Magia tra Scilla e Cariddi



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8 Giugno 2007

E' ora di partire. L'ennesimo verme, di cui non vale nemmeno la pena fare il nome, mi ha spezzato il cuore preferendo la sua ex. E come ogni volta che la mia vita non va come vorrei, nasce in me l'assoluta necessità di buttare i vestiti nella valigia e partire. Sono così arrivata, con il cuore inquieto, alla stazione Tiburtina di Roma, dove il treno che devo prendere partirà fra pochi minuti. Si tratta di un notturno diretto in Sicilia, lui arriverà fino a Palermo, ma io mi fermerò a Messina. Lì mi aspetta la stanza d'albergo che ho prenotato all'hotel Jolly.

Il controllore notturno mi chiede il biglietto e mi fa poi strada verso la mia cuccetta. E' una singola, dove potrò passare la notte indisturbata, un lusso accessibile per chi ha il papà ferroviere come me.

Dormire sul treno è da sempre una cosa che adoro. Vedere le stazioni di mezza Italia, con le cuffie nelle orecchie e lasciando i pensieri liberi di attraversarti è una sensazione unica, niente è come dormire in movimento e svegliarsi altrove, in un posto dove i tuoi problemi sono il passato e il presente è pieno di novità da scoprire. All'alba vengo svegliata dal movimento del treno che viene spezzettato per entrare nel traghetto e salpare per la Sicilia. Nonostante l'emozione per il viaggio sono un po' triste, quello che mi è successo brucia ancora, ma voglio lasciare i ricordi sul "continente" (come lo chiamano gli isolani) e godere a pieno di quell'avventura. Non è la prima volta che attraverso lo stretto. La mia famiglia ha le radici proprio a Messina infatti, i miei nonni materni sono nati e vissuti qui e, anche se non ho avuto modo di conoscerli come avrei voluto, sento un legame profondo con loro. Le acque dello stretto sono di un blu intenso e ipnotico. Se può succedere qualcosa di magico è proprio qui che accade, fra questi due lembi di terra separati da un mare irrequieto, con delle correnti fortissime e secoli di eventi storici alle spalle. Una delle tante "magie" è quella dell'effetto "Fata Morgana" per cui, in particolare condizioni di luce, la costa sicula sembra vicina solo pochi metri a chi guarda da Reggio Calabria. Leggenda vuole che perfino il re dei barbari venne ingannato da questo effetto: si narra, infatti, che una seducente fata sia apparsa al cospetto del re offrendogli la Sicilia, facendogliela apparire vicina alla costa, facile da raggiungere anche senza imbarcazioni e condannando così i barbari ad una triste fine nelle gelide acque dello stretto. Mi rivesto e preparo il mio bagaglio. Poco dopo scendo alla stazione di Messina Centrale. Sono le 8 del mattino e anche se il sole è gia alto e la temperatura calda, il mio unico pensiero è quello di arrivare in albergo e dormire ancora un po'. E' strano come quando torni in un posto che, in qualche modo fa parte di te, ne ricordi profumo e luoghi come se te ne fossi andato via solo un attimo prima. E Messina ha su di me questo effetto. Io le appartengo come lei a me e ora che mi ritrovo qui, a camminare per le sue immutate vie, mi rendo conto di non essermene mai realmente andata. Il comodo tram che l'attraversa in tutta la sua lunghezza mi porta facilmente all'hotel Jolly, a due passi dal porto, con una vista d'eccezione sullo stretto e sulla Madonnina che lo protegge e che recita "Vos et ipsam civitatem benedicimus" ossia "Benediciamo voi e la vostra città". Quando venivo qui con mia madre la guardavamo sempre dal traghetto e lei mi raccontava che mio nonno lavorava proprio lì sotto, nei cantieri navali dove allora costruivano le navi da guerra. Il passato rimane legato ai luoghi e il tutto ci tiene uniti nella continuità del tempo, mio nonno avrà guardato mille volte quella Madonnina, come ora sto facendo io qualche decennio dopo, pensando a lui.

Con questi pensieri prendo sonno e mi lascio andare nel comodo letto dell'hotel.



9 Giugno 2007


E' la fame a svegliarmi. E' infatti ora di pranzo e non voglio perdere ulteriore tempo nella stanza d'albergo. Dopo una rapida doccia sono in strada, prendo il tram, stavolta diretta verso il centro città. A Roma sono ovviamente abituata a prendere i mezzi pubblici, ma lì sono per lo più uno strumento di passaggio fra un luogo e un altro, dove ognuno pensa ai fatti suoi e corre con la mente al prossimo impegno. Il tram di Messina è, al contrario, molto più vicino al concetto di "piazza". E' di per sé un luogo, un punto d'incontro, dove socializzare è la cosa più normale del mondo. E, così, mi ritrovo seduta fra arzille vecchiette tutte prese dal raccontarsi di figli e ricette in un delizioso accento siciliano che, anche se non sempre comprensibile, giunge come una melodia alle mie orecchie. Anche le facce sono diverse da quelle a cui sono abituata, ci sono molti più anziani, più persone vestite a festa rispetto ai grigi abiti da lavoro della metro di Roma. Tutto sembra più luminoso, vivo, pulsante. Da un lato vedo il mare blu costellato di barchette, dall'altro i monumenti della città con i suoi abitanti che ci camminano morbidamente accanto. Qui il tempo scorre diversamente, tutto è calmo, lento. Ogni boccata d'aria è piena di talmente tanti sapori che per forza si deve respirare piano e goderne fino in fondo, senza fretta. In alcuni casi la lentezza può essere snervante, per esempio quando in un negozio il commesso si accorge di te dopo una generosa manciata di minuti e accontenta le tue richieste con una calma così abbondante da risultare fastidiosa. Tuttavia, la maggior parte delle volte, si viene ripagati da sorrisi così caldi, frasi così dolci e atteggiamenti così caratteristici da far dimenticare il tempo e farti solo godere la molteplicità della natura umana e le sfaccettature più dolci del suo essere. E' proprio quello che succede da Zimbaro. Il signor Zimbaro è il proprietario di una rosticceria situata a pochi passi dalla fermata del tram "Provveditoriato". Il locale è inizialmente anonimo, una rosticceria come tante, ma decisamente più affollato. La sua fama è, infatti, tale da essere il punto di ritrovo preferito non solo dai Messinesi stessi ma anche da chi, come me, viene da fuori città. Qui si possono trovare tutti i piatti tipici della zona, a partire dalla focaccia, i famosi arancini, ma anche della fantastica pasta al forno, pidoni, mozzarelle fritte e ancora molto ancora. I prezzi sono bassissimi. A Roma con 4 euro si mangia un pezzetto di pizza o un panino triste. Qui, con la stessa cifra, mi porto via una vaschetta di pasta al forno e due arancini, che basterebbero a sfamare tre persone vista la generosità delle porzioni. Ma la cosa più caratteristica di questo locale è proprio il proprietario, il mitico Don Zimbaro: un omaccione sul metro e 80, moro, con due bei baffoni neri e un accento cinematografico che ti fa ringraziare la presenza della fila perché ti da l'occasione di godere del teatrino pittoresco che rappresenta lui, personaggio da favola, con co-protagonisti moglie e aiutante di colore. Bisbetico, acido, ironico, incalza i suoi aiutanti con frasi in dialetto stretto che suonano molto come minacce, dà veri e propri ordini anche ai clienti che lo temono almeno quanto lo rispettano, ma poi, come un padre autoritario ma benevolo, infila un pezzo di focaccia o un dolcetto nel vassoio di tutti, come regalo della casa.



Con la pancia piena e il cuore gonfio di pace mi incammino (meglio smaltire subito) verso il cuore della città. Passo per viale San Martino, la via con i negozi più belli, do un occhiata pigra alle vetrine, ma in questo clima rilassato e accogliente, anche lo shopping passa in secondo piano. Arrivata a P.za Cairoli guardo incuriosita i getti d acqua che si sprigionano dal pavimento, il tram che passa e lascia ora gruppi di ragazzini a spasso, ora signori e signore di un'altra epoca, volti da foto degli anni 50. Sarà che una parte di me guarda questi posti con gli occhi influenzati dai racconti del passato e così non è difficile ritornare indietro nel tempo ed immaginare, ad esempio, il grande dramma del terremoto del 1908. La storia della mia famiglia fu determinata da quel terremoto: la mia bisnonna, Carmela La Rosa ai tempi aveva solo 15 anni. Rimase tre giorni e tre notti sepolta sotto le macerie. Quando la trovarono scoprì di aver perso non solo tutti i suoi averi, ma anche tutta la sua famiglia. L'unico sopravvissuto era il promesso sposo della sorella, Ignazio Sciarrone, che la prese con se e la sposò per assicurarle un futuro. Guardo i palazzi dei distretti, costruiti in seguito separatamente gli uni dagli altri, proprio per evitare crolli di massa e immagino questa donna, solo una bambina allora, ma allo stesso tempo così incredibilmente forte che non posso fare a meno di pensare che un po' del suo sangue scorre fieramente nelle mie vene. Mi sento già più forte e determinata. Anzi, sto proprio bene.



Purtroppo lo spazio a mia disposizione per descrivervi quelle giornate è limitato, quindi vi basti sapere che durante questo viaggio, che mi ha cambiato la vita, ho definitivamente lasciato i ricordi negativi a mollo nello stretto, mentre mi sono caricata di nuova forza, nuove emozioni, in parte legate alla bellezza dei posti, in parte agli echi di energia, rimasti impressi nell'aria, dei miei antenati e nei giorni successivi fra mare, cibo dolce come il nettare e un sole che ti scalda fino all'angolo più remoto dell'anima, ho incontrato anche un nuovo amore che mi ha regalato momenti di pura magia.

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Alessandra Festa
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