Il fascino unico di Trieste

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«Scusi, la prossima fermata è Trieste?»
«Comandi?»
«Ehm...la prossima fermata del treno...è la stazione di Trieste?»
«Ah, go capì, xé foresto»
«...»
«Si si, xè Trieste»
Il primo impatto con la città giuliana è un dialogo che si consuma in una carrozza della seconda classe dell’interregionale Venezia Santa Lucia – Trieste Centrale. Superata la fermata di Monfalcone, lentamente, ci si avvicina a questa città ai confini nord-orientali di un’Italia che appare sempre molto più lontana, diversa, altra. Ancora prima di scendere dal treno ti accoglie un idioma sconosciuto che ti classifica come foresto, uno di fuori, «uno che parla in lingua» e non capisce nulla del dialetto locale. Ma se ti fermi ad ascoltare con attenzione capisci che quella parlata, apparentemente così astrusa, trasmette, invece, lo spirito stesso della città: termini veneti che si mischiano con parole slovene, mentre il tedesco e il croato, rielaborati e adattati, fanno la loro saltuaria comparsa in alcune frasi. Un’unione che a volte sembra trasformarsi in scontro, ma che dona una singolare armonia alla parlata: questa è Trieste, terra di confine in cui i popoli si incontrano e scontrano da sempre, ma riescono a dare vita a un’originale atmosfera di complicità che raramente è riscontrabile in altre città italiane.
Usciti dalla stazione, in piazza della Libertà, la prima statua che si incontra è quella di Sissi, imperatrice d’Austria: sembra quasi un messaggio destinato ai foresti abituati ai classici busti di Garibaldi o Mazzini. Qui la Storia ha lasciato un segno diverso da quello a cui siamo abituati: i fasti dell’Impero Asburgico, di cui Trieste era il porto, riecheggiano tra i palazzi e le vie del centro e può succedere di entrare in un bar e scoprire che al posto delle fotografie di calciatori ci siano quelle di Francesco Giuseppe o i simboli della glorioso passato austriaco. Un discorso a parte lo meriterebbe l’antica arte che richiede un’azione apparentemente semplice come ordinare un caffé: qui esistono il nero, il gocciato, il capo in b, il caffelatte e molte altre varianti di quello che altrove viene semplicemente chiamato caffé o caffé macchiato.
Ma lasciamo da parte queste fantasiose e curiose distinzioni per tuffarci nella città iniziando dal Borgo Teresiano, il rione che da piazza della Libertà porta verso il centro cittadino. Un tempo questo era il regno dei "jeansiari", cioè dei commercianti che, fino ad alcuni anni fa, guadagnavano con la vendita di tutto ciò che nella vicina Jugoslavia non si trovava: sloveni e croati arrivavano in massa per acquistare pezzi di mondo occidentale, di cui i jeans erano il simbolo. Oggi la zona è diventata una piccola Chinatown, con lanterne rosse fuori dai negozi e bambini cinesi che fungono da curiosi interpreti tra il dialetto triestino e il mandarino. I clienti sono sempre gli stessi, cambia solo generazione: auto slovene e croate occupano buona parte dei parcheggi che ci conducono al Canale Grande e a piazza Sant’Antonio. E’ facile vedere qualche turista farsi immortalare accanto alla statua di James Joyce, posizionato sul Ponte Rosso che conduce al vero centro cittadino, il salotto della città, piazza della Borsa e, proseguendo, piazza dell’Unità d’Italia. Qui pulsa la vita della città giuliana: l’economia, la cultura e la storia si uniscono in uno scenario da mozzare il fiato che costituisce, giustamente, l’orgoglio di tutti i triestini. Chiusa su tre lati dai suggestivi palazzi sedi del Municipio, della Prefettura e della Giunta Regionale, piazza Unità per superficie è la più grande piazza d’Europa che si affaccia sul mare: lo spettacolo è davvero unico, sembra di essere in una grande stanza affacciata sul Golfo di Trieste con le pareti costituite da antichi e imponenti palazzi dell’800. Proseguendo nel nostro cammino cittadino ci imbattiamo in quella che un tempo era forse la zona più difficile del centro, Cavana: oggetto di un interessante ed elegante recupero, questa parte storica della città offre al visitatore alcuni luoghi di notevole piacevolezza oltre che molti esercizi pubblici di ricercata raffinatezza. Tra questi una menzione speciale la meritano sicuramente Chocolat, oggetto di vera e propria adorazione per chi non sa rinunciare a una sana e gustosa dose di dolcezza, e Sora Rosa, il tempio della cucina triestina: in questo locale semplice e genuino è possibile gustare i piatti più tipici della cucina locale, come la jota, uniti a pietanze "importate" e adattate: canederli, sardoni in savor, gulasch e altre prelibatezze rendono Sora Rosa un appuntamento imprescindibile per chi volesse unire la bellezza della città alla bontà della sua cucina.
Per digerire i lauti pasti consumati possiamo scegliere tra due soluzioni: la prima ci porta in cima a Trieste, al Castello di San Giusto, costruzione medioevale ottimamente conservata che offre ai visitatori un panorama unico sul complesso cittadino e sui suoi dintorni.
La seconda soluzione è invece quella di raggiungere le Rive e passeggiare lungo gli ampi marciapiedi che costeggiano l’arteria principale della città fino a raggiungere il Salone degli Incanti, o ex Pescheria: in questo ampio spazio vetrato vengono allestite mostre e incontri su temi diversi che attraggono visitatori da tutta Italia. Se invece abbiamo uno spiccato interesse per la natura, allora possiamo entrare nell’acquario di Trieste, divenuto famoso, anni addietro, per il pinguino Marco, icona cittadina, noto per le sue performance pubbliche.
Un vero turista in giro per Trieste non può mancare alla foto più classica e più ambita: quella sul molto Audace, una lingua di cemento che si protende verso il mare e sembra volerlo solcare verso l’orizzonte. Nei giorni di bora, souvenir classico della città giuliana, le tv nazionali sono solite trasmettere le immagini di quei pochi e avventati turisti che rischiano l’incolumità avventurandosi sul molo, sprezzanti del pericolo e inconsapevoli delle possibili conseguenze. Ma nei giorni di sole, quando la bora è di là da venire, il Molo Audace è frequentato molto sia da turisti che da autoctoni in cerca di un momento di relax.

Se però avete una vena di curiosità antropologica, allora dovete assolutamente programmare una mattinata a Barcola: leggermente fuori dal centro cittadino, Barcola è la spiaggia ufficiale del vero triestino. Meta di pellegrinaggi quotidiani nel periodo estivo, il lungomare in cemento e pineta offre uno spaccato naturale della triestinità sin dalle prime ore del mattino con i primi e intrepidi personaggi che iniziano ad occupare qualche metro quadrato con teli mare, seggiole e tavolini. Quando però trovare un posto a Barcola diventa un’impresa ardua, allora conviene orientarsi verso mete meno frequentate e più fresche. Una prima tappa ci porta al Faro della Vittoria, imponente struttura visitabile dalla rara bellezza architettonica. Proseguendo possiamo raggiungere il Carso, a pochi chilometri di distanza, in grado di offrire splendide itinerari per salutari passeggiate in mezzo ai boschi inframmezzate da brevi soste presso le osmize, sorte di trattorie locali nei quali è possibile degustare ottimi affettai accompagnati da saporiti vini, come il Terranno o il Vitovska.
Per ritornare in città e concludere così la nostra breve visita a Trieste sfruttiamo il mezzo di trasposto pubblico più caratteristico, il tram che da Opicina ci porta in piazza Oberdan: da qui raggiungeremo la stazione dalla quale eravamo partiti.
Trieste è una dai mille volti: un crogiuolo di lingue e culture che si incontrano e scontrano, ma che creano un’atmosfera unica e singolare. Nel giro di pochi metri, ad esempio, si possono visitare una chiesa cattolica, una greco ortodossa e una serbo ortodossa per finire il piccolo tour religioso all’imponente sinagoga. Passeggiare per le vie del centro cittadino significa ripercorrere la storia di un’Italia diversa e affascinante, in cui i segni del passato appaiono qui e là a testimonianza della ricchezza culturale di una città tutta da scoprire.

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Fiamma
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