Perché arrampicarsi in cima al Perù

Mi sono spesso chiesta cosa, nella vita, spinga una persona perfettamente sana di mente a scalare le montagne e fare trekking. Perché mai si dovrebbe voler desiderare di sudare, distruggersi i quadricipiti in salita e spaccarsi le ginocchia in discesa, puzzare dopo 15 minuti di cammino, avere la testa che pulsa perché non si è bevuto abbastanza, o per il sole che picchia forte, ed essere contenti? Lassù in alto c'è forse il paradiso? C'è un dio che ti aspetta con un cocktail in mano per spiegarti il mistero della vita? Niente di tutto questo.

 

Poi decido di andare in Perù, un paese sospeso sui cieli del Sud America, creato apposta per non essere trovato. Io, che più di tutto amo il mare, il sole, i pesci e le conchiglie. Che sono rilassata solo quando, sigaretta in una mano e birretta nell'altra, guardo l'acqua incresparsi e alzarsi per la marea. Che sogno di aprire un chiringuito su una spiaggia caraibica, vivere in ciabatte e pareo e rimpinzare tutti i messicani di amatriciana. Proprio io, incallita fumatrice e nota bevitrice vado in Perù, e a queste domande in apparenza assurde se ne aggiungono molte altre. La prima, in ordine di comparsa, è: “Perché ho fatto questa stronzata? Stramazzerò al suolo appena supereremo la soglia dei duemila. Mi sentivo male pure sul Terminillo, io”. La seconda me la servono su un piatto d'argento: “Ma – chiedono increduli, gli amici - hai mai fatto trekking?” E io, disperata, comincio a pensare che fare un trekking equivalga a imparare un'antica e oscura tradizione che i pazzi della terra si tramandano da generazioni. Sdrammatizzo, pensando che alla fine io sono una che impara in fretta, e chiedo aiuto a una mia amica esperta di trekking: una domenica mattina di formazione può bastare, mi dico. E invece no. Perché le alte quote non perdonano la noncuranza, e l'allenamento non si acquista su Ebay.

 

Prima Lima, poi Paracas, alla fine Nasca: tutte quasi al livello del mare. Poi Arequipa, dove il freddo comincia a sentirsi. E, il giorno dopo, arriva la gita al canyon del Colca: 3657 metri, ma ce ne sono quasi 5000 da scavallare prima di arrivarci. Il malessere giunge silenzioso, e mi coglie nel pullmino, a 3200 metri, mentre sono intenta a ingozzarmi di foglie di coca: non riesco a respirare. “Ecco – penso - ora soffoco e li lascio senza tour leader”. A 4900 metri, nel punto più alto del tragitto, quasi vengo investita da una macchina tanto barcollo per fare le foto a un laghetto. Arriviamo a Chivay, e il malessere sembra passato. Mentre tento di aspirare una sigaretta e la testa gira, riesco solo a pensare al povero Carr Allen, l'autore del famoso libro che ha portato frotte di disperate e squattrinate anime riempite di nicotina e catrame a smettere di fumare. “Perché – mi chiedo - io non mollo neanche in queste condizioni?”

 

A tutto ci si abitua. Anche all'altitudine. Così penso di esserne uscita indenne: “Farò un figurone al trekking”, mi ripeto tutta compiaciuta. Ma poi davanti a me si profila il Titicaca, il lago dei primati: il più alto bacino d'acqua navigabile del mondo. E lì sono cazzi. Dobbiamo dormire sull'isola di Amantanì, “l'isola più alta del mondo”, ospiti da alcune famiglie. Al porticciolo vengono a prenderci le nostre “mamme”, piccole signore coloratissime dai sorrisi smaglianti, e cominciamo a seguirle al villaggio. L'isola di Amantanì sopravvive solo grazie al turismo, e le famiglie che la abitano fanno a rotazione per accogliere i viaggiatori e tirare avanti con quei pochi, pidocchiosi soles che le agenzie concedono loro. Ovviamente, da sfigata quale sono, il villaggio che ci tocca è quello in cima all'isola: mezz'ora di scarpinata in salita, a quasi 4000 metri sotto il sole dell'una di pomeriggio. Un'impresa quasi disperata, ma non tanto quanto l'attività prevista per il pomeriggio: camminata fino al tempio di Pachatata e tramonto sul lago. Altezza massima: 4200 metri. Ricordo poco e niente di quel momento. Ma ricordo benissimo la cena: zuppa di patate e riso e patate, cibo che in circostanze normali mi avrebbe solo gonfiato un po' la pancia, ma ad altitudini così vertiginose si pianta in mezzo allo stomaco e non vuole più scendere. E' l'altitudine, direte voi esperti trekkari o inesperti lettori muniti di comodi strumenti telematici quali Google, perché l'ossigeno è razionato e ne avanza poco per la digestione. Ma io, persa in mezzo a un lago sulle Ande, passo le ore della notte a pensare che morirò soffocata. Per la seconda volta. Ma sopravvivo.

 

Ormai rodata, da sbruffona quale sono mi azzardo a pensare: Cusco, non ti temo. Invece avrei dovuto. Avrei dovuto pensare che la fortezza di Sacsaywaman era a 40 minuti di ripida salita dal centro storico. Avrei dovuto prevedere che il nostro fidato Rolando non ci avrebbe lasciato certo nel punto più alto di Pisac con il suo pullmino. Avrei dovuto guardare la splendida fortezza di Ollantaytambo da sotto, invece di arrampicarmici come una stupida fumatrice convinta di farcela senza problemi. Comincio a nutrirmi di teorie inverosimili, tipo che gli inca si sono estinti naturalmente perché si erano rotti la schiena a forza di costruire città oltre i 3000 metri. E poi arriva la sera prima del trekking. Il nervosismo è palpabile da un lato all'altro del corridoio dell'hotel. Poi una dormitina prima di arrivare a Marcocasa, dove inizia il trekking vero e proprio, e non mi accorgo quasi di niente. Camminata di due ore abbastanza facile e già gongolo. Poi, arrivati al primo campo base, la nostra guida Enrique indica una ripidissima montagna innevata dietro di noi: “Oggi pomeriggio faremo un trekking facoltativo lì sopra, andiamo a vedere il laghetto. Chi vuole può restare, ma io consiglio vivamente di venire. Per prepararsi a domani”. Al laghetto ci arrivo mezz'ora dopo tutti gli altri, minacciando più volte di tornare indietro, maledicendo il Perù, gli inca e la guida bugiarda. Ma quel trekking di riscaldamento si rivela provvidenziale.

 

Il giorno più difficile, quello dello scavallamento del passo Salkantay, a 4600 metri, sono quasi contenta del tempo record che ci impiego: poco meno di 3 ore, sorpassata solo da due pulzelle a cavallo incapaci di camminare. E pensare che c'era gente a Vagabondo che scommetteva che ci sarei dovuta salire io, su quel cavallino! Da lì tutta discesa fino ad Aguas Calientes, l'ultimo avamposto prima di Machu Picchu. E' lì, in quell'ultimo giorno di Perù, che rischio la morte. Per stupidità e testardaggine (e fondi limitati a fine viaggio), non per l'altezza. Salire a piedi a Machu Picchu è infatti una condanna che si può tranquillamente evitare pagando 12 dollari per un bus che vi porta comodamente su. Ma noi no, dobbiamo salire a piedi, dobbiamo “sentire cosa provavano gli inca” e soprattutto dobbiamo “boicottare quegli stronzi della compagnia di bus che speculano sulla fatica e sul sudore dei viaggiatori”. Lungo il percorso, che dura un'ora a picco nel vuoto su per gradoni più alti di quelli intagliati dai maya, la gente vomita, sviene, diventa paonazza. Ma c'è anche chi, come me, è semplicemente pronto a buttarsi nel vuoto per porre fine alle sue sofferenze. Invece in qualche modo ce la faccio, ed è lì che il Perù si schiude. Nel posto più famoso della terra, in mezzo a centinaia di turisti che sgomitano per acchiappare con uno scatto il primo raggio di sole sulla città sacra degli inca. Nel luogo meno solitario del mondo capisco il perché lo si fa: il trekking, la scalata, la fatica, l'aria che manca. Perché quando pensi di valere poco e niente, quando pensi che vada tutto male, sputi sangue per poi, dall'alto, ammirare il mondo silenzioso sotto di te. E capisci che, nonostante tutto, anche tu ce la puoi fare.

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Gitanilla
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