Occhi Vagabondi



Questo racconto partecipa al concorso Storie Vagabonde!

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"Sai che posso diventare invisibile? Pensa ad un fondale marino. L'acqua è azzurissima, fresca, piena di riflessi di luce del sole. C'è un branco di pesci gialli e blu che nuotano veloci, in sincronia, come un corpo di ballo. Hai visto? Mentre vedevi tutte questo sono diventato invisibile." Questo mi disse una volta un bambino di terza elementare dove avevo tenuto una lezione di teatro. Se gli occhi sono lo specchio dell'anima, come l'anima sono leggeri, e rotondi, come il mondo. Sono la parte più magica del nostro corpo. Ci permettono di vedere ciò che ci circonda, di fotografarlo e in seguito anche di cambiare la fotografia. Una finestra da cui si puo' guardare fuori, ma allo stesso tempo anche all'interno dei nostri pensieri e della nostra fantasia. Al liceo, osservavo la tangenziale est di Milano che passava proprio di fianco alla scuola e costituiva l'unica visuale che avevo. Mi chiedevo dove le automobili si stessero dirigendo e, un po' per frustrazione e un po' per la voglia d'evasione che ne consegue, pensavo a posti lontani, a come altri studenti, in altre parti del mondo, se la stessero passando. Giuro che li vedevo. Me l'immaginavo talmente bene che per seguire tutti i dettagli la tangenziale spariva. In quegli anni sul mio cammino c'era un amico importante che mi aspettava, il teatro. Perché quando l'insegnante leggeva le poesie erano così perfette, rotonde, piene di senso, di immagini, colori, e persino di profumo? Qual era il segreto? "Cerca di vedere tutto quello che dici, prenditi il tempo di cui hai bisogno, ma non correre sulle parole senza aver visto quello che descrivi.", mi disse più o meno così. Credo che il teatro sia la ragione per cui fino a qualche anno fa il mio innato desiderio di viaggiare per il mondo sia riuscito a soddisfarsi con viaggi estivi al massimo di un mese. Era l'ultimo venerdì del novembre del 2006. Avevo deciso di raggiungere degli amici ad un concerto di musica brasiliana. Quella sera ho incontrato Narbal, una persona che veniva da molto lontano. Com'è misteriosa la vita. Nonostante avessi viaggiato in posti lontani, quell'incontro avveniva proprio a due passi da casa. Narbal è del sud del Brasile. In quel momento si trovava a Milano per una sosta dal suo viaggio in bicicletta in Europa. Io in bicicletta non ero mai andata più in là di qualche decina di chilometri. Mi piaceva, ma mai avrei immaginato che da Milano me ne sarei andata pedalando. Io e Narbal ci siamo innamorati. Abbiamo fatto dei piccoli viaggi insieme. Circa sei mesi dopo: "Io parto. Metto in affitto casa, così pago il mutuo, e con quello che avanza viaggio." In coro, amici e conoscenti, "Ma sei impazzita? E' un colpo di testa. Come farai? Ce la farai? Non ti stancherai? Guarda che te ne pentirai. Se vi capita qualcosa mentre dormite in tenda? Non lo conosci abbastanza. E la tua casa? Il lavoro? Se ti stufi? E' un rischio. Pensaci bene." Però qualcuno ha anche detto: "Fai quello che ti dice il cuore." E così sia. Se vi piace questa, tenetevela. Io il cuore l'ho seguito, ma ho seguito anche quello che mi stava offrendo la vita. Avevamo deciso di stare insieme, durante il viaggio e anche dopo, in Brasile, sua terra d'origine. Viaggiare in bicicletta è un'esperienza unica. La bici corre ad una velocità umana, che tu le fai raggiungere e, a differenza di quando cammini, ti fa scivolare su ciò che ti circonda, rendendo il percorso più significativo ed emozionante che la meta.



Il viaggio è lo spostamento, il cammino quotidiano. Pedalare in Europa è stato importante. Ho visto la terra a pochi passi da casa trasformarsi lentamente. Svizzera, Austria, Repubblica Ceca, Germania, Danimarca, Scandinavia, fino alla Russia, poi Estonia, Lettonia, ancora Germania, Olanda, Belgio e Francia. Pedalando si percorrono i luoghi, s'incrociano le persone, se ne captano la voce, l'odore, lo sguardo. Quando viaggi in bicicletta, tu, la tua mente, la tua fantasia, siete costantemente in dialogo e gli occhi sono delle telecamere, che creano un montaggio unico e personale, in cui cio' che ti circonda, i ricordi e le persone lontane si sovrappongono. In bici ho ripensato a quanto mi aveva raccontato quel bambino. Rivedevo così intensamente i frammenti della mia vita che le immagini reali attorno a me si sovrapponevano ai ricordi. Come in una poesia, quando le cose più impensabili e disparate si uniscono armoniosamente tramite misteriose corrispondenze, così nei miei occhi si formava un quadro irripetibile. L'insegnamento maggiore di un viaggio così lungo è stato la sopravvivenza al quotidiano.



Era come essere in barca, dove lo spazio limitato e la totalità del tempo da passare insieme ti portano a confrontarti con la tolleranza dell'altro. La fatica fisica invece gioca brutti scherzi ai pensieri. Quando la strada si fa dura e il vento soffia forte contro di te, ti chiedi quasi sempre cosa ti porti a sopportare quell'enorme sforzo, ma poi arrivi alla fine. Tutto riprende senso, anzi ne acquista di più, e ti accorgi che ne è valsa la pena. Insomma, la bici è un catalizzatore di esperienze, sia positive che negative. Dopo i circa diecimila chilometri in Europa, l'idea di continuare a viaggiare è nata spontaneamente. Così è arrivata l'Africa, come se fosse stata sempre lì ad aspettarmi, come un incontro pianificato da tempo, questa la mia sensazione secendendo dall'aereo e anche la sensazione predominante durante le lunghe pedalate in mezzo a scenari straordinari. L'Africa è un film dalla fotografia accesa, che alterna e rimescola il dramma e il comico. E' un brulicare costante della natura. L'aria è densa di odori, di forte essenze di piante e di fiori che si rimescolano all'infinito. E' una terra che vibra e in bicicletta si vibra con lei. I miei occhi hanno fotografato un'immagine che non andrà mai persa. Il mio sguardo ha incrociato quello di centinaia di persone che camminavano ai lati della strada. In Africa la strada è di tutti, non soltanto dei mezzi a motore.





Biciclette, carri, carretti, marchingegni inventati per trasportare più cose in una sola volta, insomma, la velocità è a misura d'uomo. Ragion per cui gli incontri passano attraverso gli sguardi. Dal Sud Africa abbiamo raggiunto il nord del continente, scoprendo come la natura cambia impercettibilmente da un chilometro all'altro. Abbiamo incontrato centinaia di persone tra missionari, volontari e lavoratori di organizzazioni umanitarie. Ci hanno accolto come vecchi amici e abbiamo cercato nel nostro piccolo di aiutarli. In Tanzania mi sono fermata per realizzare concretamente il desiderio di fare volontariato. Ancora una volta la vita, il viaggio visto da un prospettiva più ampia, mi ha regalato un tesoro, mettendo sul mio cammino un vecchio compagno di strada, il teatro. Ho incontrato un'organizzazione inglese che si occupava di ragazzi di strada. Per quasi due mesi ho insegnato loro un po' del mio teatro, ho condiviso con loro la mia esperienza. Anche ad Addis Abeba ho preparato un piccolo spettacolo con un altro gruppo di ragazzi. Questa è stata la parte fondamentale del viaggio. Un segno forte e deciso della vita per ricordarmi chi sono, anche in un posto lontano dalla mia terra. Un modo per dirmi che se le radici sono forti è possibile germogliare lontano, facendo fiorire la propria vita e donando qualche frutto agli altri. I miei occhi mi hanno guidata nella direzione giusta, che prescinde da un luogo fisico, ma è un punto della propria vita, del proprio viaggio. A volte mi chiedo come riescano a contenere tutto quello che vedono. Com'e' che da due finestre così piccole riusciamo a contenere il mondo intero, a rivederlo, a sovrapporlo di volta in volta ad altri frammenti di vita? Sono davvero magici. Sono come due piccoli mondi dove lo spazio è infinito. E' per questo che un viaggio non è altro che una piccola parte del viaggio quotidiano della vita, che può essere avventuroso e sorprendente quando meno ce lo aspettiamo e dove ciascuno può sentirsi un vagabondo anche per le vie del proprio quartiere.

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Francesca Perilli
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