NEL NORD DEL CANADA CON UN DAKOTA

Winnipeg, capitale della provincia canadese del Manitoba; sono qui da un paio di giorni per lavoro. Inaspettatamente le cose si trascinano e mi vedo quindi costretto a restarvi per il fine settimana in attesa della conclusione, il martedi’ successivo. Sono in giro per la citta’, quando in un bar mi trovo a parlare con un pilota dell’ aviazione civile. davanti una Molson Canadian fresca al punto giusto vengo a sapere che vola per una piccola Compagnia Aerea, la Air Manitoba.
“Decolliamo tre volte alla settimana verso i villaggi indiani del nord – chiarisce l’ uomo - portiamo un sacco di roba che a loro serve: diecimila tonnellate all’ anno. Sai, usiamo vecchi aerei a pistoni, i gloriosi DC-3, ne abbiamo sei e sono ancora in gamba, le vecchie signore! ”.

La mattina dopo sono all’aeroporto con la mia sacca. “Il mio” aereo lo vedo subito: la pancia color acciaio e il dorso bianco-rosso-azzurro e la grande scritta nera “Air Manitoba”. Alle dieci il comandante e il mio nuovo amico, copilota, si presentano in t-shirt, bermuda e Ray Ban. Devono decollare alle undici con un carico misto in tutto tre tonnellate e mezzo da consegnare a Sandy Lake, 200 abitanti, 350 chilometri a nord-est. Il prezzo per salire a bordo e’ 200 dollari, anche se il volo non prevederebbe passeggeri ma a volte, se e’ di buon umore, il capo-scalo accetta in pagamento un aiuto per scaricare le casse. 30 minuti prima del decollo, il comandante si sistema ai comandi sorseggiando una coca e dal sedile di cuoio screpolato attende che il secondo faccia fare a mano un mezzo giro alle eliche per eliminare l’olio che potrebbe ristagnare nei cilindri dei due motori Pratt & Withney 1830 da 1217 cavalli e 14 cilindri ciascuno. Senza questa accortezza si potrebbe causare la rottura delle testate e una riparazione del genere costerebbe piu’ del valore dell’ aereo.
Il comandante accende i magneti e le grosse eliche a tre pale iniziano a girare, mentre nell’abitacolo si diffonde l’odore pungente della benzina bruciata e quello dolciastro dell’olio. I motori tossiscono, poi la tosse diviene un urlo e la carlinga vibra come se dovesse andare a pezzi. Un istante prima del decollo, il comandante si gira sul sedile, le cuffie della radio di traverso sui capelli biondi tagliati a cespuglio e grida sul frastuono dei motori le istruzioni di emergenza:
“I salvagenti sono li’ sotto, l’ uscita d’ emergenza e’ qui di fianco, tanto non cadremo mai”.
Il Dakota rulla goffo verso l’attacco della pista. Il ruotino di coda rende difficile la manovra con vento laterale e la coda ondeggia paurosamente. La cabina, priva di aria condizionata, sembra una sauna, cosi’ il secondo apre il finestrino e la corrente d’aria si incanala nella carlinga sollevando polvere e pezzi di carta.

“ Dakota CF-CQT is ready to take-off!” urla il comandante nel microfono, poi da’ tutto gas. L’aereo, trattenuto dai freni geme e vibra con estrema violenza. Il contagiri un po’ ingiallito segna 2400 giri quando vengono mollati i freni. 600 metri di sobbalzi poi, raggiunti i 130 chilometri orari, ci stacchiamo da terra e ci infiliamo tra le nuvole con un rateo di salita di circa 300 metri al minuto per raggiungere la quota di 2000 metri alla quale ci stabilizziamo. Il paesaggio e’ un tappeto di conifere a perdita d’occhio. Ogni tanto piccoli specchi azzurri indicano dei laghetti. La pista di Sandy Lake compare come un dito grigio nel verde circostante: una lunga striscia di sabbia segnata da due file di fusti da benzina Il carrello esce con un inquietante stridore ma l’atterraggio avviene con insospettabile leggerezza. Ai margini della pista polverosa attendono 3 vecchi pick-up e un gruppo di nativi in jeans e camicioni a quadri, la pelle scura e i nasi adunchi dei loro antenati guerrieri. Come promesso do una mano a scaricare le casse dal grande portello posteriore e l’operazione si conclude dopo una trentina di minuti. Al termine compaiono due pacchi di birre fresche e intanto che il comandante si fa firmare i documenti delle merci ho il tempo di parlare con quello che nel gruppo mi pare il piu’ socievole. Si chiama Tom e mi dice subito che se mi voglio fermare li’, posso rientrare con lo stesso aereo che tornera’ con altro materiale 48 piu’ tardi: basta che mi metta d’ accordo con il comandante. Un posto per dormire non sara’ un problema: li’ sono tutti parenti e ci pensa lui a domandare in giro. Se poi voglio esplorare la zona o andare a pescare – dice Tom - posso prendere la sua moto, tanto lui lavora e non ha il tempo di usarla.

Il lunedi’, a bordo ci sono altri due passeggeri: due indiani diretti a Winnipeg per comperare cibo. Il comandante ci ha sistemati in coda, seduti su due casse. Dopo un’ora il DC-3, leggero e vuoto si infila in un temporale a 1200 metri di quota. Si balla forte e noi tre, senza cintura di sicurezza, infiliamo le unghie nella carlinga per non essere sbattuti ovunque. Piove: un rivoletto d’acqua penetra dal parabrezza e vibrando assieme a noi si snoda sul pannello del cruscotto, gira attorno alla bussola, lambisce l’altimetro e va a formare un laghetto dalle parti del contagiri. Come in ogni Dakota altra acqua entra dal portellone di carico.
“Del resto – mi ricorda ridendo il comandante – anche le Jaguar sportive quando piove fanno acqua!”
L’ atterraggio questa volta e’ duro, c’e’ un forte vento laterale e arriviamo con la ruota sinistra: i piloti stringono forte la cloche e sembra stiano domando un puledro selvaggio, ma prima che la pista sia finita il nostro Dakota e’ di nuovo docile, a casa

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Alberto
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