Islanda, viaggio alle origini della terra

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È sera quando Keflavik, aeroporto di Reykijavik, ci accoglie dandoci subito la misura di questa "terra di ghiaccio" lambita dal Circolo Polare Artico: gli interni riscaldati e allegri sono rivolti a catturare con grandi vetrate la luce che d'inverno si fa desiderare; è strano quindi l'impatto con il gelido vento polare che soffia rasoterra. L'impressione immediata, che riceverà molte conferme, è che la natura ti sovrasti. Anche guidare è un'esperienza: la strada, priva di barriere, è un nastro di asfalto che si adagia semplicemente su distese di neve o permafrost. Lo spazio appare sconfinato, rare le costruzioni che impediscono la visuale. Non ci sono alberi. Arrivati in città, vediamo luci accese nelle case, nonostante l'ora notturna: qui il contatore non va mai in tilt perché, grazie all'energia geotermica, c'è elettricità in abbondanza.
La mattina seguente, dopo una colazione a base di latte, skir e burro islandesi partiamo per la prima avventura. Il Sole, fermo a 45o circa sull'orizzonte, ci costringe all'uso di occhiali scuri. Prendiamo la N1, la principale strada asfaltata dell'isola, in direzione di Selfoss. Attraversiamo lande ricoperte di ghiaccio, lave vulcaniche e steppa a perdita d'occhio. Solo i superlativi sono adatti al paesaggio: abbiamo osservato imponenti fronti lavici imbiancati di neve, fumarole che sbuffano vapore sulfureo e i cavalli di razza vichinga pascolare liberi e numerosi come greggi , corvi, cigni selvatici, pecore con il mantello folto di lana. E poi laghi ghiacciati, fiumi gorgheggianti, cascatelle, comuni in Islanda a causa dei salti formati dalle eruzioni e dell'abbondanza di acqua. Per un certo tratto ci ha accompagnato anche una nube di ovatta formata da raffiche di vento polare che ci dava l'impressione non molto rassicurante di aleggiare sulla strada senza toccarla e senza... vederla! Superiamo Selfoss, cascata alta e sottile e scorgiamo l'Oceano. Raggiungiamo finalmente Skogar con la sua cascata perennemente attraversata dall'arcobaleno, con vista sulle isole Vestmann.
Il mattino seguente lungo la strada per Selfoss fotografiamo enormi serre dove gli islandesi, grazie ancora una volta all'energia geotermica, coltivano ortaggi. Poi svoltiamo per Geysir ma prima ci fermiamo davanti al cratere di Kerid, laghetto vulcanico splendido e ghiacciato. Visitiamo poi il sito geotermico. Siamo circondati da fumarole e piccole pozze di acqua in ebollizione. Poco più lontano lo Strokkur, il gayser più famoso, esperienza indescrivibile a parole. Si attende, si vede un bacino d'acqua in cui ribolle un azzurrissimo vortice, poi l'acqua gorgoglia sempre più rumorosamente. Infine uno sbuffo altissimo che ricade in miriadi di goccioline. Tutto intorno i piccoli assembramenti di turisti lanciano la stessa esclamazione di meraviglia. Io mi lascio scappare un italianissimo "mamma mia", imitato da giapponesi divertiti. Lasciamo Geysir dopo aver visto lo Strokkur esibirsi almeno sei volte. Alla fine ti fa simpatia come se lo conoscessi da sempre ed è difficile lasciarselo alle spalle. Ci dirigiamo a Gulfoss, forse la cosa più bella che abbia visto finora nella mia vita: una cascata incastonata tra una falda di ghiacciaio e una di neve con un salto finale di 32 m a 130 m3 di acqua al secondo. Per osservarla in tutta la sua imponenza si deve sfidare una distesa scivolosa di ghiaccio ma lo spettacolo è imperdibile. Sembra che la storia e i suoi millenni di stratificazioni che hanno mutato il paesaggio naturale qui non siano passati e che ci si trovi all'alba della creazione. La visita alla natura primordiale, poi, è libera: ci rifletto solo ora, ma qui non si paga nulla.

Ci spostiamo poi a Þingvellir, antico sito del parlamento dei Vichinghi, l'Althing. Il posto è famoso anche per l'impareggiabile vista del rift, la spaccatura tra la zolla nordamericana e quella eaurasiatica che divide in due l'Islanda. Le pareti si allontanano divergendo di 2 cm l'anno. Dentro la spaccatura scorre il fiume con una cascata e accanto si distende un immenso lago in parte ghiacciato, il Thingvallvatn. Con gli occhi ancora pieni di queste immagini, prendiamo la strada di casa.
Il terzo giorno lo dedichiamo alla vita di città. A pranzo andiamo al Perlan, composto da quattro grandi serbatoi ciascuno di quattro milioni di litri d'acqua a 85 gradi (che, come dicevo, forniscono di acqua calda la città). Uno è adibito a spazio espositivo: vi si svolgono fiere, e vi si trovano il Museo Vichingo delle Cere e un ristorante con vista sulla città vecchia e sulla spiaggia. Di pomeriggio giriamo a piedi per la città vecchia e per qualche acquisto di souvenir, manufatti in lana, oggetti di pietra lavica o altrimenti abbigliamento tecnico da montagna. Notiamo la svettante Cattedrale, il mercato coperto, il chiosco segnalato da Clinton per l'hot dog più buono del mondo (l'unico posto in tutta l'Islanda dove ci sia una fila), il lago con cigni e anatre reali.
Il quarto giorno è Pasqua e ne approfittiamo per immergerci nella vita quotidiana di questa strana isola. Assistiamo alla Messa pasquale in islandese nella chiesa delle Suore di Madre Teresa di Calcutta in compagnia di islandesi, filippine e polacche (che i cattolici, qui sparuta minoranza, sposano volentieri). Esco dimenticando la borsa, torno spaventata dopo dieci minuti e la trovo esattamente dove l'avevo lasciata: qui i furti, almeno fino alla recente crisi finanziaria, sono molto rari. Dopo pranzo visitiamo lo zoo con animali caratteristici (foche, volpi...) e Hafnarfjordhur, sobborgo di Reykijavik con villaggio vichingo e piccolo fiordo.

Per Pasquetta partiamo per l'esplorazione della penisola di Reykianes. Procediamo in direzione di Krisuvik su uno sterrato che per la sua compattezza non fa rimpiangere l'asfalto, attraverso una una distesa sterminata di lava punteggiata di verdissimo muschio e di neve candida. Arriviamo alla zona geotermica di Seltun, con acqua solforosa ribollente che, corrodendole, rende di mille colori le rocce circostanti. Poi visitiamo la sperduta Chiesa di Krisuvik: entriamo spingendo appena la porta sempre aperta e sostiamo qualche minuto davanti all'altare tipico di legno dipinto, ponendoci sulle ginocchia un plaid lasciato per il visitatore infreddolito. Uscendo sussurriamo una preghiera davanti alla semplice tomba del vecchio parroco, un timido tumulo ricoperto di licheni. Arriviamo poi all'Oceano su Grindavik, dove è piacevole visitare il Museo della Salatura del Merluzzo. Costeggiamo poi la costa ovest e passiamo dal rift, segnalato da un ponte tra le due pareti delle placche e da un cartello che annuncia che siamo tra i due continenti, Europa e America. Emozionante.
Il sesto giorno lo trascorriamo nella magica Blue Lagoon, una laguna di acqua calda naturale. La silice dà all'acqua un colore lattiginoso di un celeste innaturale, luminescente. Lo stabilimento termale è attrezzatissimo. Fatta la doccia si entra in una piscina coperta separata dall'esterno da una porta. Apri la porta e ti ritrovi sottozero, ma al caldo. Il terreno è cremoso, per via del fango curativo. C'era la tormenta di neve, ma il contrasto con il caldo dell'acqua è sorprendente. Dopo il bagno puoi rilassarti in un solarium chiuso, fare una sauna, mangiare al self service, una spa a tutti gli effetti.

Di pomeriggio a Reykijavik abbiamo visitato il Museo Nazionale d'Islanda in cui si coglie la storia del paese: i Vichinghi che si spinsero fino al continente americano perdendo il treno della storia perché rinunciarono a colonizzarlo, il monachesimo, il luteranesimo, la vita contadina, i pescatori di merluzzo.
L'indomani lasciamo questa terra a malincuore: dall'aereo osserviamo per l'ultima volta la distesa bianca e sorvoliamo il ghiacciaio di Vatnajökull, il più esteso d'Europa. Siamo ancora sulle isole Fær ?er quando già progettiamo di ritornare in Islanda, d'estate, quando è possibile fare la traversata in auto dell'isola per vederne la parte orientale e quando si fanno avvistare le balene.

Curata da:
Luoghi visitati:
Tiziana Palmieri
Quando:
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