Ruhnama: l'anima dei turkmeni

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Arrivare ad Ashgabat una sera d'agosto ti rivela in pieno l'essenza del turkmenistan: il caldo ti afferra e non c'è via di fuga, che sia giorno o notte piena, in piedi, seduto o sdraiato, scansando il corpo non trovi che una temperatura maggiore. C'è poi l'odore, anche questo ti accompagna sempre, dolciastro, forse di sabbia e qualche mucchietto di rifiuti che, senza raccolta, in lontananza non può che bruciare sommesso.
La città piccola si muove lenta, cocciuta ma leggermente intontita dal sole cocente. I suoi ritmi sono dettati dalle scopette a mano che spolverano quotidianamente la terra battuta davanti casa, dall'attesa accanto ai piccoli forni a cupola d'argilla cruda dove si preparano i ciorek, pani tondi e schiacciati, per la famiglia e tutto il vicinato, dalla macchina che gridando avvisa di un bagagliaio pieno di pesci d'acqua dolce.
La città grande invece corre svelta, così fanno i tassisti che con tre o quattro viaggi guadagnano la giornata di un lavorante sullo scavo, o gli operai incaricati di cambiare il volto alla capitale, dai vecchi edifici sovietici ai nuovi candidi grattacieli dal marmo italiano e lo stile di un neo-classico che tende al futuristico.
Due realtà solo apparentemente così distanti, che trovano però unione nella periferia in cui è stupendo perdersi per ore, tra cantieri, strade a quattro corsie che scompaiono nel nulla, mentre ricompaiono case piccole, col dastarkan sotto la pergola e la grossa cisterna per la doccia. Questo spazio, incerto tra i due poli, è percorso da una miriade di pulmini: i sette posti disponibili, più due ancora se si ha il coraggio di sedere accanto al guidatore (sempre contenuto di parole e imprecazioni) sono occupati perlopiù da donne dirette in uno dei dieci mercati della città. I loro bellissimi vestiti dai ricami multicolori ne rispecchiano perfettamente l'animo gentile; coprono i capelli con fazzoletti che legano ognuna in modo differente e sono numerosi i casi in cui, per comodità o vezzo, stringono appena un lembo di questo tra le labbra.
Di tanto in tanto, una dopo l'altra le vedi fare un gesto, portano entrambe le mani al viso, come ad asciugare lacrime comuni e mai estinte: nessun altro particolare nel visibile rivela del passaggio accanto ad un luogo sacro.

Millenni di occupazione, stratificazioni fin dall'eneolitico, attestate da una vecchia mappatura sovietica, ma fatte di giorni, stagioni e singole vite non hanno foggiato un'unica parte vecchia ad Ashgabat. In più, quanto l'uomo aveva costruito con difficoltà è venuto a scontrarsi con i tremori di una terra inquieta, il 5 ottobre del 1948. Gli effetti furono disastrosi, le vittime innumerevoli.
Di residui ne restano comunque sparsi qua e là, caseggiati non del tutto dissimili dagli altri ma che, nelle elaborate verande in legno, esprimono una più attenta ricerca del bello. Il monumento di Lenin, primo ed ultimo dell'Asia centrale, con il berretto nella mano sinistra, un giornale ormai del ‘24 nella tasca della giacca ed il braccio destro ancora levato. Più recenti, ma dal timbro spiccatamente antiquato, il palazzo presidenziale, ovvero l'ex parlamento russo piegato adesso ai servizi del turkmenistan indipendente, e a N-E, lontano dal centro, il vecchio circo stabile in disuso. Un carapace di cemento armato recintato per lavori, i cui pochi interni visibili, sporgendosi, sembrano risuonare ancora della musica un tempo diffusa dalle casse d'ottone e degli schiocchi di frusta dei passati spettacoli equestri.

Esattamente come un immenso museo, Ashgabat è continuamente seguita da due eserciti: uno militare in divisa che presidia pressoché ogni incrocio, uno civile, fatto di grosse signore e uomini in gilet catarifrangente che lustrano ogni angolo della città e ne curano le aiuole sparse ovunque. Dall'alba a notte inoltrata li vedi sempre all'opera, lentamente compiono il prodigio di mutare in giardino un'area pienamente desertica, in un paese in cui la percentuale delle acque risulta "trascurabile".
Compiaciuto di tutto questo, il presidente Gurbanguly Berdimuhammedow, dentista prima che successore del precedente Türkmenbasy Saparmyrat Nyýazow, è ritratto su alcuni edifici, in molti cartelloni, negli scorci del grande stadio visibili dalla strada veloce, come in ogni negozio e in tante case. Anche nei nostri giornali di recente è giunta notizia della costruzione di un "palazzo della felicità", destinato ai matrimoni. Il presidente conosce bene il suo popolo. Persino ad uno straniero non sfugge che sempre, prima dell'inizio del Ramadan, non ci sia sera priva di una o più feste che riempiono l'aria di musica.

Sposarsi è un evento senza eguali, la famiglia destina alla buona riuscita di questo ogni risorsa, e non esita a spianare campo, serra o pollaio per collocare palco, tavoli e pista per i numerosi invitati.
Nelle altre occasioni e nei giorni normali i pasti sono serviti stendendo le tovaglie sui tappeti che adornano la casa. Piatti e vassoi presentano già tutte le portate, comprese frutta e caramelle. Immancabili sono la vodka, che gli uomini consumano a suon di bicchierini, alternati a dubbie bevande dolci e gassate. I piatti di diretta origine sovietica ed il bahram (in zuppa o plov), la pecora dal posteriore sporgente e le carni invero un po' grasse.
Oltre i dieci mercati nella capitale, la domenica, in tutta la parte a nord di questa, fioriscono un'infinità di banchi, empori e spacci. Prende così vita, come in un rituale consolidato, il millenario bazaar di Tolkuchka. La vivacità del sukh è bilanciata da una coerenza ordinata in settori: tappeti, abiti, biancheria, casalinghi, ori, apparecchiature elettriche, vivande, spezie, auto e ricambi, animali. Lo sguardo, e con quello l'animo, non trovano sazietà, ma è una piccola parte leggermente discosta, ancora ai margini a rapirmi: chiunque abbia qualcosa da dare via, che impegni solo uno straccetto steso o più lenzuoli, espone qui la sua mercanzia, seduto a terra, chiacchierando con i vicini, o appisolato. Le mille cianfrusaglie di ogni tipo ti richiamano, seducono ed invitano a studiarle, ti sussurrano la loro storia in un linguaggio incomprensibile.

E proprio quando la differente parlata impedirebbe ogni rapporto si crea un codice spontaneo, fatto di gesti e mimica accorta. Penso alla famiglia ospitante, e al piccolo Iziz, gran maestro di cultura turkmena e compagno di giochi dopo lo scavo, quando già la fatica tagliava il fiato, e a quella promessa di diffondere foto e falsa credenza che, così conciato, ritragga i costumi "barbari" di tutto il suo popolo.

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Giampaolo Ceccarini
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