Praga. Odore di neve

Il cielo di Praga è diventato bianco, o meglio, color latte, opaco, senza profondità. Una lastra di vetro sabbiato.

L'aria è sospesa, frullata insieme a un grande silenzio ovattato. Il pomeriggio ha il sapore di un'attesa meravigliata. Sotto i ponti la Moldava scorre senza un fruscio e senza un riflesso. Non più granati di sangue cupo e cristalli di Boemia dentro il fiume al tramonto, ma bruno metallo senza luce e corrente che sembra immobile. I cigni tagliano l'acqua di ghisa  come lame nel burro. Passano con la grazia eterea di creature sognate, gonfiano le piume. Si avvicinano a chiunque si fermi sulla riva.  Angeli che elemosinano  tozzi di pane.

 

1985 , i cigni c'erano anche allora. Meno turisti, meno insegne, meno luci e più odore di carbone. In Piazza Venceslao c'era ancora un locale popolare dove mangiare in piedi una bramboračka (zuppa di patate) fumante, insieme a veri praghesi e, per i turisti, c'erano vecchie cartoline col bordo bianco dentellato e ingenue bolle di neve con dentro miniature di Praga. C'eravamo noi, sotto una statua di San Giovanni Nepomuceno a contare le stelle della sua aureola, a guardare giù dal Ponte Carlo. Azzurro-blu insondabile nella sera nevosa e luci lontane fioche come candeline. Il cortile del Castello, una pista di ghiaccio. Attenti, che si scivola. E un cioccolato bollente allo Slavia, luce giallo arancio dai vecchi lampadari dai bracci ricurvi, impronte bagnate sul pavimento. Guardare i tram che passano nell'oscurità in quel regno di blu e freddo oltre le vetrate.

Praga allora era il Medioevo assoluto. Era il mantello del mago trapuntato di stelle. La favola gotica. Anche se guardavi le sue curve barocche, i suoi ori, il suo fiammante rinascimento, chissà perché, vedevi sempre il Medioevo. Era facile in quel tempo guardarla come il frutto unico della sua storia. Non somigliava a nessun'altra città. Era una visione dentro una teca di cristallo nel cuore di una terra di foreste al centro dell'Europa.

 Da allora molto si è conquistato e molto si è perso. Non è questione di nostalgia. E' solo quello che era. Quello che è. Il prezzo che si è pagato. Certo che ad ogni ritorno abbiamo ricercato con ostinazione quell'apparizione magica e fiutato e seguito quel profumo segreto, come cani dietro a una traccia. Sempre più difficile. Ma oggi, in questa sera bianca, nulla è perduto. Tutto è possibile ancora. Sarà l'odore della neve. Sarà l'alchimia che dà i suoi frutti a distanza di secoli. Maghi, scienziati, cialtroni, geni e furfanti che nel Cinquecento accorsero alla corte di Rodolfo II, attirati dalla sua folle sete di conoscenza, per studiare l'esoterismo e la pietra filosofale, avranno pur combinato qualcosa.

Nevica adesso. In bocca sapore di ghiaccio e fascinosi  nomi boemi di strade e luoghi,  da gustare come caramelle.

Karluv Most, il Ponte Carlo. Sono già accesi i lampioni. Persone intabarrate sotto cappucci e cappotti si confondono con le statue. Si cammina in un turbinio furioso di fiocchi, lasciando orme che rapidamente scompaiono. Si guarda sotto, verso l'isola di Kampa, rimasta intatta nel suo nido di alberi  tra la Moldava e la Čertovka, il Ruscello del Diavolo.  Decadente e appartata, segue un tempo tutto suo, al ritmo pigro della ruota del Mulino del Gran Maestro.

Mala Strana, la Parte Piccola, coagulo di strade, chiese e palazzi. Impossibile lasciarla senza aver scoperto una ad una tutte le insegne delle sue taverne, e tutti i frontoni, i bassorilievi, i portoni, i giardini. Su per la Nerudova, in salita, fumando di nuvolette di vapore ad ogni respiro. Cercare vicoli nascosti. Dettagli evidenziati dalla neve. Una finestra come uno sguardo stupito, una tenda che si agita come un fantasma, un vetro aperto nonostante il gelo e fiori gialli in un vaso, nonostante l'inverno. Salendo verso Hradčany e il Castello, i tetti di Mala Strana appaiono come un puzzle buttato all'aria, un mosaico disordinato, ma  ora sono solo una landa bianca seminata di camini. Oltre i bastioni, un mondo a sé, città sopra la città. Cattedrale, Palazzo Reale, Cancelleria, aristocratici edifici, corti, chiese, torri, conventi. Tutto è al vertice. Tutto è simbolo.

In un giorno come questo bisognerebbe essere dappertutto, non accontentarsi, non stancarsi mai e camminare, camminare, coprendosi di neve come le statue, insensibili al freddo come i cigni della Moldava, per scoprire una Praga più segreta e nascosta, più vera e più sognata. Strade solitarie bordate da lunghe teorie di muri che proteggono giardini inaccessibili di alberi antichi. Orti addormentati nel sonno dell'inverno. Gradinate da seguire ciecamente. Non chiedersi né per dove, né perché.

I cherubini paffuti davanti a Loreta sorridono svagati e nudi sotto provvisori vestiti di neve. Il Santuario è uno scrigno sontuoso di tesori tempestati di gemme. Avanti fino a Novy Svět (Nuovo Mondo), piccole case colorate, tetti ripidi. Di barocco qui non resta che la sinuosa strada acciottolata che in una curva abbraccia capricciosa questa specie di villaggio boemo. Vecchio rione popolare. Fiaba naif persa in mezzo agli splendori e agli sfarzi del Hradčany.

Presto, prima che l'ora azzurra diventi blu notte. Correre al monastero di Strahov. Immaginare che Mozart stia suonando l'organo della galleria ovest. Stordirsi di barocco e rococò. Biblioteca maestosa, cattedrale del sapere. Migliaia di libri e incunaboli sotto un soffitto  ricurvo affrescato da un monaco, Siard Nosecky. Fantasma solerte che, dopo la chiusura, sfoglia ogni volume e fa girare, passando, i sei antichi mappamondi di legno. Sei cigolii che si sentiranno fino al chiostro. Sei sibili da far drizzare il pelo ai gatti.

 

Fuori nevica ancora. Una porta sul muro dell'abbazia si apre su una distesa immacolata di orti e giardini che scivolano giù per il fianco della collina, verso Mala Strana. Presepe di luci. Praga a 360 gradi fa girare la testa. Ubriachi, si vola alla Collina di Petřín. Un po' parco, un po' frutteto, un po' bosco allo stato selvatico. Guardare Praga dal cielo dentro uno sfarfallio di fiocchi. Riconoscere i posti e perdere di nuovo l'orientamento. Un uomo cammina con un cane che sembra un lupo. Il cane fiuta l'aria e abbaia ai corvi. I corvi volano giù,  giù fino a Staré Město, la Città Vecchia. Sfiorano le guglie appuntite della Chiesa di Tyn, si posano sul tetto del Vecchio Municipio.  L'antico orologio astronomico sta battendo adesso l'ora. Il tempo macinato dalle lancette è polvere di stelle dentro una clessidra cosmica. Significati segreti occultati dentro un balletto meccanico di figurine. Città stravagante, con un vero e proprio debole per burattini, automi, robot. Bello l'angelo. Inquietante la morte. Via, scappare via, insieme ai corvi spaventati. Tornare a fare i piccoli fiammiferai per le vie di Staré Město, dove le case hanno un nome e luci intime e dorate dietro i vetri gelati. Al Leone Bianco, alla Corona d'Oro, al Tavolo di Pietra, all'Unicorno d'Oro. Spiare dalla finestra Keplero chino su un libro, nella sua casa presso il Pozzo d'Oro, sulla Karlova.

Girovagare senza meta. Flanerie innamorata direbbe Ripellino nella sua Praga magica. E' questo l'unico tour possibile in questa città. Si viaggia nello spazio e nel tempo con la grazia di un cigno e l'audacia di un corvo. In questa sera di neve e di celeste tutto può accadere.

E' facile incontrare Carlo IV insieme all'architetto Peter Parler  sulla riva della Moldava a contemplare il sogno del loro ponte.

Franz Kafka chiude il pesante portone della Casa del Minuto e le cornacchie infreddolite volano via spaventate.  

 Rodolfo II, invece, è davanti alla Cattedrale di San Vito e discute esaltato con l'astronomo Tycho Brahe. Il pittore Giuseppe Arcimboldo cammina distratto per il Vicolo d'Oro. Ha in tasca una lista di cose "maravigliose" da consigliare a Rodolfo per la sua Kunst und Wunderkammer e intanto si incanta davanti a una bancarella, perso dentro universi di vegetali da cui fa emergere volti misteriosi. Anche questa è alchimia. E all'improvviso un pensiero fulminante. Tutta Praga è un frutto alchemico. Come ogni altra città è fatta di elementi soliti e normali: case, chiese, torri, strade, ma tutto si assembla in un qualcosa di diverso e unico. Un disegno sommerso che viene a galla, una natura viva che nasce da una natura morta. Ci vorrà una cioccolata bollente per mandar giù questa scoperta.

Il Café Slavia è come nell'85. Stesse vetrate, stesse luci, stessa sera di neve là fuori e, come allora, Bedřich Smetana a un tavolino vicino alla finestra che guarda verso il Narodni Divadlo (Teatro nazionale) e scrive musica su un foglio con una penna d'oca.

Si è fatto tardi. Non nevica quasi più. Tra poco sarà tutto ghiacciato, scricchiolante e fragile. Tempo da lupi e da Golem. Chissà dove si nasconde questa creatura fantastica che il rabbino Löw fabbricò con fango e argilla. Se nessuno gli toglierà dalla bocca la pergamena con su scritto il nome segreto di Dio, continuerà a vagare per le strade di Josefov, il quartiere ebraico, tra gli eleganti palazzi art nuveau, la Sinagoga Vecchia-Nuova e la Sinagoga Spagnola, fino al Convento di Sant'Agnese. Il suo creatore riposa da secoli sotto una stele di pietra nell'Antico Cimitero Ebraico. Foresta di lapidi affastellate e sbilenche sotto cuscinetti di muschio e neve. Sassolini al posto dei fiori e alberi alti che collegano le tombe direttamente al cielo. In questo vecchio camposanto bellezza e poesia prendono alla gola come un gatto selvatico.

Sulla torre del Municipio Ebraico c'è un quadrante con le lancette che girano al contrario. Praga se ne sta sospesa tra questo orologio e quello astronomico della Staromestské Námestí, nel punto zero del tempo. Se nessuno le strapperà il foglietto con scritto il nome segreto di Dio, resterà per sempre magica e meravigliosa.

 

L'ultimo fiocco si posa lentamente. Sulla bolla di neve c'è scritto Praha 1985.  L'appoggio delicatamente sul ripiano della libreria tra Praga magica di Ripellino e i libri di Milan Kundera.

Curata da:
Luoghi visitati:
Antonio Corradetti
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