Terza classe, viaggio sui treni russi.



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Uomini, donne e bambini, caldo insopportabile ma anche freddo impensabile, odore inconfondibile ma soprattutto una situazione pazzesca. Così è apparso ai nostri occhi un treno russo. Viaggeremo in platskart ovvero la terza classe. Non esiste modo migliore, più emozionante ed economico per scoprire questo smisurato paese che va dai confini con l'Unione Europea alla Cina, attraversando fusi orari e paesaggi diversi, passando dalla metropoli moscovita alla deserta Siberia.


Le avventure iniziano ben prima di salire a bordo e anche comprare un biglietto non è cosa da tutti i giorni. Dopo una lunga e paziente fila l'impiegata, una bella e giovane ragazza russa, resta colpita dal foglietto che le consegno. Non parlando russo e sapendo che l'inglese è poco diffuso ci siamo premuniti. Ho scritto su un foglio di carta, in cirillico perfetto, tutte le informazioni necessarie per l'acquisto del biglietto. Giorno, orario, destinazione e soprattutto la classe del treno. Dopo un rapido controllo al terminale restiamo in attesa del fatidico da. Niet, sarebbe stato troppo bello. Ci rendiamo conto che qualcosa non va, ma le spiegazioni della cortese addetta restano incomprensibili per noi. Con gesti vari e pochissimi rudimenti di russo cerchiamo di risolvere la questione. I nostri modi goffi, gentili e divertenti provocano ilarità e compiacenza tanto che riusciamo a trovare due posti. Tirato un sospiro di sollievo assistiamo alle numerose operazioni per l'elaborazione del biglietto che si conclude, dopo aver fornito il passaporto, con la consegna delle nostre copie.


Ammiro fra le mie dita il biglietto verificando che tutto sia a posto. Imparare l'alfabeto cirillico è stata la prima necessità. Il tabellone ormai non è più uno scarabocchio di simboli incomprensibili e trovo agilmente le indicazioni per il binario. Il lungo treno dondola dolcemente davanti i miei occhi mentre lo sfregare delle rotaie riecheggia nelle orecchie. Cerchiamo il nostro vagone perché solo su quello potremo salire. Il primo impatto con la provodnitsa (addetta alla carrozza) ferma sulla porta è un po' brusco ma solo dopo capiremo il ruolo fondamentale di queste donne. Non si sale se prima non si mostra il biglietto e il passaporto.


Un lungo vagone con 54 posti disposti in gruppi di quattro su un lato e di due sull'altro. Tutti i convogli ferroviari a lunga percorrenza non hanno delle normali sedie ma delle cuccetta. Ognuno di noi dispone quindi di quello che diventerà un vero e proprio letto. In terza classe non ci sono scompartimenti separati né porte. E' come viaggiare in un'unica grande cuccetta collettiva con zero privacy e tanta compagnia.


Ci sistemiamo nelle nostre postazioni, di fronte una coppia di anziani e una signora con la figlia piccola. La maggior parte dei viaggiatori sono anziani e donne mentre i giovani sono pochi. Ci guardiamo intorno, al di sopra del secondo letto ci sono arrotolati dei materassini, dei cuscini e delle coperte. E' presto e nessuno si è ancora preoccupato di sistemarsi per la notte. Le panche inferiori al momento sono tutte occupate dai vari passeggeri che si siedono lì per parlare e solo più tardi si trasformeranno in letti.



Ecco tornare la provodnitsa che ci consegna una busta con il necessario per la notte comprendente lenzuola, federa e asciugamano. Davanti ai nostri occhi si sta consumando un banchetto. Piano piano dalle molte buste dei diversi viaggiatori fuoriesce ogni sorta di ben di dio. Carne, pelmeni, pane, affettati, verdure, non manca nulla. E' già un po' che vanno avanti e la simpatica signora dai capelli rossi ci offre del cibo. Non possiamo rifiutare, qui non si può non condividere quel che si ha, non si può non dire di si, sarebbe una grave offesa. Anzi ne siamo lieti, un semplice gesto che avvicina e accomuna. Nonostante le barriere linguistiche i nostri sorrisi e gli spasibo pronunciati illuminano il suo cuore.


Il caldo si fa sempre più insopportabile dato che numerosi finestrini non si aprono. Intanto gli altri passeggeri si sono messi comodi, hanno cambiato i propri abiti e ora girano in pantaloncini, canottiere e ciabatte. Cerchiamo un po' di refrigerio davanti alla porta del bagno dove si trova l'unico finestrino aperto. L'aria fresca ci asciuga addosso il sudore provocando quel leggero stato di piacere. Qui è un via vai. Dietro la pesante porta che delimita la fine dello scompartimento si trova, completamente isolato, un metro quadrato dove si può tranquillamente fumare. Sasha e Ivan stanno fumando e bevendo birra. Scambiano tranquillamente due parole con noi in un misto di inglese, russo e italiano. Il primo è serbo, sono due anni che vive in questa nazione ed ora si sta trasferendo da un amico in cerca di lavoro. L'altro ragazzo è di Mosca e sta andando in vacanza. Quando scoprono che siamo italiani la prima parola che proferiscono è mafia; a noi vien da sorridere. Rim, Roma ripetiamo, impossibile non conoscere la città eterna e provarne fascino e attrazione. Gradualmente la discussione si sposta sull' argomento in cui gli uomini di tutto il mondo si trovano: lo sport. Così una lunga lista di nomi di squadre e giocatori russi ed italiani permettono alla conversazione di proseguire. Ci rivelano anche che possiamo comprare la birra dalla provodnitsa che scopriamo essere sempre più la vera protagonista del viaggio e la completa responsabile.


Mezz'ora, è il tempo che il treno starà fermo nella nostra prima lunga sosta. La padrona di casa chiude i bagni e noi seguiamo gli altri viaggiatori. Scendendo dal treno subiamo l'ennesima sorpresa. Lungo il marciapiede ci sono diverse babushke con dei carrelli che vendono ogni sorta di cibo e bevande. Siamo incuriositi da dei pesci essiccati e affumicati di un colore fra il rossiccio ed il marrone. Nonostante il particolare odore e l'aspetto poco invitante qui sembrano essere la specialità locale e molti non esistano a comprarli. All'arrivo di un altro convoglio gli improvvisati venditori si spostano in massa verso i nuovi arrivati in cerca di ulteriori acquirenti.



Stendiamo il materassino, apriamo le lenzuola e cerchiamo di farci il letto. Impresa non agevole soprattutto per la cuccetta superiore. Ecco arrivare in nostra aiuto Elena, una simpatica signora russa. In poco meno di due minuti sistema i nostri giacigli e ci invita a sederci vicino a lei per prendere un tè. Accettiamo di buon grado e nonostante nella carrozza ci sia più di qualcuno che già dorme è ancora abbastanza presto. Come nelle altre situazioni comunicare non è agevole e fra monosillabi e gesti riusciamo a presentarci e a sapere che sta tornando a casa dove arriverà fra due giorni. Ci chiede il motivo del nostro viaggio e resta un po' perplessa e meravigliata di scoprire che siamo qui per turismo e non per affari, come generalmente accade. Vorremmo spiegarle che più che turisti siamo dei viaggiatori. Elena si alza con in mano la sua tazza per preparare la bevanda calda. All'inizio dello scompartimento si trova il Samovar, un grosso contenitore di acqua bollente, un oggetto immancabile che viene mantenuto pieno ed in funzione dalla provodnitsa che provvede anche a noleggiare una tazza nel caso non la possediate, ma per i russi è difficile muoversi senza.


Sdraiato, rifletto su questo mezzo di trasporto lento ed umano che mantiene un contatto costante con lo spazio ed il tempo. Viaggiare qui è un po' come abitare nella stessa casa, zero intimità ma tante possibilità di socializzare, di vedere stranezze, di apprendere. Le distanze siderali e l'arte russa di sentirsi a casa ovunque fanno si che ci si porti dietro di tutto: cibo a volontà, bevande, cambio di vestiti. Il tempo scorre con un ritmo lento fra un pasto e l'altro, una dormita, una bevuta ed il via vai di gente che passa vendendo di tutto: dai giornali ai libri, dal cibo ai giocattoli. Che dire della provodnitsa, vera e propria donna di casa che bada e cura alla sua abitazione e ai suoi ospiti.


Siamo solo all'inizio eppure ne sono già totalmente coinvolto. Questa è l'altra Europa.

Curata da:
Luoghi visitati:
Claudio Simbolotti
Quando:
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