Somewhere near William’s Creek, SA, 24 dicembre 2011

L’Outback. Il nulla. Disteso sotto una miriade di stelle nel buio più assoluto. È qui che passerò la notte, tentando di contare le stelle ed associarle ai ricordi, paesaggi ed emozioni di questi mesi australiani.
Chissà quante onde si sono infrante sulla spiaggia della Gold Coast dopo che ho fatto il mio primo passo nell’Oceano Pacifico. Quel pomeriggio di luglio mi sono seduto in acqua a pensare a quanto sia lontano il primo ostacolo di fronte a me, il Cile. Pensavo a quanto ero arrivato lontano da casa, per la prima volta. E tutto già mi piaceva così tanto. Tra le cose che non dimenticherò mai ci sono le albe, quella arancione e quella viola del giorno dopo, con quel loro riflesso sulla sabbia umida e sui miei piedi nudi. Ogni passo era una goduria e un senso di gratitudine per la natura.

Stessa espressione di stupore per la mia prima volta sulla barriera corallina con i pesci colorati, quando il chiasso e gli animi in fermento dei miei compagni di barca si sono spezzati con il tuffo in acqua in mezzo a splendide creature dai colori più svariati e incantevoli, prima di rotolarmi nella spiaggia bianca. Ogni giorno ho scoperto un piccolo pezzetto di una cultura diversa e anche li nella spiaggia bianca ho imparato cose nuove e ascoltato storie di persone che amano il fatto di poter condividere i loro ricordi con gli altri. È così che cresce la curiosità e la voglia di esplorare e conoscere, il bisogno di incontrare. Chi non incontra l’altro, non viaggia, si sposta, e non si arricchisce. Ho imparato che ogni dialogo con una persona nuova è una potenziale sorgente di conoscenza e scoperte e che ogni cultura regala cose positive. Questa sensazione l’ho rivissuta nel mercato internazionale di Melbourne, una città che mi è piaciuta molto. I profumi non si potevano contare, solo apprezzare.

Per venire qui abbiamo anche perso una ruota oggi pomeriggio, mentre viaggiavamo a tutta velocità lungo l’unica strada che attraversa l’Australia da nord a sud. Un episodio divertentissimo. Fa ridere pensarci dispersi nel caldo deserto, circondati dal nulla. Lo stesso deserto che adesso ci regala solo il rumore dei grilli.

È sempre più buio e giro la testa all’indietro per guardare le altre stelle, pensare ai tanti altri ricordi. Anche nel campeggio durante la road trip, con ragazzi francesi incontrati per caso, mi sentivo libero come adesso. Lì ho avuto il regalo di vedere i canguri saltellare proprio fuori dalla mia tenda, uno di quei risvegli da sogno. Anche se c’era la pioggia. Mi sentivo proprio bene, felice e con la mente libera. Sfuggito a qualsiasi tipo di preoccupazione, come succede sempre in questi spazi enormi.

Il significato del viaggio, quello vero, è probabilmente di fuggire. Prendersi un momento tutto per sè, staccare la spina dal resto, trovare un pò di tranquillità dalla frenesia di tutti i giorni. Avere pace, avere del tempo per pensare, senza nessuno che ti costringa a scendere da quella nuvoletta su cui ti eri rifugiato per startene un pò con te. Riconciliarsi con se stessi, e magari anche un pò con gli altri. Trovare risposte a domande a cui credevi non ci fosse risposta. Un viaggio è qualcosa che fa crescere, che fa sentire più grandi. E, forse, è per questo che un viaggio di questo tipo è da giovani, da ragazzi. Un viaggio così, poi, ti segna, ti lascia dei ricordi indelebili. Ricordi che ti renderanno più felice. Forse perché sarai riuscito ad ottenere, magari con modi un pò sgarbati, la tua libertà.

Domani, Natale, abbiamo in programma l’escursione al parco nazionale di Uluru Kata-Tjuta, la grande roccia rossa. La fonte di ispirazione per gli aborigeni che vivono qui.

Sto perdendo il conteggio, ammaliato dalle galassie sempre più luminose, incontaminate.
Sono state fonte di ricordi, attimi di immaginazione e sono numerose come i miei sogni.
Per questo non finirò mai di contarle, queste stelle.

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Luca Zanon
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