Iran in Camper


Cinque equipaggi (Domenico e Donatella, Nico ed Angela, Luciano, Sandra e Annalisa, Mariano, Renata ed io) si ritrovano a Brindisi per un tour in Iran nell'agosto 2000. Imbarco a Brindisi fino a Igoumenitsa, attraversamento della Grecia e della Turchia lungo la direttrice Istanbul-Ankara-Sivas-Erzurum-confine Iraniano.

L'impatto con il posto di frontiera di Dugubayazit è un po' duro: noi uomini facciamo la fila per il visto d'uscita, o meglio facciamo tre file: per il controllo del visto, per i moduli dei camper e per i timbri finali e per il pagamento di una tassa. Tempo: due ore, superando tutte le file dei locali e dei camionisti. Le donne, intanto, entrano tutte coperte con la chador in una sala a loro riservata. Le rivedremo al di la del confine, in Iran. L'ambiente sembra un girone infernale: autobus che scaricano tutti i bagagli in terra, mentre i passeggeri dividendosi in due file, uomini e donne, passano la frontiera a piedi; camion che fanno la fila da non si sa quanto tempo; funzionari della dogana che girano per gli uffici e fra la gente. Tutto questo in un'area ristrettissima. Il confine tra Turchia e Iran è tracciato da un filo spinato e da un cancello scorrevole; le garitte delle sentinelle sono una di fronte a l'altra. Una è appena decorosa, l'altra è senza vetri; c'è un edificio metà turco e metà iraniano, orbene: il tetto in lamiera pitturata in rosso è stato rifatto a metà, fino al limite turco, l'altra parte è fatiscente.

Appena passato il cancello ci aspetta la nostra guida che ci accompagnerà per tutto il viaggio e si rivelerà preziosissima in tutti i posti di blocco, fissi, della polizia disseminati lungo le strade. Sono tanti, ma lui scende con la sua borsa con i documenti e noi ripartiamo senza nessun problema.

Dopo aver visto la chiesa di San Taddeo a Ghara Kelisa, il più importante monumento armeno del paese dove si celebra la messa solo una volta l'anno per tutti gli armeni dell'Iran, il primo impatto con la cultura iraniana l'abbiamo ad Ardabil al mausoleo dello sceicco Safi-od-Din.

Alla prima fermata per comprare il pane azzimo in un forno artigiano ci vediamo oggetto di curiosità da parte della popolazione; molti giovani ci circondano: sono studenti e operai. Quelli che parlano inglese ci fanno mille domande, sono attratti dai camper e da noi; ad un tratto mi offrono un pacchetto di biscotti, ricambio con qualche sigaretta (stravedono per quelle fini) e con una busta di spaghetti già preparata. Quando ripartiamo ci salutano, ringraziano e vanno via con questa busta come fosse un trofeo.

Arriviamo sul Mar Caspio e passiamo la notte Band-er-sali, per loro una importante cittadina turistica; l'indomani partiamo per Masulè, un paese di montagna rimasto così per secoli. La sua caratteristica è di essere talmente appiccicato alla montagna che le stradine interne del paese corrono sui tetti delle case.
Nel dirigerci verso Teheran ci fermiamo per un pasto veloce appena fuori di un paese vicino ad un muro di cinta. Chiediamo il permesso di sostare. Poco dopo sentiamo bussare al camper: è il padrone della casa che ci porta il tè. Scendiamo e facciamo subito amicizia, arrivano altri uomini, si parla a gesti, si scambiano le sigarette, poi ancora tè. Ma sempre rigorosamente fra uomini. Sulla soglia del cancello si affaccia la signora, senza chador, capisco che con lo sguardo cerca le nostre mogli che scendono ed iniziano una conversazione a gesti fino a quando la signora non le invita in casa per un tè. Restiamo tutti sorpresi da tanta gentilezza. Ripartiamo verso Teheran ma abbiamo sbagliato la programmazione della tappa. La strada discretamente asfaltata verso Quazrin diventa in alcuni tratti spettacolare ma molto tortuosa con un traffico incessante di camions, autobus di linea e auto. Praticamente esiste un solo tipo di auto in Iran: sono quasi tutte vecchie, rattoppate e risalenti a circa venti anni fa. Sorpassare con i camper diventa un grande problema e una grande fatica sebbene ci aiutiamo con il CB. Gli iraniani invece ci fanno vedere quello che poi scopriremo a Teheran: hanno superato il problema dell'impenetrabilità dei corpi!

E' quasi mezzanotte quando stiamo per arrivare a Teheran, ma come imbocchiamo l'autostrada ci troviamo nel mezzo di un traffico pazzesco. Sembra Roma o Milano o Torino nella massima ora di punta; sembra che gli abitanti di Teheran preferiscano girare più di notte che di giorno.

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Attraversiamo tutta Teheran e alle due di notte ci fermiamo nell'area di parcheggio antistante il mausoleo di Komeini.

Per giudizio unanime di tutto il gruppo Teheran è una capitale insignificante, non c'è nulla che possa colpire la tua attenzione, tutto è anonimo, tutto è cemento. Ma chi vuol cercare di comprendere l'Iran deve far visita al tempio sacro o mausoleo di Komeini. Noi siamo arrivati nella notte di giovedì ma essendo il venerdì, per i mussulmani, la nostra domenica, abbiamo trovato questo enorme parcheggio stracolmo di pellegrini giunti con autobus, in auto e a piedi che mangiavano e dormivano all'aperto su enormi tappeti stesi sui giardini e sull'asfalto. Si entra nel mausoleo su due file: uomini e donne. Le guardie controllano tutto; a noi, mia moglie ed io, che stiamo in una stessa fila, ci guardano interrogativamente. Non fanno a tempo a dirci nulla perché li precedo: tourist, tourist .Sono sorpresi e ci lasciano passare. Entriamo nella grande sala (quasi un campo di calcio) che contiene la tomba di Komeini; tantissima la gente pur essendo le due di notte: c'è chi prega davanti alla sua tomba, ci sono le famiglie che sono radunate e parlano fra loro, ci sono i bambini che giocano, c'è chi dorme, c'è chi vagabonda.
Nei giardini che sovrastano Teheran e da dove si osserva la città avvolta nello smog, veniamo fermati da alcune ragazze rigorosamente vestite col chador nero; una di esse parla correntemente l'italiano. Ci chiedono notizie dell'Italia, il perché siamo in Iran, che cosa ne pensiamo, ci confessano il loro sogno di vedere e comunicare al di fuori del paese. Ci parlano delle difficoltà di lavorare, della loro voglia di imparare le lingue, anche l'italiano. Notiamo che siamo oggetto di tutti gli sguardi dei presenti, in particolare delle donne che osservano come siano vestite le nostre donne. Per la verità non è che queste siano vestite in modo rigido. Al riguardo però bisogna sfatare molto di ciò che si legge sui nostri opuscoli turistici. Per il turista c'è una certa tolleranza, è sufficiente che le donne portino un paio di calzoni lunghi e abbondanti, con sopra un camicione alle ginocchia, anch'esso abbondante, con le maniche lunghe ed un gran foulard in testa. D'altronde abbiamo notato che all'incirca il 10% delle donne non porta lo chador nero sebbene indossino sempre un abito lungo che copre qualsiasi parte e forma del corpo, magari portato sopra ad un paio di jeans, di colore non vivace unito ad un gran foulard che spesso è bianco.

Dopo Teheran. Qom, il secondo luogo santo dell'Iran dopo Mashad. E' qui che si forma il clero sciita, quì si studia teologia e filosofia, qui studiò Komeini.

La città è importante anche per la presenza del santuario Hazrat-è-Masumet perché contiene le spoglie di Fatamè sorella dell'Iman Rezà. Il complesso è vietato ai non mussulmani e comprende anche la cupola rivestita d'oro. Ma la nostra impareggiabile guida è riuscita a farci entrare nel complesso degli edifici. Colui che ci accompagna, unitamente alla nostra guida, ci dice che siamo i primi europei ad essere ammessi all'interno. Non ci consente però di entrare nella moschea che contiene la tomba di Fatamè. Possiamo effettuare delle riprese e scattare alcune foto seppur molto velocemente. Possiamo ammirare, tra l'altro, una stanza rivestita tutta in stucchi bianchi e rosa; quando passiamo a quella successiva un prete ci vieta gentilmente l'ingresso. A nulla serve l'intervento del nostro accompagnatore, però regala ad ogni componente del gruppo due sacchetti contenenti uno lo zucchero e l'altro il sale.

Lasciata Qom ci dirigiamo verso Kashan. Da qui in poi la strada attraversa zone pre-desertiche molto aride e sassose, ci siamo noi e qualche camion. Kashan è una città oasi un tempo famosa per le sue mattonelle, tessuti e tappeti. Fra le cose interessanti che vediamo ci colpisce un edificio, un tempo privato, con le sue torri di ventilazione che catturando una qualsiasi insignificante brezza lo rendono il luogo fresco e riposante.
Settanta kilometri dopo Kashan c'è un villaggio, Abyaneh, riconosciuto dall'Unesco come bene universale.

Per raggiungerlo si lascia la strada che collega Kashan con Kerman e si segue il corso di una stretta valle abitata da gente che sembra dedita alla pastorizia. Prima di raggiungere questo villaggio incontriamo lungo la strada un paio di cimiteri con un numero di sepolture esorbitanti rispetto al luogo. Molte tombe hanno la bandiera iraniana. La nostra guida ci dice che sono i giovani caduti nella guerra contro l'Iraq. Il villaggio è semideserto perché gli abitanti lavorano quasi tutti a Teheran. Abyaneh è molto fredda d'inverno, per questo le case sono orientate tutte a est e vicinissime fra loro anche perché sono costruite con mattoni di fango ed argilla e sono tinteggiate in rosso scuro. Ai limiti del villaggio la strada finisce davanti ad un'aia alberata; il luogo è fresco e ci sono già predisposti alcuni " barbecue", poiché il luogo viene utilizzato per le feste o i pic-nic. Infatti mentre noi gironzoliamo per il villaggio arriva una famiglia numerosa che dispiega l'immancabile tappeto, mette le bevande nell'acqua fresca che scende dalla montagna e si raduna in circolo per consumare il pasto. Domenico e Donatella vengono invitati a partecipare, si siedono e offrono il nostro pasto, visto che nel frattempo è giunta l'ora di mangiare . Dopo i soliti riti per le foto e i filmati, ci salutiamo e ripartiamo verso Na-in e il giorno seguente verso Yazd sempre attraversando zone pre-desertiche.

Cinquanta kilometri prima di Yazd lasciamo la strada principale e attraverso un tracciato sterrato ci dirigiamo verso Chak-Chak, centro della religione zoroastriana, situato sulle pendici delle colline circostanti. Lo zoroastrismo crede nella presenza di un unico Dio onnipotente rappresentato dal fuoco che deve ardere perennemente. I seguaci di questa religione sono ormai ridotti a piccola minoranza che ha il proprio centro in Yazd. Non praticano la sepoltura dei morti , né la cremazione per non contaminare la terra e l'aria. Il tempio, che si raggiunge dopo molti chilometri di sterrato e una ripida scalinata, contiene, appunto, un fuoco perenne. Presso questo tempio ogni anno giungono molti pellegrini in occasione delle feste religiose zoroastriane.

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La città vecchia di Yazd è considerata una delle più antiche città del mondo. Sono da vedere, assolutamente, le "Torri del silenzio": sono due torri circolari costruite su due colline dove venivano sistemati i morti in modo che i corpi fossero mangiati dagli uccelli o corrosi dal sole e dall'aria.

Da vedere anche un piccolo tempio zoroastriano che contiene un fuoco che arde, dicono, da cinquecento anni prima di Cristo. Dopo aver pranzato in un ristorante tipico, ricavato in un edificio un tempo sede di un bagno pubblico, saliamo su una cupola e sui minareti che la fiancheggiano per ammirare tutto il panorama di Yazd.
Il giorno seguente raggiungiamo Kerman, città importante per essere tappa obbligata del traffico commerciale per il Pakistan. Da qui, lasciati i nostri camper presso l'albergo, con un pulmino andiamo a Bam, o meglio alla cittadella di Arg-è-Bam. La cittadella ti colpisce immediatamente con le sue mura merlate fatta d'argilla e di color rosso-marrone, come il deserto che abbiamo fin qui attraversato. Imponente è l'ingresso; nell'interno delle mura ci sono i ruderi delle vecchie case in fase di restauro, delle piccole torri, ma c'è soprattutto il cuore della cittadella con la sua torre, che domina tutto il complesso, con la casa del governatore, del comandante della guarnigione e le stalle. Da ogni punto le linee della case abbandonate, distrutte o ricostruite si incrociano le linee delle mura merlate. Questa cittadella, che dista ben duecento kilometri da Kerman, con le sue mura, le sue torri, le sue porte, i suoi archi, il colore dell'argilla, merita un viaggio. Bam dista da Teheran 1100-1200 kilometri, ma deve essere vista! Noi vi abbiamo incontrato anche un gruppo di venti motociclisti delle provincie di Padova e Vicenza. Certo incontriamo anche tanti posti di blocco della polizia poiché su questa strada passa tanto oppio ed eroina che proviene dal Pakistan, ma Bam ci ripaga di questo, e del gran caldo, nonostante si viaggi a circa 1800 metri s.l.m..

Rientriamo a Kerman e visitiamo il museo Ganjali Khan. E' un museo particolare poiché era uno stabilimento di bagni pubblici, oggi vi sono riportati dei manichini con i relativi costumi. Ogni manichino rappresenta una classe sociale, quindi la disposizione dei manichini segue l'ordine gerarchico della società del tempo.

Kerman rappresenta il giro di boa del nostro viaggio, da qui ci dobbiamo trasferire sulla direttrice opposta per risalire il paese, ma per raggiungere Shiraz ci aspetta la tappa più lunga e dura del tour.
Dobbiamo fare 550 chilometri, prima fra le montagne, poi giù verso la pianura con insediamenti industriali e zone aride, poi ancora su, poi a fianco di laghi salati che costituiscono una notevole risorsa per la zona e l'intero Iran, poi di nuovo giù tra frutteti ed infine Shiraz.

Nonostante la lunghezza della tappa e il gran caldo (siamo oltre i 40°) arriviamo in buone condizioni di spirito e di forma.

All'arrivo ci attende una bella sorpresa: l'albergo che ci ospita per campeggiare è veramente una bella struttura con tanto di piscina all'aperto. Sarà l'unica che vedremo in tutto l'Iran. Tutti vogliamo farci un bagno, l'organizzazione dell'albergo dà la disponibilità ... solo a noi uomini!
Le donne se vogliono farsi il bagno in piscina potranno farlo .....solo a mezzanotte!! Mentre noi ci prepariamo gli inservienti stendono un telo tutto intorno alla piscina: e' vietato farci vedere in costume!

Il giorno seguente vediamo le rovine di Persepoli e le tombe nella roccia dei re Achemenidi In una giornata torrida ci addentriamo tra le rovine che oggi appaiono come ben poca cosa rispetto a ciò che doveva essere la bellezza della città fondata da Dario il Grande come capitale estiva della Persia ed incendiata da Alessandro Magno, sembra, per ritorsione della distruzione di Atene da parte di Serse. A poca distanza da Persepoli, a Rostam, sono collocate in alto su una parete di roccia le tombe dei re Achemenidi: Dario I e II, Artaserse e SerseI. Le tombe non sono visitabili (non contengono nulla) ma sono tutte circondate da sculture sulla roccia con scene di conquista dei Re.

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Shiraz è una grande e bella città con molte cose da vedere, ma ad un mausoleo non ci è consentito di filmare o fotografare. L'interno è tutto d'oro, argento e specchi: mai visto una cosa del genere!
Le bellezze dei santuari e delle moschee in Iran derivano dai loro rivestimenti, esterni ed interni, in piastrelle, tutte colorate con rappresentazioni floreali o ricami, e gli archi che sorreggono le cupole sono anch'essi tutti rivestiti in maioliche. A Shiraz c'è quello che è considerato il più bel bazar dell'Iran, noi vi abbiamo incontrato anche le famose donne vestite di nero con la maschera di legno sul viso. Impossibile fotografarle o filmarle, comunque sono riuscito a carpire solo tre o quattro fotogrammi. In compenso ho comprato, a poco prezzo, un samovar funzionante. Per loro è antico, per me è vecchio.

Sulla strada per Esfahan ci fermiamo a Pasargade per vedere la tomba di Ciro il Grande. I resti di Pasargade, città anteriore a Persepoli, sono sparsi su una vasta area, ma non sono assolutamente conservati, al contrario della tomba di Ciro che si erge su una piattaforma di pietra, ma che non contiene nulla.

Su una strada asfaltata molto veloce ma altimetricamente varia e con un tracciato all'americana (le due carreggiate spesso sono distanti fra loro diverse centinaia di metri) raggiungiamo Esfahan. Andare in Iran e non vedere Esfahan è meglio non andarci. E' la più bella città del paese, vi si trovano i monumenti più belli, è la città commerciale più importante, tutto ciò che volete trovare in Iran, sia un ricordo o un acquisto, lo trovate qui. Angela disse, vedendo Esfahan, e riferendosi a quanto avevamo già visto: "è tutto un altro mondo". C'è l'unico campeggio di tutto l'Iran anche se non ci va nessuno, al di fuori di qualche turista straniero come noi. La città merita una visita certamente non frettolosa. E' la città con la più grande piazza del mondo, dopo Tien-Ammen. Lunga 500 metri per 160, vi si affacciano le moschee più importanti, è contornata da negozi che vendono oggetti d'artigianato, tappeti e souvenir, vi sono le scuole più importanti di miniature che raffigurano la vita iraniana di un tempo. Potete trovarle da 50 mila lire italiane a qualche milione, ma soprattutto regolatevi con i soldi perché l'uso della carta di credito non è possibile, anche se c'è l'insegna, fatta eccezione per qualche grande negozio di tappeti. Potete ammirare tutta la piazza dai balconi di una casa da tè.
Esfahan è la città delle piastrelle smaltate di color azzurro. Nella più importante moschea dell'Iran, la Masjed-è-Emann, troverete la perfezione delle maioliche; tutto è ricoperto di piastrelle azzurre. La cupola è orientata verso la Mecca, ma l'ingresso alla moschea è sulla piazza. Al suo interno le piastrelle cambiano di colore a seconda l'intensità della luce che le illumina. In un'altra moschea ,Masjed-èSheikhLotfollah, al centro della cupola, rivestita tutta in maioliche, è dipinto un pavone e la luce che penetra nella cupola fa brillare la sua coda che si sposta con il variare della luce. E poi ancora il palazzo Ali Ghapn, che si affaccia sulla piazza, con la sua particolare sala decorata, traforata ed intagliata a forma di strumenti musicali, il parco con il museo nel palazzo delle cosiddette "quaranta colonne" . Fermatevi nei giardini lungo il fiume nei pressi del ponte dei 33 archi, oppure attraversatelo e andate a rinfrescarvi nella casa da tè situata alla sua estremità. In conclusione, fermatevi il più possibile ad Esfahan perché, secondo me, l'Iran senza Esfahan non è Iran, o meglio Esfahan è l'Iran.
Ripartiamo da Esfahan avendo capito, ormai, che il viaggio è finito anche se manca qualche giorno prima di arrivare al confine.
Hamadan è un'altra tappa del nostro giro; è una cittadina molta antica ,importante centro di transito tra Teheran e Bagdad e vi vivono molti curdi. Noi abbiamo solo il tempo di far un lunga passeggiata tra la folla che popola la strada principale. Siamo gli unici stranieri presenti ed attiriamo l'attenzione. Anche qui le più intraprendenti sono le donne . Ci fermano, brevi frasi, saluti e via. Si fa sera, il mercato sta chiudendo, un gruppo di giovani mi ferma. Loro parlano inglese, io no, comunque ci comprendiamo. Facciamo un pezzo di strada insieme ed alla fine mi confermano ciò che avevo altre volte constatato: ci troviamo di fronte ad un popolo gentilissimo e cordiale.

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Attraverso una strada secondaria ,l'indomani ci dirigiamo verso Takab. Diversi i posti di blocco sia perché attraversiamo una zona con molti curdi, sia perché non siamo poi così lontani dal confine iracheno. Ci fermiamo a vedere le grotte di Alì Sadr al cui interno ci sono dei laghi.
Secondo me è più importante il folklore che troviamo che le grotte in se stesse: forse ne abbiamo viste tante.

E' quasi sera, siamo in ritardo, la nostra guida a Cesme Bigar si ferma per informare l'albergo di Takab che arriveremo con molto ritardo. I nostri cinque mezzi sono fermi a pochi metri dal centro cittadino. Veniamo circondati; con curiosità si affacciano ai vetri dei nostri mezzi, li toccano, bussano per vedere di cosa sono fatti, cercano di vedere gli interni. Se potessero entrerebbero tutti. La guardia comunale prima ci lascia stare, ma quando praticamente tutto il paese è sceso in strada per vederci e vedere i camper, ci fa spostare più avanti. Il risultato è modesto, sono sempre tanti a circondarci. Qualcuno con un certo orgoglio ci chiede se andiamo a vedere il trono di Salomone. Affermativo.
Arriviamo a Takab alle undici di sera e ci aspetta una "cava" per parcheggio; ma siamo stanchi. In effetti si tratta di un piccolo sbancamento in roccia recintato e con un guardiano che abita li a fianco, anzi l'ingresso della sua casa è proprio all'interno della "cava". Takab è così lontana e fuori mano da ogni rotta commerciale o turistica! Ogni tanto capita qualche turista strano come noi che vuole andare a vedere il "trono di Salomone". Il giorno precedente si era fermato a dormire li dentro un altro camper. Non ricordo se francese o italiano.

Il Trono di Salomone in realtà è un sito archeologico. Si tratta di rovine di un antico insediamento, in uno scenario molto bello. L'insediamento è circondato da mura fortificate che rinchiudono anche un laghetto. Perché si chiami così nessuno lo sa, certamente il re Salomone non c'entra per niente. Certo è invece che questo piccolo insediamento doveva essere importante se è sempre stato oggetto di conquista da ogni popolo che invadeva questa parte dell'Iran. Anche i Romani arrivarono a conquistarlo.

Finita la visita, finisce anche il nostro tour di 5000 kilometri, non ci resta che raggiungere Tabriz in serata e l'indomani l'immancabile burocratica, caotica ed estenuante frontiera iraniana.

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