La Costa Swahili meridionale, Incontaminata bellezza africana



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Lungo la costa orientale africana, fra il sud della Tanzania e il Nord del Mozambico, spiagge bianchissime, siti archeologici, città coloniali portoghesi e villaggi di pescatori si concedono al viaggiatore nella loro splendida genuina semplicità.


Mombasa, Malindi, Lamu, Zanzibar, Quiloa... nomi di località esotiche ancorate all'Africa e allo stesso tempo protese verso l'Asia, fondate dai quei mercanti arabi e persiani che imbastirono sull'oceano indiano reti commerciali così estese da coinvolgere l'India e la Cina.

I sambuchi dal fasciame cucito, descritti da Marco Polo e da Ibn Battuta solcavano questi mari secoli prima dell'arrivo delle caravelle portoghesi: sfruttando il monsone invernale raggiungevano l'Africa a partire dal Golfo Persico e dalle coste del Malabar, per farvi ritorno in estate con le stive cariche di avorio, corni di rinoceronte, ambra e gusci di tartaruga.

La costa orientale africana, culla della cultura Swahili, con le sue foreste di mangrovie e le barriera corallina, costituisce secondo l'Unesco ed il WWF una regione ecologica e culturale di importanza mondiale. Eppure essa rimane, a causa della scarsa accessibilità, in gran parte sconosciuta ai turisti. Sono però proprio le difficoltà dei trasporti ad aggiungere all'esperienza del viaggio il gusto dell'avventura.


L'itinerario affrontato si snoda lungo 1750 km, percorsi nell'arco di tre settimane alternando alla durezza dei trasporti su strada il sollievo di brevi traversate in barca a vela.


Partiamo da Dar Es Salaam verso Kilwa, la nostra prima tappa lungo la costa. Il passaggio dal territorio urbanizzato alla foresta tropicale è netto. La strada corre diritta e ben asfaltata, costeggiata da una vegetazione lussureggiante. Dal finestrino vediamo scorrere case di mattoni di fango nascoste all'ombra di grandi alberi, babbuini che fanno capolino in mezzo alle frasche, immensi baobab che dominano l'orizzonte a bordo strada, donne che portano un secchio d'acqua in equilibrio sulla testa lungo un viottolo che si perde nella selva. Sono le prime immagini dell'Africa vera che si imprimono in modo indelebile nella memoria.

Dopo due ore di viaggio la strada si interrompe bruscamente e incominciamo ad arrancare su di una pista sterrata. Gli autobus locali sono spesso in pessime condizioni, allestiti artigianalmente in modo da ricavarne il maggior numero di posti, quasi sempre affollatissimi. Gli ammortizzatori scarichi mal sopportano le asperità del terreno e fra i colpi e gli scossoni il tempo sembra non passare mai. Non è raro fermarsi a causa della foratura di un pneumatico come non è infrequente ritrovarsi impantanati e possono volerci ore a liberare le ruote dal fango.



Giunti finalmente a Kilwa Masoko già si fa buio. A queste latitudini la notte scende presto ed in maniera repentina. Lucciole gigantesche brillano nel buio, più belle delle scintille che salgono dai fuochi lungo la strada.


Sull'isola di Kilwa Kisiwani, raggiungibile con una breve e piacevole traversata in dhow, le tipiche imbarcazioni locali, si trovano i resti di quello che fu per secoli il più importante porto della costa swahili. Una dinastia di sultani originari di Shiraz, nell'odierno Iran, controllava nel medioevo il commercio dell'oro estratto nelle miniere del Grande Zimbabwe. Il prezioso metallo veniva scambiato con ceramiche cinesi, stoffe e profumi orientali.


Ancora più affascinanti sono le rovine del complesso urbano presente sull'isola di Songo Mnara. Le volte ormai crollate, i baobab che crescono fra le mura e le radici che scalzano le pietre dei pavimenti conferiscono a questo sito archeologico una particolare malinconia e ne esaltano la grandezza perduta. Quella che fu una ricca e sofisticata società è tornata ad essere un semplice villaggio di pescatori, mentre la natura si riappropria inesorabilmente del luogo.


Lasciamo Kilwa alla volta di Mikindani. Nel villaggio, un tempo emporio per l'esportazione di prodotti pregiati e di schiavi, gli animali pascolano indisturbati fra le capanne disposte ordinatamente sui rilievi collinari che degradano dolcemente verso il mare e i bambini giocano liberi per le strade assolate.


Un regolare servizio di pick-up fa la spola fra Mtwara e il fiume Rovuma il cui corso stabilisce il confine con il Mozambico. Raggiunta la riva opposta a bordo di una piroga un secondo pick-up ci conduce prima al posto di frontiera e poi a Mocimboa da Praia.



Un'altra alba e si riparte per Macomia, bisogna attendere pazientemente che il pianale di una chapa, ovvero un semirimorchio adibito al trasporto passeggeri, si riempia a sufficienza.

Ci viene assicurato che non ci sarà molto da aspettare, ma poi scopriamo che da queste parti espressioni come fra poco o quasi subito a volte significano dieci minuti, altre fra tre ore, altre ancora forse stasera.

Si viaggia stipati in mezzo alle galline, ai sacchi di riso e di manioca. Lungo la strada si aggiungeranno i tagliatori di canna di bambù, anch'essi con il loro fardello da sistemare a bordo. In Mozambico non ci si può permettere di avere fretta, né tanto meno di viaggiare se non a pieno carico.


Le fatiche del viaggio sono ripagate dal privilegio di visitare un eden non ancora sfruttato dal turismo: Punta Pangane, una gemma incastonata nell'oceano indiano e orlata da spiagge di sabbia bianchissima. Il villaggio è rimasto intatto, protetto dalla sua inaccessibilità e circondato da una distesa infinita di palme da cocco sulle quali è facile vedere le scimmiette che saltano fra i rami. Nessun hotel turba la quiete del posto, non una sola goccia di asfalto intacca la sua purezza. Quasi nessuno possiede un televisore ed il proprietario di video-proiettore ha fatto del cortile di casa un cinemino. Chi non può pagare l'ingresso rimane fuori a sbirciare fra le canne della palizzata.


Affidandosi nuovamente alle vicissitudini del trasporto pubblico locale raggiungiamo Lumbua dove contrattiamo l'equipaggio di un dhow e salpiamo per Ibo, la maggiore delle isole dell'arcipelago delle Quirimba.

Da un fianco della barca la luna piena sorge lentamente dalle acque, dall'altro lato il sole tramonta nel mare cedendole in cambio il posto nel cielo e per un attimo i due dischi di luce si fronteggiano dagli opposti orizzonti.

Dopo aver effettuato numerose virate di bordo puntiamo dritti verso Ibo e la luna che si leva ora alta di fronte a noi sembra attirarci verso l'isola con la forza del suo raggio.


Camminare da soli lungo gli ampi viali deserti della città coloniale portoghese è un'esperienza a dir poco surreale. Solo gli antichi gli edifici amministrativi abbandonati e la stupenda fortezza di São João Baptista rimangono a testimoniare della storia passata.


Un dhow ci riporta sulla costa, a Quissanga trasbordiamo su una chapa diretta a Pemba, capoluogo della provincia di Cabo Delgado. Stretti fra le sponde del pianale di carico attraversiamo tutto il distretto di villaggio in villaggio.


Dopo esserci concessi alcuni giorni di sosta ci rimettiamo in cammino verso Ilha de Moçambique. Quando Vasco de Gama vi sbarcò nel 1498 essa era soltanto un piccolo porto di scalo sulla rotta di cabotaggio verso i porti del nord. In pochi anni i lusitani spezzarono il dominio swahili sui traffici fra l'Africa e l'oriente ed il destino dell'isola rimase per secoli legato a quelli di Goa e delle Indie Portoghesi.



Vagando per le strade di Ilha si scopre un microcosmo perso nello spazio e nel tempo che racchiude in se molte anime. Uno scorcio fra i palazzi e si ha l'impressione di trovarsi a Lisbona. La vista del porto con la moschea verde sullo sfondo è quella di una medina mediorientale. Viaggiamo fino in India sul filo dei ricordi dell'anziano custode del tempio indù. Sono pochi i fedeli rimasti, ma gli idoli devono essere ancora lavati e cambiati d'abito ogni sera.


Siamo ormai arrivati alla fine del nostro viaggio, gli ultimi chilometri ci separano da Nampula e da un aereo che ci riporterà a casa.

Curata da:
Luoghi visitati:
Lorenzo Astegiano
Quando:
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