Parallelo 78: le Isole Svalbard



Questo racconto e' finalista al concorso Storie Vagabonde!

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Una superficie estesa come quella della Danimarca, 1000 km dal Polo Nord, 500 km dalla Groenlandia. Da metà novembre a metà gennaio qui non c’è differenza alcuna fra mezzogiorno e mezzanotte: è la grande profonda Notte Polare. La stagione in cui i cacciatori di animali da pelliccia si ammalavano e morivano di scorbuto. Mancanza di vitamina C, di carne cruda, di luce e soprattutto di "cuore". Inesorabilmente le gambe si impigrivano, gonfiavano e infiacchivano fino a irrigidersi nella morte.

Quante storie che si confondono nella leggenda testimoniano di un istinto alla vita, di un desiderio di legame/lotta con la natura assoluti, di un anelito disperato a una libertà brutale che solo qui possono essere vissuti nel loro purismo.

Sono tante le motivazioni che spingono un uomo a fermarsi qui. La sfida con se stesso. La voglia di imparare ogni giorno cose nuove per adattarsi sempre meglio a un posto che comunque rimarrà inospitale e inadatto all’essere umano. L’amore per il silenzio e gli spazi vuoti. La solitudine interrotta solo da incontri con altri uomini soli.

Stare alle Svalbard anche solo per pochi giorni è un’esperienza spirituale, di contemplazione, di meditazione. I contorni netti, spogli di vegetazione, animali o abitazioni, che si stagliano nella luce filtrata dalle nuvole o nell’azzurro di un cielo subitamente terso ispirano pensieri limpidi, diritti, che gli inglesi definirebbero straightforward.

Le brume artiche che si addensano e svuotano di contenuto le figure, lasciando loro solo i contorni, come nei disegni di un libro illustrato per bambini, confondono le nostre certezze, annebbiano le realtà che ci portiamo appresso e ci richiamano a una parola risplendente di luce: adagio.

Le montagne sono tronchi di cono con superfici scavate e scolpite dal vento e dalle acque. Sono montagne madri, ancestrali, solenni nel loro silenzio. Colli glabri marcati dai passaggi capricciosi di una storia umana molto più piccola e meschina della natura possente e imperiosa. I ghiacci si sciolgono e riformano per secoli fino a far esplodere le rocce che hanno penetrato: virulenza maschile, forza violentante.

350 milioni di anni fa le Svalbard erano all’equatore e tra le loro foreste viveva il dinosauro più grosso del mondo. Oggi le morene eruttano fossili a migliaia: impronte di foglie, ramoscelli appoggiati su una terra poi pietrificatasi.

È la luce che cambia veramente ciò che i nostri occhi percepiscono in questo luogo. I paesaggi non sono mozzafiato, ma i colori, le ombre, le sfumature tra le pieghe delle montagne o le increspature dell’acqua del mare mutano in simbiosi con la luce che gioca con quanto accade nel cielo. Il mare può passare dal grigio perla al marrone torbido, dal verde agata muschiata al blu cobalto o all’azzurro carta da zucchero solo per effetto dei raggi del sole che si intrufolano tra le nubi.



Il mare, quando lo abbiamo attraversato in barca, era bianco. E costellato di animali spuntati qui con nostro sommo gaudio dopo aver popolato il nostro immaginario dall’infanzia fino ad oggi. Foche, pulcinelle di mare, meduse stellate.

Dal mare giungono derive di altri mondi. I tronchi che si arenano sulla spiaggie della penisola dello Spitsbergen vengono dalla Siberia. Impiegano cinque anni per arrivare qui. Silenzio, distanze, clima, tempo, spazi: alle Svalbard tutto pare fatto per togliere all’uomo qualsiasi riferimento a lui consueto, o almeno commisurabile.

Accecante! È la luce 24 ore su 24, indescrivibile. Altera ritmi vitali, desideri, energie, pensieri. Sfalsa, scardina la nostra percezione del tempo. Oscar mi ha spiegato che in questo luogo, dove il giorno e la notte durano sei mesi, l’uomo impara a conoscere meglio il proprio organismo e a regolarlo indipendentemente dalle circostanze esterne. Altro esercizio su se stessi, che testa i limiti della propria consapevolezza e impone di spingersi oltre.

I ghiacciai sono organismi viventi: quando raggiungono il loro massimo spessore, si sciolgono nella parte inferiore e si lasciano andare nell’acqua. Equilibrio di pesi e misure voluto dalla natura. La superificie totale dei ghiacciai sulle Svalbard negli ultimi otto anni si è andata riducendo. Disequilibrio creato dall’uomo: il famigerato surriscaldamento globale.



Osservare da vicino un ghiacciaio perenne è sfiorare in un istante millenni di storia materializzati in una superficie spigolosa e in un’armonia di cristalli, una ziqqurat di Madre Natura.

A bordo della nave beviamo un whisky on the rocks che non dimenticheremo facilmente: i ghiaccioli sono antichi di 2000 anni. Quando in Palestina nasceva il Cristo. E qui si andavano sovrapponendo nuovi strati ai ghiacci già presenti da 1000 anni. Azzurri adesso sono quegli strati, perché poco ossigeno hanno e diversamente riflettono la luce.

Longyearbean, il centro più popoloso delle Isole (2000 persone), è pieno di case-fotocopia: prefabbricati imbellettati per mascherare di abitabile un luogo che è e rimane inospitale.

Mary Ann è quel che si dice una donna che sa dove vuole arrivare. Una thai giunta in questo angolo di mondo ignoto e impossibile al seguito del marito inserviente, trasformatasi da domestica a dirigente di un’impresa di pulizie che impiega solo parenti e amici importati dalla Thailandia. Ora è proprietaria di una deliziosa locanda con cimeli di baldorie (sue) anni ’70 appesi alle pareti e una veranda dove crescono una pianticella di pomodoro e un viticcio da cui la maitresse azzarda perfino a ricavare del vino (naturalmente una sola unica bottiglia griffata all’anno). Il bancone è una teca zoologicamente atipica; conserva i peni degli animali presenti sulle Isole: il bar del cazzo. Oggettini kitsch sparsi qua e là danno il loro tocco a questa casa dei ricordi collettivi, con foto che raccontano di vite trascorse in miniera o di cacce all’orso. Mary Ann ha riadattato un bus che serviva ad accompagnare i minatori sottoterra a drink & smoke place, appena a fianco della tinozza di legno dove fare il bagno tra i fumi bollenti.




Sui declivi intorno a Longyearbean si vede lo scheletro della rivoluzione industriale ottocentesca, così fuori fase rispetto alla nostra decantata epoca immateriale: ancora tanto fisica, presente, fumosa, nera di quel carbone di cui noi ci siamo dimenticati, perfino il 6 gennaio, nelle ceste della befana. Qui un paese intero vive di carbone: riscaldamento centralizzato non a livello di condominio, bensì di villaggio, tubi sopraelevati per sfuggire al permafrost, perché qui tutto si deve adattare a una natura che riesce davvero a dettare ancora le sue leggi.

Eppure – come sempre – l’uomo dove arriva ricrea il suo ambiente: anche qui c’è una chiesa (protestante, siamo nel Nord) con la sala preghiera, il servizio domenicale e... l’anticamera dove spogliarsi degli scarponi, scherzo della latitudine che accomuna questo vestibolo a quelli delle moschee musulmane.

D’altronde, come non interrogarsi, stando su questa landa, sul divino e l’umano, sull’UltraPotente e il creato, sui limiti insuperabili posti al nostro corpo-spirito e sulla tentazione di sfidarli sempre e comunque?

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Marta Mancini
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