viso ardente l’arrivo di un’altra macchina, per continuare il gioco all’infinito. Ho visto uomini e donne guardare la pioggia con occhi di gratitudine e benedirla mentalmente. Noi ci alzavamo la mattina e se pioveva era un intralcio, un problema. Per quella gente è invece colei che durante la stagione estiva rende rigogliosa la vegetazione, che fa crescere il raccolto, che rinnova la sopravvivenza. Ciò che per noi appariva come una seccatura per loro era un dono, in previsione del giorno in cui la terra, per mesi, ritorna a essere arida e dura.

Da allora guardo la pioggia con occhi diversi e durante l’estate qualche volta mi capita di ripensare a quei bambini che, dall’altra parte del mondo, stanno ridendo sul ciglio della strada, con i loro giochi di niente, pregni solo di vita.

 

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