INDIA, una tappa a Varanasi e non sarai più la persona che eri

Prima di partire per questo viaggio ho letto molto su questa città e sulle sue antichissime origini , ho cercato foto e recensioni, ho tentato di prepararmi anche emotivamente…ma quando arrivi a Varanasi il primo impatto è sempre e comunque brutale.

Il nostro viaggio nell’India centrale raggiunge l’apoteosi quando arriviamo proprio qui; con ancora addosso l’estasi d’amore profusa dal meraviglioso Taj Mahal, ci ritroviamo come scaraventati da una catapulta, immersi in un labirinto di vicoli brulicanti di gente che si divincola tra placide mucche e cani randagi, mendicanti e deformità umane, biciclette,  motorini  e tuk-tuk strombazzanti all’inverosimile.

L’afa monsonica che si appiccica alla pelle e impasta i vestiti mi stordisce quasi quanto la frenesia, il rumore incessante dei clacson e gli odori nauseanti che nemmeno lo smog riesce a coprire.

Il passaggio di un feretro portato a spalla, tutto decorato e ricoperto di sole stoffe colorate e accompagnato dalla recita del suo mantra, ha un effetto ipnotico su di me; resto attonita a guardarmi intorno come se avessi una lente d’ingrandimento sulla miseria della condizione umana di questa realtà.

Il mio primo desiderio è di fuggire all’istante, ma, superato l’impatto iniziale, riesco ad osservare quello che prima riuscivo solo a vedere.

Ed è allora che, nonostante tutto, inizio a percepire il calore della gente, il loro sereno misticismo e la composta rassegnazione, i loro sguardi interessati e i cordiali sorrisi…e gli occhi dei bambini.

Quei grandi occhi neri di bambino che ti strizzano il cuore solo al pensiero che stanno vedendo le tue stesse cose, quelle stesse cose che però sono la loro vita, sono il loro mondo.

Per poter tentare di comprendere questa antichissima città e la sua gente è indispensabile conoscere almeno alcuni aspetti religiosi che la legano profondamente all’induismo; Varanasi è la città di Shiva, è la più importante delle sette città sante dell'India ed è qui che ogni induista, almeno una volta nella vita, si deve recare in pellegrinaggio e immergersi nel sacro fiume Gange per compiere le proprie abluzioni.

Varanasi è anche la città dove gli induisti aspirano a terminare la vita terrena con lo spargimento delle proprie ceneri nelle acque del fiume sacro, perché solo in questo luogo gli dei concedono la possibilità di sfuggire al samsara, ovvero al ciclo eterno di morte e reincarnazione.

L’accesso al fiume sulla riva occidentale è agevolato dalla presenza di scalinate di pietra (dette ghat) che portano direttamente all'acqua e ogni ghat ha una funzione specifica; ci sono i ghat per le cerimonie, quelli per le preghiere, quelli per lavarsi o per fare il bucato, e poi ci sono i ghat per le cremazioni che permettono di lavar via le ceneri dei morti con l’acqua sacra del fiume.

Questo ciclo monsonico si è rivelato particolarmente intenso e il fiume, gonfio, livido e limaccioso, è esondato quasi totalmente arrivando a lambire anche i vicoli più prossimi.

La navigazione sul fiume è teoricamente proibita e i ghat sono quasi completamente sommersi,  ma i rituali e le scene di vita di questi luoghi non si fermano, perché la vita della città è lo stesso qui, questo è il cuore  pulsante e qui, dalle prime luci dell'alba fino al tramonto, lungo le gradinate dei ghat, tutta la vita sembra iniziare e concludersi in tutti i suoi aspetti di vita e di morte terrena.

Il luogo delle cremazioni, che normalmente avvengono sul ghat dedicato, è stato quindi spostato in un piccolo piazzale che si apre tra stretti vicoli e immense significative cataste di legna.

Ci arriviamo il mattino presto, nella speranza di accusare meno il calore e di trovare meno ressa, e attendiamo l’inizio delle cerimonie osservando tutto il quotidiano rituale di preparazione.

Ai nostri occhi ‘infedeli’ risulta tutto alquanto macabro: gli addetti alla pulizia scavano con le mani e rastrelli tra le ceneri del giorno precedente portando via i pezzi più grossi di legna e le ceneri rimaste, i cani randagi e le mucche scavano e rovistano a loro volta in cerca di qualcosa a loro ‘utile’.

Nel frattempo si sta preparando la nuova pira di fianco al feretro appena arrivato e poggiato a terra, rivestito di addobbi, fiori e colori; mi soffermo ad osservare il corteo funebre dei parenti e non trovo né pianto né disperazione, percepisco solo un sereno e profondo raccoglimento.

È una cerimonia molto semplice e fatta di gesti essenziali, ma quando viene acceso il fuoco i miei occhi cercano la fuga spostando lo sguardo verso il fiume.

Nonostante la distanza non posso non notare l’unica barca che lascia la riva, sfidando la corrente si porta verso il centro del fiume per affidare alle sue acque quelle piccole figure di bambini avvolte in teli bianchi e per i quali non è prevista la cremazione, in quanto considerati esseri già puri.

Il medesimo rituale funebre è riservato ai cadaveri delle donne in gravidanza, degli uomini morsi dal cobra, dei lebbrosi e dei santoni; ecco perché guardando il fiume capita molto spesso di vedere i loro corpi senza vita che galleggiano trasportati dalla corrente.

Se ci si limitasse a guardare solo questi aspetti della città, della sua popolazione e della sua cultura, potrebbe venire la tentazione di escludere Varanasi dalle proprie mete di un viaggio in India, e invece, per quanto  le condizioni igieniche ed ambientali e l’impatto emotivo siano indubbiamente molto ‘impegnative’, sarebbe sicuramente una mancanza.

Oltre che essere una meta di pellegrinaggio continuo, Varanasi è brulicante di svariate attività sia commerciali che culturali.

Città antica quanto Babilonia, grande e caotica, nel dedalo delle sue sordide viuzze si può avvertire anche il suo misterioso ed esaltante fascino semplicemente sbirciando oltre le porte dei templi non accessibili o alle inferriate delle scuole religiose dei futuri bramini, girovagando senza meta al mercato della seta e a quello dell’ottone o semplicemente accettando l’idea di perdersi nel labirinto di vicoli ingombri di negozi di ogni genere.

Dopo tre giorni vissuti in questa intensa città, sopraffatti dal subbuglio di emozioni spesso incontrollabili, ci avviamo alla stazione ferroviaria per proseguire il nostro viaggio in questo incredibile paese.

Ci portiamo via una collezione di sensazioni molto contrastanti tra loro.

Il fascino delle cerimonie religiose avversa  il senso di orrore della morte dei corpi, la cordialità della gente fa a pugni con l’assillante insistenza dei venditori ambulanti, le condizioni igieniche della città e lo stato di miseria in cui versa una buona parte della popolazione non ti spiega come si possa restare pervasi da questo misterioso fascino esaltante.

In conclusione vi posso dire che l’esperienza di Varanasi è unica nel suo genere ed è difficile da classificare, ma se la si vuole bisogna essere pronti a tutto.

Non chiedetemi se ci ritornei, perché non vi saprei rispondere; l’unica cosa certa che vi posso dire è che sono tornata soddisfatta della mia esperienza e, soprattutto, con un bagaglio di emozioni molto più ricco. 

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Rita Caruso
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