Nella terra piu' vicina al Polo Nord



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Fa un certo effetto calpestare un suolo che da sempre è stato il centro delle ossessioni di esploratori e personaggi convinti che la propria missione fosse quella di completare le carte geografiche del globo.

È sulle Isole Svalbard che si arenò il pallone aerostatico di Andrée, nel 1897, così come più tardi il dirigibile Italia di Umberto Nobile, tragedia italiana cui la Norvegia non fece mancare i soccorsi: lo stesso eroe nazionale Roald Amundsen, che proprio insieme a Nobile nel 1926 aveva sorvolato per la prima volta nella storia il Polo Nord con il dirigibile Norge, morì per cercare di trarre in salvo i superstiti dell’Italia. Il Governo del Paese scandinavo, allora impermeabile al fascino della retorica mussoliniana, volle poi però rimarcare la sua distanza dalla dittatura italiana e, con un gesto pregno di significato, impedì alle salme italiane di toccare il suolo norvegese, trasportandole su bancali di legno. Quel che si dice "prendere posizione."

C’è una storia romantica fino allo starzio, una di quelle perle delicate da conservare sotto la coltre delle neve e rispolverare su una sedia a dondolo accanto a una vecchia stufa di ghisa, una di quelle che si trovavano nei capanni dei cacciatori.


Salomon August Andrée era un esploratore svedese. Nel 1897 organizzò una spedizione con il pallone aerostatico Aquila per scoprire se al Polo Nord esistessero terre emerse. Dalla sua partenza dalla Baia della Vergine se ne persero le tracce e più nulla si seppe di lui. Insieme ad Andrée si era involato anche Nils Strindberg, scienziato. Il giovane doveva sposarsi di lì a poco, ma il destino gli negò il lieto fine. La sua fidanzata lo aspettò per 11 anni. A un certo punto la donna si arrese e sposò un uomo con il quale andò a vivere in Inghilterra. Dopo 33 anni dal giorno in cui l’Aquila era stato inghiottito dal buco nero del mistero, i resti dei corpi di Andrée e compagni furono ritrovati sotto i ghiacci. In quei giorni colei che era stata la promessa sposa di Strindberg si trovava in Svezia. Poté così raccogliere tutte le lettere e i ricordi legati al suo primo amore, che aveva scrupolosamente conservato, per donarli al museo dedicato alla memoria dei coraggiosi esploratori. Nel testamento lasciò la sua più profonda volontà: che, una volta morta, le estraessero il cuore e lo seppellissero con Strindberg. Così fu fatto.


Pyramiden è un villaggio-fantasma russo. Fa da contrappeso alla vivacissima Longyearbean: 2000 abitanti (contro i 4000 orsi che vivono su tutte le Svalbard), tra cui circa 80 bambini e 200 studenti da tutto il mondo che vivono in una sorta di Erasmus polare, scaldati dal whisky gustato in uno degli innumerevoli bar-ristoranti del paese, che ha pure due musei, una galleria d’arte contemporanea, un cinema, una piscina, una palestra e tanti negozi sportivi, oltre a un regime fiscale vantaggioso. Tutto il mondo è paese e ormai neanche abitare alle Svalbard è sinonimo di privazioni pre-moderne. A Longyearbean ci si diverte, si incontra gente interessante da tutto il mondo, si guadagna bene, nel weekend si va nello chalet fuori città (perché, certo, con 2000 abitanti la ressa è insopportabile). Altra vita quella prima del ’75, quando ancora l’aeroporto non c’era e durante l’intera Notte Artica non c’erano collegamenti con la terra ferma.

Il villaggio russo, invece, sembra saccheggiato, appare come un ghetto ebraico rimasto letteralmente congelato nella desolazione di una fuga frettolosa imposta da una caccia all’uomo spietata. In realtà, però, i minatori russi non erano braccati. Semplicemente Madre Russia non poteva più permettersi, nell’Anno Domini 1998, di mantenere questo avamposto degno di una Guerra Fredda combattuta a suon di palate di carbone (qui di pessima qualità, a dar retta ai norvegesi), di concertini d’ottoni e partite a scacchi.

Nel Palazzo del Popolo di Pyramiden si trovano pattini e sci sparigliati negli sgabuzzini, mentre sono pochi i volumi rimasti sugli scaffali della biblioteca che un tempo ne allineava 20.000. Solo il bar ha conservato quell’atmosfera anni ’50 in cui da un momento all’altro ci si aspetta di veder comparire una spia in completo nero. Dopo che la madrepatria russa sgomberò i minatori che popolavano Pyramiden, infatti, i primi turisti che vi arrivarono depredarono il magnifico Palazzo del Popolo di tutto quanto vi era conservato: libri, attrezzature sportive, strumenti musicali, fotografie.

Cadono i muri, crollano i regimi, ma la vecchia abitudine di cercare di mostrarsi più bravi e duri degli altri (i vecchi nemici) stenta a morire. L’orgoglio per i primi tulipani cresciuti alle Svalbard grazie alla terra trasportata qui dai cargo partiti da Murmansk è tutto sovietico. La fiera Russia parla con la bocca della nostra guida, un ragazzo biondo sorridente di soddisfazione, ben indottrinato (convinto o ingenuo che sia), il quale ci racconta che da un anno quattro russi sono tornati a vivere a Pyramiden per restituirla nel suo antico splendore ai prossimi agognati turisti che si spera saranno meno rapaci dei loro predecessori. Promette un ostello e un ristorante nel giro di pochi anni, ma poi veniamo a sapere che già nel 2000 i quattro russi di turno si affacciavano con questa scusa a Longyearbean in cambio di qualche birra e vodka. Bizzarro baratto: che se ne fanno gli sclatri Longyearbeanesi della promessa di un albergo nella tundra russa?




Le Isole Svalbard hanno cominciato a essere frequentate dagli uomini nei secoli XVI – XVII, prima per la caccia alle balene, in seguito per la caccia agli animali da pelliccia. È venuta poi l’epoca del carbone e delle spedizioni-esplorazioni del Polo Nord. I primi insediamenti sulla terra ferma risalgono a metà ’800. Olandesi, scozzesi, norvegesi, russi, americani, italiani: da sempre il nome mitico delle Svalbard è sinonimo di estremo punto strategico e difatti durante la Guerra Fredda le cancellerie di molte nazioni si sono scaldate per questa landa gelida. Oggi le Isole più a nord del mondo sono base di ricerche scientifiche condotte dall’università e sede della Banca dei semi. Chissà se essere diventate meta del turismo delle crociere, dei trekking e delle motoslitte non finirà per sfigurarle.

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Marta Mancini
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