Pedalando Aotearoa



Questo racconto e' finalista al concorso Storie Vagabonde!

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Sono trascorse sette ore da quando ho lasciato Omarama questa mattina di buon'ora. La sera precedente, il cielo sovrastante il paese mi aveva regalato il più commovente tramonto degli ultimi due mesi: le nuvole che lo coprivano a macchia di leopardo si erano infuocate con il calar del sole all'orizzonte. Nell'arco di un'ora accesi colori estivi si erano susseguiti sulla mia testa passando dall'arancio intenso al rosso carminio, terminando il loro spettacolo cromatico con un tenue violetto che mi ha ricordato i freschi campi di lavanda della Provenza. Il vento che soffiava imperterrito aveva modellato i nembi plasmandoli in fantasiose forme neorealiste raffiguranti festosi volti umani, spaventati animali in fuga e contorti alberi frondosi. Ero andato a dormire ottimista come sempre, ma consapevole che i forti venti da nord-ovest che da circa una settimana spazzavano la regione del Central Otago ed il MacKenzie Country avrebbero soffiato costantemente anche il giorno seguente, rallentando la mia avanzata e facendola divenire più dura e sofferta. La simpatica e chiacchierona centralinista del campeggio mi aveva inoltre anticipato la possibilità di temporali e pioggia sull'Aoraki/Mt. Cook National Park, meta del giorno successivo.

Ora, dopo meno di settanta lunghissimi e lentissimi chilometri, ad oltre trenta dal villaggio che mi dovrebbe ospitare per la notte, il mio ottimismo è crollato sotto i tacchi e la stanchezza sta per sopraffarmi. Eppure quando il compassionevole autista di un bus si ferma per offrirmi un passaggio, io rifiuto orgogliosamente cercando di celare la spossatezza con un sorriso che deve essere apparso come il ghigno di un leone affamato da giorni di digiuno nella savana africana. In fondo come potevo accettare? A bordo del veicolo ci sono numerose coppie che ho incrociato al mattino, sfreccianti nel vento favorevole su tecnologici tandem colorati: "Hey ragazzi, la vostra avventura all inclusive con una trentina di chilometri al giorno in bicicletta, rigorosamente nella direzione in cui soffia il vento e possibilmente con una bella discesa nel mezzo, senza nemmeno un metro di salita, con un buon pranzo servito che vi aspetta ed il bus che vi trasferisce alla meta successiva...non fa per me: io sono un duro e non mi voglio mischiare con voi ciclisti della domenica."...che stupido! L'autista mi ha appena superato e già mi pento di non aver accettato l'offerta! Il vento piega gli alberi ad angoli acuti, facendoli apparire instabili come se da un momento all'altro si dovessero staccare dal suolo che li ospita. Da circa un'ora inoltre la pioggia ha iniziato a sferzare la valle formatasi dopo l'ultima era glaciale con il ritiro del Tasman glacier, tutt'oggi il più grande ghiacciaio del paese. Nel suo recedere esso ha lasciato ai suoi piedi un enorme bacino lacustre, il lake Pukaki.

La strada che conduce ai piedi delle alte vette alpine costeggia la sponda occidentale del lago le cui acque assumono una colorazione turchese irreale, effetto della riflessione della luce sulle minuscole particelle solide sospese al suo interno. Questa caratteristica mi fa tornare alla mente la meta di un altro vagabondaggio a due ruote: il lago Argentino nel Parque National Los Glaciares della patagonia meridionale, nelle cui acque si gettano i ghiacciai Perito Moreno e Viedma, ai piedi di montagne mitiche per noi italiani quali il Cerro Torre ed il Fitz Roy. Questo pensiero mi consola perchè si accompagna al ricordo della sconfitta (metaforicamente parlando) subita in Sud America in una giornata simile a quella odierna. Altro aspetto che accomuna i due luoghi è infatti il forte vento ed anni prima avevo issato bandiera bianca contro Eolo dopo pochi chilometri: i quaranta ruggenti mi avevano respinto, ricacciandomi in paese dove appena arrivato alla stazione ero salito su un autobus fino alla meta, risparmiandomi molta fatica, ma negandomi anche la gioia e la soddisfazione che ti colgono una volta al riparo nella tua tenda alla fine di una giornata pedalata.




Per il momento però la tenda è soltanto un miraggio lontano, indefinito tra le nebbie che mi circondano, dominato da pensieri e domande. In momenti come questi spesso mi chiedo "perché?", chi me lo ha fatto fare di saltare in sella ad una bicicletta, buttarci sopra venti o trenta chili ed iniziare a pedalare lungo le strade sconosciute di un paese straniero? La risposta arriva solitamente inaspettata poco più tardi, a volte l'attesa si protrae fino al giorno seguente. Un arcobaleno che si fa strada fra le nubi, un opossum che attraversa qualche metro davanti alle mie ruote, uno stormo di anatre in formazione che mi sorvola, una cascata formata dal diluvio di cui sono vittima (o a cui ho la fortuna di assistere), un cielo azzurro come sfondo di vette innevate e ghiacciai dalle mille sfumature del blu. La natura è sovrana e un viaggio pedalando mi rende pieno testimone della sua potenza, facendomi in un certo senso regredire a tempi pre-industriali, lenti e meditati. Se avessi potuto scegliere, avrei preferito nascere in tempi passati in cui le nostre gambe erano l'unico motore disponibile e l'unico aiuto veniva da cavalli, asini, cammelli, buoi... Il tempo non aveva il ritmo dato dalle lancette di un orologio ma era governato dalla luce del sole e dalle tenebre notturne.




Viaggiare in bicicletta crea in me l'illusione di poter rallentare il tempo, farlo scorrere secondo ritmi antichi, vivi ancora in molte civiltà contemporanee ma oppressi e schiacciati nello sviluppato e tecnologico "mondo occidentale".

Immerso in mille pensieri giungo al villaggio: un enorme albergo dalla cima di una collina domina la piana circostante dove sorge qualche altro sparuto edificio. Il campeggio, poco più di un'enorme distesa prativa riparata dalla "collina del cavallo bianco", si trova ulteriori due chilometri a nord. La strada sterrata è divenuta una poltiglia fangosa che aggiunge difficoltà al mio già complicato incedere. Impiego venti minuti abbondanti a percorrere la distanza che mi separa dalla capanna che ospita i bagni pubblici. Qui mi riparo un momento sotto la tettoia sovraffollata di escursionisti scesi velocemente dalle vette circostanti che io posso solo immaginare nei racconti dei presenti. Una rapida ispezione mi porta a scegliere un angolo riparato da fitta vegetazione per montare la tenda ma una volta terminato il montaggio scopro di dover asciugare due dita di acqua al suo interno. Il problema non viene dal cielo, dato che il telo protettivo esterno sembra reggere l'intensa precipitazione, ma quando faccio un po' di pressione sul nylon che costituisce il pavimento, il terreno saturo d'acqua la rilascia in quantità tali da formare piccole pozze nella mia alcova. Mi sistemo come posso sfruttando un paio di sacchi neri della spazzatura che mi aiutano a rinforzare l'impermeabilità del fondo e, cercando di distribuire il peso sulla più estesa superficie possibile, mi sdraio per riposare.



Non posso dire sia stata la nottata più riposante della mia vita ma verso mezzanotte la pioggia ha smesso di ticchettare sulla volta della tenda e quando sono uscito verso le due del mattino per andare al bagno, il cielo era magicamente stellato e la via lattea lo attraversava impreziosendolo.

I giorni seguenti il sole ha illuminato il magnifico paesaggio che mi circondava permettendomi di effettuare un paio di escursioni ai piedi del Mt. Cook e delle altre vette neozelandesi.

L'ultimo giorno di permanenza nel parco il tramonto sopraggiunge mentre ritorno al campeggio in bicicletta. Alzo lo sguardo e l'ultima luce del giorno mi stupisce illuminando di mille sfumature differenti la vetta dell'Aoraki/mt. Cook, palestra d'allenamento del mitico sir Edmund Hillary, scomparso il giorno prima del mio arrivo qui. La luce conferisce forza alla vetta, isolandola dalle tenebre che avvolgono il resto del paesaggio in un simbolico saluto al grande scalatore.

Per me, un addio all'altezza del regno del Signore degli Anelli!

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Leonardo Corradini
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