Kathmandu - Lhasa - Kathmandu 2004

Si sono chiesti in molti cosa mi portasse ad affrontare un viaggio fatto (anche) di disagi in Tibet. La risposta era ed è ora più che mai: il popolo tibetano. Mi ha colpito la profonda fede che li contraddistingue, ancorata alle loro radici nonostante l’invasione del lontano 1949. Purtroppo la realtà è che esteriormente il Tibet sta davvero trasformandosi in una qualunque provincia cinese come effettivamente è, almeno sulla carta e negli atlanti. Ma non nel cuore dei Tibetani e di chi gli vuole bene. Grandi alberghi e ristoranti stanno sorgendo a un ritmo vertiginoso un po’ ovunque, non solo nelle grandi città. Si trovano Internet Café nei villaggi attraversati da un’unica strada mezza dissestata, dove uomini e donne spaccano pietre e costruiscono muri, dove decine di cani spauriti e diffidenti sonnecchiano senz’ombra di energia. Lhasa e Shigatse sono spaccate in due dai quartieri tibetano e cinese, ma lungo le larghe arterie cittadine munite di piste ciclabili percorse dai risciò, le insegne sono inequivocabilmente cinesi.

Prima tappa, Kathmandu di cui serbavo un bel ricordo, che negli anni si era affievolito e si è risvegliato più forte che mai. Bella Kathmandu con il suo Durbar Square di templi in legno intarsiato e il Thamel, zeppo di negozi e ristoranti e traffico assordante e convulso, così come Patan e il suo Durbar Square. Mistica Kathmandu con Pashpatinath dove ho potuto appurare che c’è una distinzione sociale anche nella morte, dove la povera gente viene deposta su una semplice pira a cui viene dato fuoco senza particolari cerimonie mentre invece i defunti delle famiglie più abbienti vengono accompagnati da un corteo con banda musicale e cremati dalla parte opposta del ponte con rituali piuttosto complessi e lunghi. Il sempre impressionante Swayambhunath, detto anche Monkey Temple che domina la collina con il suo sguardo severo. Cordiale la gente di Kathmandu, sorridente e disponibile, per niente insistente e piena di orgoglio e dignità. Maestose le montagne circostanti, con viste mozzafiato come dall’albergo di Dhulikel dove ogni camera era provvista di terrazza e ogni bagno aveva una grande vetrata dove si poteva fare una doccia “panoramica�? indimenticabile.

Prima notte in Tibet a Nyalam, paesino di passaggio a 3600 m di quota. Il primo segnale che con l’altitudine non c’è da scherzare, non si è fatto attendere. La prima notte, alzandomi di botto per la necessità di raggiungere l’improbabile bagno all’aperto sul piano, la pressione mi è precipitata improvvisamente oscurandomi la vista, spaventandomi a morte e facendomi barcollare nella disperata ricerca della via della camera. Si è risolto tutto in breve tempo, cercando di calmarmi e sedendomi a terra nell’aria pungente. La seconda notte è stata molto meno traumatica e il secondo risveglio con l’acqua, rigorosamente fredda, dei lavandini in comune, portatore di buon umore e battute.

Su consiglio del nostro tour leader ci siamo sforzati di bere 3-4 L di acqua al giorno per contrastare i disagi dell’altitudine. Se all’inizio era imbarazzante dover fermare gli autisti delle jeep per un impellente “toilet stop�?, dopo la decima volta la ricerca di gruppo dell’opportuno cespuglio era fonte di risate e complicità.

Dopo una giornata di viaggio abbiamo raggiunto Tingri a 4200 m dove inaspettatamente abbiamo fatto la piacevole scoperta che nel complesso simil-bungalow c’era una gettonatissima doccia per cui ci siamo messi in coda; quanto è stato piacevole quel filo d’acqua (calda) sulla pelle, quale miglior modo per rendersi conto delle comodità a cui siamo abituati. Qui i disagi dell’altitudine si sono acuiti un po’ per tutti, con conseguenze disastrose per alcuni e un fastidioso mal di testa per me. Ma la vista sull’Everest e la vita che transitava fuori dalle finestre della sala da pranzo comune ripagava di questi fastidi.

Il giorno seguente ci siamo avvicinati al punto di partenza per raggiungere il Campo base. Man mano che ci approssimavamo la mia testa diventava più pesante, l’emicrania che pensavo debellata si ripresentava e una stranissima e incontrastabile sonnolenza si insinuava. Per fortuna c’era un’alternativa alla camminata di due ore buone: un quantomai opportuno calesse per raggiungere quota 5200 m. Ho cercato di eliminare il malessere con una pastiglia e due coramine ma non c’è stato niente da fare. Purtroppo non ho potuto vivere appieno l’emozione di essere nel posto da cui sono partite tante spedizioni, così a lungo immaginata. L’apatia mi aveva preso e proprio non mi abbandonava.

Ritorno in serata a altitudini più probabili (4200 m) e lento ritorno allo stato psico-fisico normale; ormai il peggio era passato e superato. Tashi Dzom: dormitori comuni dove l’acqua per lavarsi alla bell’e meglio si prendeva da un bidone e si travasava in una bacinella, gabinetti nello stile tibetano puliti e… con una bellissima vista al di fuori delle finestre.

Sakya ha portato la sorpresa di un albergo praticamente nuovo e quasi di lusso, con tutte le ormai quasi dimenticate comodità della vita cosiddetta civile. Il monastero di Sakya con i monaci immersi nella preghiera e i numerosi pellegrini in visita mi ha finalmente fatta piombare nella mistica atmosfera che mi aspettavo dal Tibet. C’è stato un primo vero approccio con gente non abituata ai turisti e perciò incuriosita e invogliata da un sorriso, al contatto. Sono stata avvicinata da un uomo anziano che è parso illuminarsi quando gli ho mostrato le figure della guida (benedetta Lonely Planet). Un altro mi è venuto incontro e inaspettatamente mi ha messo in braccio, ridente, il suo bimbo di pochi mesi. E’ stato interessante osservare i costumi, i gioielli e le accurate acconciature di donne e uomini. Dopo queste forti emozioni a cui ho pensato per tutto il giorno, abbiamo proseguito il viaggio per Shigatse, seconda città del Tibet. Visita al monastero (quasi una piccola città) pieno di fascino e mistero, giro della città.

Il nostro viaggio è proseguito sorpassando passi fino a 5400 m dove ormai il mal d’altitudine era un ricordo sbiadito, mandrie di (sorprendentemente) agilissimi yak che si arrampicavano sulle montagne e poi capre, pecore, mucche. Procedendo lungo il sacro fiume Brahmaputra abbiamo raggiunto Lhasa dove la prima sensazione è stata di disagio e voglia di non fermarsi a lungo. Invece il soggiorno di tre giorni pieni non è stato avaro di emozioni forti, come la visita dei monasteri Deprung e Sera, con i pittoreschi dibattiti dei monaci e l’insperato privilegio di assistere alla creazione di un mandala. Meno male che chiedere non costa niente e un approccio umile e un sorriso, possono aprire molte porte.

Le visite di gruppo ci hanno portato al tempio del Jokhang affollato di pellegrini, al maestoso e mozzafiato Potala che domina la città e al Palazzo d’estate dei Dalai Lama.

Di Lhasa mi rimarrà sempre impresso il circuito di pellegrinaggio del Barkhor dove ogni giorno transitano migliaia di pellegrini provenienti da ogni regione del Tibet con i loro bellissimi e variopinti costumi. Il tempo passato staccata dal gruppo per vivere fino in fondo l’emozione di stare in mezzo ai tibetani, seduta nella piazza e lasciandoli avvicinare dalla curiosità per ogni mio gesto, solo per poter scambiare qualche (incomprensibile da entrambe le parti) parola è stato uno dei momenti più significativi del viaggio. Quanti incontri, quanti sorrisi, quanti gesti cordiali mentre le emozioni si susseguivano.

Per finire, ho lasciato anche Lhasa con una certa tristezza. Abbiamo ripercorso la strada inversa per Shigatse, Nyalam e infine Kathmandu.

Così abbiamo riattraversato la frontiera per ripiombare nel caotico e verdissimo Nepal.

I cambiamenti in corso sono troppo devastanti e veloci, ma tornerei se servisse per portare ai tibetani il messaggio che c’è ancora qualcuno che prende a cuore la loro causa, per infondergli coraggio e forza, che non abbandonino la fede e la speranza che un giorno qualcosa possa cambiare e ci sarà un TIBET LIBERO.

Curata da:
Luoghi visitati:
Claudia Fontana
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