Malesia zaino in spalla: dai grattacieli di Kuala Lumpur agli oranghi del Borneo

Viaggio fatto a settembre-ottobre 2012, 20 giorni compresi quelli di viaggio

Voli internazionali 629 euro a testa, con Qatar, uno scalo

KUALA LUMPUR

Ecco la nostra prima tappa. Appena usciti dall’aeroporto siamo avvolti da un caldo umido al quale presto, per fortuna, riusciamo a abituarci. Nella penisola questa è la stagione delle piogge, che non tardano ad arrivare. Ancora non abbiamo messo piede nella guesthouse quando vengono giù i primi goccioloni. Una mezzora di pioggia fitta fitta, ma niente di più. Sarà sempre così durante i giorni trascorsi sulla penisola.

Kuala Lumpur ha un centro moderno: il Triangolo d’oro. La zona dell’alta finanza, dove grattacieli e hotel extra lusso si ergono uno dopo l’altro. Emblema di questa ricchezza sono le Petronas Tower, imponenti di giorno e spettacolari di notte, quando, illuminate, risplendono nel buio come gioielli stampati nel cielo. A poche centinaia di metri i quartieri si trasformano in uno squallido mix di palazzine grigie e baracche; tra un alimentari aperto 24 ore su 24 e una specie di bisca c’è la nostra super accogliente pensioncina, dove decidiamo di prenotare anche per il nostro ritorno a Kuala Lumpur al termine del viaggio. La kaya, una specie di confettura a base di uova e latte di cocco da spalmare sul pane, qui è servita a colazione; da non perdere.

Passiamo a Kuala Lumpur solo un giorno e mezzo. Tempo sufficiente per curiosare tra le strade colorate di Brinchang, il quartiere indiano, dove le bancarelle ricolme di collane di fiori ci suggeriscono la presenza di qualche tempio induista. Da qui in pochi passi si raggiunge il famoso mercatino di Petaling Street, cuore della Chinatown malese. Non aspettatevi nulla di tradizionale: fatta eccezione per la vendita di street food (fritti e frutti da assaggiare senza riserve), i banchi vendono abbiagliamento e accessori falsi, gli stessi che trovate qui, ma a prezzi molto più bassi. Pullulano i ristoranti cinesi e indiani: con pochi euro sarete più che sazi. Nella penisola, dove la popolazione è composta da malesi-malesi, indiani-malesi e cinesi-malesi, non è difficile sperimentare diverse cucine orientali. Trattandosi di un paese islamico l’alcol in molti locali non è venduto; non faticherete comunque a trovare la Tiger Bier, la birra nazionale. I cocktail, invece, vengono serviti nei locali di stampo occidentali, dove i prezzi si alzano vertiginosamente.

Nel resto del tempo trascorso a Kuala Lumpur percorreremo le altre tappe classiche: Lake Gardens, parco delle farfalle e parco delle orchidee, palazzi storici e qualche tempio.

Batu Caves

A pochi chilometri da Kuala Lumpur, sono imperdibili. Noi siamo arrivati qui in automobile (non senza perderci), prima di incamminarci verso le Cameron Highlands. Le Batu Caves, caverne che si aprono al termine di una lunga (ma non troppo lunga) scalinata, sono un tempio induista meta di un importante pellegrinaggio annuale. Di fronte alle scale si innalza la più alta statua indù del mondo: una divinità della guerra alta 42 metri si impone di fronte ai visitatori, scintillando al sole. Comprate le noccioline per i macachi, che si avvicineranno numerosi in cerca di cibo. Tra i vari divieti visti in giro qui troviamo quello che più ci fa sorridere: “No spitting”, ovvero “Non sputare”. A quanto pare questa è un abitudine molto diffusa tra i malesi.

Cameron Highlands

La strada per la regione delle piantagioni di tè è lunga: le tre ore previste diventano cinque. A compensare il lungo (e lento soprattutto) tragitto, ci sono i paesaggi. Superata l’autostrada che arriva fino a Tapah, inizia un percorso tutto curve, immerso nel verde, in cui alla natura rigogliosa si alternano fattorie. Dopo un po’ iniziamo a incontrare le prime baracche dei contadini, che vendono sulla strada quel poco che riescono a produrre in più. Ci fermiamo per pranzare quando vediamo una cascata. L’acqua è piena di famiglie malesi che fanno il bagno e ci sono alcune bancarelle e che vendono fritti e banane; un bel posto per riposarmi qualche minuto. Riusciamo a raggiungere la nostra destinazione, Tanah Ratah che, come tutte le cittadine malesi è brutta e grigia, ma noi passeremo qui solo le ore di sonno.

Visitiamo la Boh Tea Plantation, nella sua sede più grande e antica. Lo spettacolo delle distese di tè è incredibile e lo diventa ancora di più quando ci si addentra nei campi. L’odore acre delle foglie ancora vive è così forte da stordire.

Altra tappa imperdibile se si visitano le Cameron Highlands è la Mossy Forest. L’ingresso è raggiungibile con un’automobile normale; non dovete essere grandi esperti di trekking, basta essere dei bravi camminatori, a voi scegliere quando fermarvi. Ricordate che, se la notte prima ha piovuto, i sentieri saranno pieni (e intendo davvero pieni) di fango. Al termine della passerella, addentrandovi nella foresta mai toccata dal sole (c’è un sentiero segnalato), l’atmosfera diventa incantata. Gli alberi hanno mille forme, un tappeto di muschio ricopre ogni cosa, nelle bocche delle piante carnivore  pesa l’acqua piovana raccolta. A rendere ancora più magico questo trekking l’incessante urlare delle scimmie, che arriva dalla valle sottostante; un canto delle cicale amplificato cento volte.

Una visita veloce alle Cactus Valley, Big Red Strawberry Farm ecc. Ma quali fattorie? Si tratta di veri e propri negozi, che di bello, secondo me, hanno poco o niente.

Borneo malese – Palau Selingan

Torniamo a Kuala Lumpur, prendiamo un aereo e siamo a Sandakan, altra squallida cittadina malese, stavolta nel Borneo. Arriviamo di sera, a passeggiare per strada con noi per raggiungere l’alloggio dove dormiremo, solo qualche gatto malconcio e molti, moltissimi ratti giganti. La mattina dopo si parte per Palau Selingan, più nota come Turtle Island.

L’isola è gestita da un centro di ricerca, che mette a disposizione dei visitatori degli spartani, ma comodi chalet. I posti letti sono solo 32, quindi bisogna prenotare con un po’ di anticipo. C’è una sola agenzia presso la quale si può prenotare, ll Crystal Quest. È sufficiente mandargli un’email per avere informazioni e bisogna inviare un acconto per fermare la stanza. Inutile affidarsi ad altri tour operator del Sabah: vendono questa escursione in pacchetti che comprendono un po’ di tutto, facendoti pagare di più (perché sull’isola ci sarà una guida ad accompagnarti, assolutamente inutile dal momento che sono i ricercatori e i ranger a fornire tutte le spiegazioni). In venti minuti di barca si raggiunge l’isoletta, piccola e bella, dove girano indisturbati varani di ogni dimensione. Si passa il pomeriggio gironzolando o facendo snorkeling. Vietato andare in spiaggia dopo le 18, per evitare di disturbare le tartarughe. Finalmente arriva la sera: qui ogni giorno dell’anno si ha la possibilità di assistere alla deposizione delle uova delle tartarughe, alla schiusa e all’ingresso in  mare dei neonati. Indimenticabile.

Borneo malese – Sepilok

Da Sandakan dividiamo un taxi con una coppia di ragazzi olandesi conosciuti a Selingan per arrivare fino a Sepilok. Il viaggio dura 45 minuti. Ci siamo concessi qui due notti in una struttura ecosostenibile tanto semplice quanto bella ed economica. Per raggiungerla si attraversa un parco pieno di uccelli e laghetti coperti da ninfee in fiore. Dopo qualche centinaio di metri in salita eccola: interamente in legno, si affaccia sulla foresta pluviale. Tra le foglie si inseguono scoiattoli neri e marroni.

Da qui si raggiunge l’ingresso per il Rainforest Discovery Center. Questo è l’accesso alla foresta primaria, quella più antica. Intraprendendo i sentieri un po’ più isolati si incontrano alberi giganti, piante di ogni tipo e molte specie di uccelli. Di fronte all’entrata del Rdc, c’è il santuario degli oranghi. Questo è un centro di riabilitazione dove gli oranghi sono nutriti a orari fissi. Una visita comunque la merita, anche perché scovare gli oranghi in libertà è difficile e non è detto che riusciate ad avvistarli nei giorni successivi. Altra meta della zona è Labuk Bay, un terreno privato frequentato da gruppi stanziali di scimmie nasiche e babbuini. Anche qui vengono nutriti dall’uomo. Può essere interessante visitarlo perché avrete la possibilità di osservare da vicino per tutto il tempo che volete le scimmie nasiche interagire tra loro. I ragazzi che le nutrono sapranno darvi tutte le informazioni che volete.

Borneo malese – Kinabatangan

Finalmente la giungla. Prendiamo un pullman da Sepilok che ci lascia al Kinabatangan River Bridge. Qui una comunità locale ha tirato su un progetto di turismo sostenibile (Mescot-Kopel). Rigorosamente vietati, per le donne, pantaloni sopra al ginocchio e spalle scoperte. Qui le regole islamiche sono più rigide. Attraversiamo il villaggio per raggiungere la Kopel. Qui dormiremo, almeno all’inizio, in homestay. Ci presentano l’uomo che ci ospiterà e insieme raggiungiamo casa sua, dove ci aspettano nonno, mamma e sei vivacissimi bambini. Stando qui impariamo qualcosa di più sulla vita nei villaggi del Sabah, sulle loro case, sulla loro educazione, sul loro cibo. È un’occasione magnifica per dare una mano a questa gente, che promuove, tra le altre cose, un programma di riforestazione, piantando ogni giorno centinaia di alberelli su un tratto del Kinabatangan, disboscato anni fa per far spazio alle palme da olio.

Salutati i nostri ospiti, ci imbarchiamo verso il camp in cui trascorreremo le cinque notti successive. Venti minuti di navigazione lungo il fiume. Dal piccolo molo altri venti minuti a piedi verso l’interno della foresta. Ci siamo: su un lago abitato da varani, coccodrilli e frequentato dagli elefanti pigmei, eccolo. È un camp in legno, niente elettricità, ci si muove con la torcia. I bagni sono in comune e senza acqua corrente. Le capanne sono rialzate e aperte, a separarci dalla giungla ci sarà la zanzariera. Qui si seguono gli orari del sole. Ci si alza presto e si va a dormire presto. La foresta intorno è sempre in movimento, scimmie nasiche, dalla cresta grigia e dalla coda lunga diventeranno in poche ore un’abitudine. Facciamo safari più volte al giorno, a piedi o in barca. Sia di giorno che di notte. Diventiamo amici dei ragazzi del camp: andiamo a pescare insieme, la nostra guida ci fa mangiare e fumare foglie raccolte qui e lì, ci racconta come un tempo la gente vivesse della foresta. Un pomeriggio abbandoniamo anche il camp e ci facciamo portare a un mercato, così la sera cuciniamo per loro le fettuccine con il ragù (o meglio, quanto di più simile siamo riusciti a ottenere con gli ingredienti a disposizione). Avvistiamo tantissimi animali e uccelli. Un grosso maschio di orango proprio sopra di noi, coccodrilli enormi, un tarsio con un cucciolo, hornbill di ogni tipo, volpi volanti, scoiattoli giganti e in miniatura e mille altri.

Borneo malese – Semporna, Mabul e Sipadan

Salutiamo l’ecocamp con un po’ di tristezza, ma eccitati per le tappe successive. Arriviamo in pullman a Lahad Datuh. Ci serve un giorno di pausa e vogliamo vedere se da qui riusciamo a organizzare qualcosa di interessante. Niente. Il Danum Valley Field Center lo avevo già escluso perché non riuscivamo a incastrare i giorni, Tabin, invece, ci costerebbe troppo. Passiamo il pomeriggio in giro qui, nel mercato. Troviamo una pensione dove dormire, dopo tanti giorni ci facciamo una doccia con l’acqua calda e poi ne andiamo a letto. La mattina dopo ci mettiamo in cammino per Semporna, ancora una volta in pullman.

Prima di imbarcarci per Mabul dobbiamo passare due notti. Ci affidiamo all’ostello di Scuba Junkie (presso i quali ho prenotato a Mabul) e ci organizziamo per un’escursione in barca il giorno dopo. Ci siamo messi d’accordo con un signore che ha una barchetta, ci porterà su Sibuan, gioiello del mar di Celibes secondo quanto si dice in giro. Il viaggio non è dei più comodi. Facciamo una sosta in uno dei villaggi sulle palafitte (alcuni sono in pieno mare, completamente isolati), dove scopriamo che accatastano chili e chili di conchiglie per poi rivenderle ai turisti. Le baracche non sono in alcun modo collegate alla terra,ci si muove solo via mare. Arriviamo sani e salvi, andiamo a parlare dai militari che controllano l’isola (abitata solo da alcuni sea gipsy)  per ottenere i permessi e ci dedichiamo allo snorkeling per alcune ore con le maschere comprate il giorno prima al supermercato. Il cielo cambia rapidamente, meglio tornare. Con una tromba d’aria a pochi chilometri di distanza e Pons, il nostro navigatore, che non sembra minimamente toccato dalla cosa, torniamo a terra quasi baciandola.

La mattina dopo si parte per Mabul. Il mare qui è splendido e ricco di vita. Io consiglio queste isole solo a chi ha intenzione di stare a molle per ore e ore con pinne e maschera o, ancor meglio, ai sub. Non è un posto adatto alla vita da spiaggia. Una piccola porzione  di Mabul è abitata dai sea gipsy; fino ad alcune decine di anni fa passavano tutta la loro esistenza in acqua, toccando terra solo in rare occasione. Poi si sono spostati sulle spiagge, costruendo baracche. Il loro stile di vita originale, così lontano da quello degli abitanti della terraferma e l’introduzione da parte degli occidentali di nuovi prodotti, fa sì che ancora non abbiano assimilato le norme del vivere a terra: plastica e cartacce ovunque, bambini e adulti che lasciano escrementi per terra senza coprirli.

Un’altra fetta di Mabul è occupata dalle strutture turistiche: resort, centri diving, guesthouse. Ce n’è per tutte le tasche e per tutti i gusti.

Infine, una parte è occupata da un villaggio dove molti degli abitanti provengono dalle Filippine. Molti vivono di pesca, ricorrendo, purtroppo anche all’uso della dinamite e del cianuro proprio nella barriera di fronte a loro.

Tirando le somme, non le definirei certo un paradiso per chi è in certa di un’isoletta idilliaca per stare spaparanzato al sole (anche perché qui quasi sempre ci sono nuvole – ma il sole riesce a bruciare comunque). Lo è, invece, per chi ama i fondali.

Mabul e Kalapai sono meravigliose sotto questo punto di vista. Coralli di ogni colore, forma e dimensione. Balestra a non finire, pesci pipistrello e palla a ogni angolo, pesci scorpione e pesci pietra, pesci angelo e murene. Serpenti acquatici e barracuda. Tartarughe, ovviamente. Banchi di jackfish. Persino pesci mandarino per i più fortunati. Sott’acqua è una meraviglia. Un’abbondanza di specie e colori unica.

E se si viene qui bisogna assolutamente assicurarsi, con mesi di anticipo, di ottenere il permesso per Sipadan. Escursione cara rispetto alle altre, ma quante altre volte andrete nel Mar di Celibes? Cambiando quattro o cinque punti di immersione in una giornata riuscirete a nuotare con squali pinna bianca e pinna nera, squali grigi. Proverete l’emozione di passare dalla barriera a un baratro profondo quasi un chilometro in poche bracciate. E poi banchi infiniti di barracuda vi passeranno a fianco e vi troverete in mezzo a centinaia di jackfish. Sfileranno grandi barracuda , cernie e pesci napoleone davvero giganti. Dopo un po’ non conterete più le tartarughe. Giardini di coralli dentro e sopra i quali si muovono migliaia di pesci di ogni forma e colore. I più fortunati incontrano il vortice di barracuda (dovuto alle correnti), gli squali martello e il pesce luna. Noi non ci siamo riusciti, ma siamo tornati stupefatti e con la voglia, prima o poi (magari col brevetto), di tornare a esplorare queste acque.

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