Siate seri: siamo in Norvegia!



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Le immagini delle montagne norvegesi che compaiono ne "La meglio gioventù", quando Nicola Carati, abbandonato sul binario della stazione di Marghera dal fratello Matteo, decide di andare in Scandinavia per lavorare, mi indussero a cercare chi fosse disposto a partire con me per i fiordi. E chi, se non Stefano Serrini da Jesi, avrebbe potuto dirmi di sì? Il 1 settembre 2008 raggiungemmo con treno e autobus l’aeroporto di Orio al Serio senza una pallida idea su cosa ci avrebbe atteso a Oslo. Sapevamo solo che avevamo prenotato una camera all’ostello Haraldsheim e che da Oslo Torp all’ Haraldsheim ci sarebbero volute tre ore di pullman.

All'una di notte, la scalata alla fortezza Haraldsheim, accogliente ostello fuori Oslo che si staglia in cima a una collina verde, dal nome che avrebbe dovuto gonfiarci i muscoli solo a pronunciarlo, fu una drammatica esperienza di vita. Specie per Stefano, menomato da una valigia in precarie condizioni.

Il profumo d’erba si confondeva con l’olezzo dei nostri vestiti e l’ebrezza dell’avventura appena iniziata andò a farsi fottere per tornare ad assisterci solamente la mattina successiva, dopo adeguato riposo.

Avevamo deciso, dietro consiglio di una guida turistica abruzzese che lavorava a Bergen, di puntare subito su questa città, trascurare Oslo e tornarci semmai a fine corsa. Il 2 settembre partimmo per Bergen.

Grazie ai comunque impeccabili mezzi pubblici, chi va in Norvegia si accorge presto di un dato che, seppur vomitevole, è ineluttabile. Ciò che in Italia si percorre in dieci minuti, in Norvegia si fa in cinquanta o peggio. Le distanze sono decuplicate da percorsi impervi che assecondano la natura e le sue durae leges, che in Norvegia sono leggi ad fiordum: se sta bene alla morfologia del territorio, una strada veloce si fa, altrimenti no. Nemmeno i treni eludono le norme e si adeguano.

A Bergen piove approssimativamente 275 giorni l’anno e non era giusto che a noi venisse risparmiata la regola. Scesi dal treno ci beccammo un nubifragio, che sta ai norvegesi come Vespa sta a Cogne, prima di trovare riparo sotto il tendone del mercato del pesce, di fronte al porto che fa da medium fra la città moderna e quella antica. Il tutto va sotto il nome di baia di Vågen, un tridente vagamente somigliante all'intera Scandinavia.

Bryggen - "molo" in norvegese – spunta sulla sponda est della baia. Era la città vecchia, nata intorno al 1070. Il tratto più caratteristico e forse più scandinavo dell’intero paese. Un borgo costellato di casette di legno – che le sono valse la qualifica di patrimonio dell'UNESCO - e di pietra bianca da dove, ogni sei o sette anni e nemmeno di sicuro, salta fuori un esemplare del genere umano. Per il resto si incontrano per lo più turisti e un discreto numero di pub che, specie nel trimestre giugno-settembre, ospitano concerti di ottimo livello. Il 4 settembre, ad esempio, allietarono il freschissimo vespro bergeniano i REM, spalleggiati dagli Editors, band inglese per cui vado matto. Peccato che il prezzo totale si aggirasse intorno agli 85 euro. Considerato che per un caffè americano, cioè acqua marrone, in Norvegia si spendono tre euro e noi ne spendevamo tre ogni cinque ore, abbozzando al concerto saremmo tornati in Italia con un triciclo della Banca di Credito Cooperativo di Colmurano.



Bergen: duecentocinquantamila abitanti per pochi chilometri quadrati, ordine maniacale, pochi sorrisi, molta educazione, silenzi da cimitero. Al netto del porto. Non perché i porti siano per tradizione confusionari, quello sarebbe stato muto in ogni caso se solo ci avessero lavorato i norvegesi. Invece, a vendere salmone affumicato e balena per farcire panini di gomma piuma sono tutti latini: italiani, spagnoli e portoghesi. Nel giro di pochi secondi, fra un’imprecazione alla pioggia e uno scatto alla Lino Banfi in "Vieni avanti, cretino", ci trovammo circondati di compatrioti di Genova, Napoli, Reggio Calabria. Entusiasti, pacati – pena il licenziamento – ma sicuri della loro scelta e determinati a non rimettere piede in Italia per lavorare.

Molti latini, cioè quelli stretti nella morsa di Maastricht, quelli che votano per il Parlamento Europeo e pagano in euro, ai primi di maggio partono alla volta di questo gioiello di civiltà per strappare un gruzzolo di corone fino a settembre.



Se va male, vendere il pesce al mercato di Bergen frutta 10.000 € in quattro mesi. La vita costa cara, per cui ne porterai a casa tremila massimo, ma dico: vendi il pesce dalle 9 di mattina alle 4:30 di pomeriggio, dopodiché decidi se affiancare gli autoctoni nelle loro serate cirrotiche o startene buono per conto tuo.

Questo, perché la Norvegia se ne frega. Di tutto. Dell' Europa, di Green Peace, pace all'anima delle balene, della Svezia, del petrolio. O meglio: da quando ha scoperto di averne in quantità mostruose a largo dei suoi epici mari, è riuscita a sviluppare un sistema razionale di sfruttamento del greggio. Lo vende, con gli introiti potenzia le politiche sociali, pensionistiche e scolastiche e prepara il terreno per quando finirà, puntando su energie alternative.

Non avendo parametri comunitari da rispettare, se non il trattato di Schengen e poco altro, pagando una somma di tasse che procurerebbe un orgasmo a Padoa Schioppa, godendo di redditi adeguati al costo della vita, i norvegesi spillano denaro ai turisti facendogli pagare anche un esercizio di respirazione, li trattano da gentiluomini quali non sono e ghignano al resto d'Europa come faceva Zeus con i mortali che si trucidavano per un' Elena. Mediamente non si interessano delle sorti del mondo, ma se gli nomini Bergdølmo, mediocre difensore del Rosenborg anni '90 vanno in estasi, sorpresi che un mortale continentale sappia che in Norvegia si gioca a calcio.



Spostandoci in macchina da Bergen verso Eidfjord, dopo una romantica notte in riva al lago di Voss passata a deprimerci sulle parole di "Pet Cemetery" dei Ramones, potemmo finalmente ammirare il volto ancestrale della Norvegia. Solo natura, verde, poi blu marine, poi verde, di nuovo blu e via così seguendo i fiordi. Un abitante per chilometro quadro. E' la Norvegia che fa sognare chi la visita e suicidare chi ci vive. Temiamo tuttora per le sorti di un fiorentino che ci preparò una squisita ciofeca di caffè in una tavola calda di Eidfjord. A differenza dei pescivendoli di Bergen, animati da spirito pugnace e ironia italica, questo povero quarantenne pronunciò parole inquietanti. Vivere a Eidfjord per mesi e mesi può farti iniziare a desiderare le cose peggiori della vita: la metro B di Roma o un monolocale a Scampia. Forme di vita diverse dal norvegese muto: zero. Come si fa a sopravvivere, se non scappando verso un agglomerato di debosciati in preda a delirium tremens sui marciapiedi di Oslo?

Costernati, tornammo a Bergen per una serata al pub "Garage" prima di affrontare il "Norway in a nutshell", escursione in treno-bus-traghetto-treno che da Bergen porta alla capitale, passando per Voss, Gudvangen, Flam, Myrdal. Percorso completo in quindici ore per la modica somma di € 240,00.

L'escursione rivelò ancora una volta i tratti maggiormente affascinanti della Norvegia del sud. Quegli spaccati naif in parte simili al panorama di Eidfjord, danneggiati dall'eccessiva calca di turisti che, come noi, ebbero la brillante idea di gettare corone al mar del Nord.

Il segmento più snervante dell'intera vacanza, in ogni caso, si rivelò il viaggio in treno da Myrdal a Oslo per via di un borioso connazionale beneventano e della di lui affascinante consorte. Sei ore e mezza di "Io sono...mio figlio è...all'Hotel Scandinavia di Oslo mi hanno regalato una bottiglia di vino argentino come risarcimento per i disguidi...Io so, faccio cose e vedo gente". Firmato "direttore dell'ufficio medico-legale del ministero della Sanità".



Di Oslo vedemmo Palazzo Reale e nient’altro. Immersi nell’ameno, cullati da una totale assenza di criticità, inebriati dall’ordine di Karl Johans Gate nell’ora volta al desio, maggiormente consapevoli della ratio sottesa all’elevato numero di depressi e suicidi che fa della Norvegia un mistero avvolto da un rebus che sta dentro a un enigma – questa è di Churchill sulla Russia - ci urlammo silenziosamente negli occhi: "torniamo a casa, vah!".

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Vincenzo Carusi
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