Gringo Trail, Perù

PREPARATIVI

"In Africa no perché non voglio fare le vaccinazioni e l'Asia non mi ispira" dice la mia compagna in sede di scelta della destinazione. Tenuto conto che in Australia ci siamo già stati entrambi e che l'Europa ormai ci va un po' stretta, non è che le alternative siano poi infinite... Rimane quindi solo il Sud America, che ai miei occhi non ha il fascino di Africa e Asia, ma il Perù ci pare comunque una buona scelta giusta per quantità di cose da vedere. Il tempo a disposizione è sempre il solito, la seconda metà di ottobre. Il paese è grandicello, i siti archeologici e naturalistici sono variamente distribuiti e quindi bisogna effettuare delle scelte: ci concentriamo sul cosiddetto Gringo Trail, l'itinerario più tradizionale che da Lima giunge a Cuzco, includendo Machu Picchu e il Lago Titicaca. Ci sarebbero siti archeologici interessanti, e in generale aree meno turisticizzate, nel nord del paese, così come mi piacerebbe fare qualche giorno nella zona di foresta amazzonica del parco Manu ma non c'è tempo a sufficienza per tutto. Provo ad informarmi per un fly&drive, la modalità che preferisco per avere la massima libertà e flessibilità ma nei diversi racconti di viaggio che ho trovato su internet solo uno ha noleggiato l'auto, peraltro facendo solo il tratto costiero e non quello più impegnativo andino: tutti gli altri hanno usufruito degli autobus. Alla fine anche noi optiamo per questa soluzione, di gran lunga più economica che, in cambio, permette un maggior contatto coi locali. In realtà, il contatto coi locali su questi mezzi è decisamente relativo: i bus che abbiamo preso noi sono quelli più lussuosi e quasi esclusivamente utilizzati da viaggiatori occidentali, che scelgono questo tipo di compagnie non solo per il comfort (e quando si sta in bus per lunghe ore non è che dispiaccia stare comodi) ma anche perché vi è controllo sui bagagli, che nei mezzi popolari sono sempre a rischio furto, come mi hanno raccontato amici che facevano i turni di veglia per monitorare gli zaini. Difatti la consegna dei bagagli alla stazione è proprio in stile aeroporto, con tanto di scontrino utile per il ritiro degli stessi a destinazione.

 

Non volendo far parte di un tour organizzato e vederci sempre le stesse facce attorno, siamo partiti senza nessuna prenotazione ma, una volta giunti sul posto, abbiamo accettato l'offerta di un'agenzia che ci ha contattato nel primo albergo di Lima di organizzarci spostamenti ed escursioni fino ad Arequipa. Del resto, senza un'auto a disposizione, ogni singola escursione va organizzata un po' per tempo sia per non doversi prendere un taxi apposito tutte le volte. Ad Arequipa, dove il bed&breakfast ce lo siamo trovati da soli, abbiamo contattato un'agenzia locale per l'escursione di due giorni al Canyon del Colca e il biglietto per Puno. A Puno abbiamo prenotato la visita alle Isole Uros e all'isola di Taquile, tranne il pernottamente in quest'ultima che può essere fatto solo in loco, e preso un taxi alla stazione degli autobus per visitare Sillustani che altrimenti avremmo dovuto saltare. Il tassista ci ha chiesto se andavamo poi a Cuzco, come di norma è prassi per chi fa la Gringo Trail, e ci ha dato il telefono di un suo amico che ci è venuto a prendere alla stazione degli autobus: abbiamo usufruito dei suoi servigi per i due giorni e mezzo che abbiamo girato per la Valle Sacra - e vista la quantità di siti da visitare non credo che coi mezzi pubblici avremmo potuto vederli tutti anche se questo ha significato qualche sosta di tipo commerciale che si poteva evitare - mentre il giro per Cuzco e l'escursione di due giorni per Machu Picchu l'abbiamo prenotata in un'agenzia locale.Ci sono anche altre possibilità, rispetto al classico tour in bus prenotato da casa o di tratta in tratta come abbiamo fatto noi: ci sono guide - ne avevo trovata una italiana - che in pratica si offrono di accompagnarti come se fossero un viaggiatore come te, con lo zaino in spalla. Ovviamente gli vanno pagati costi e tariffa, ovviamente non c'è da sbattersi in prima persona e si vengono a sapere più cose da uno che conosce il posto ma si perde l'esperienza e la formativa complicazione del fai da te.Come sempre succede in ogni viaggio c'è sempre qualcosa che non va o che, per un motivo o l'altro, non si riesce a fare. Una volta decisa la destinazione e l'itinerario in linea di massima cerco di conoscere quali sono gli eventi interessanti che coincidono col periodo scelto. Oltre all'ormai classico Halloween che coincide con la chiusura del viaggio, avevo individuato due eventi a cui tenevo: la processione del Senor de los Milagros, la più imponente del paese, e la Festa dei Morti che in Sud America è sempre molto sentita e, a suo modo, divertente. Sulla seconda riesco a trovare delle immagini su internet che confermano che è cosa interessante anche a Lima. Allora organizzo il volo di rientro da Cuzco a Lima per 1° novembre, in modo da essere il 2 Novembre nella capitale, godermi l'evento e partire in serata per il ritorno in Italia.Purtroppo solo a Lima ho capito quello che in settimane di organizzazione a tavolino non era stato specificato da nessuna parte: in realtà la festa grossa si tiene il 1° novembre, quello che loro chiamano il Giorno dei Vivi, in contrapposizione con il Giorno dei Morti del giorno seguente. Morale, abbiamo anticipato la partenza dalla Valle Sacra per nulla, meglio sarebbe stato visitare ancora quella zona, dove peraltro questo tipo di evento è più sentito che nella ormai occidentalizzata capitale. Almeno Lima al nostro ritorno aveva appena chiuso la stagione della garùa perenne, regalandoci un ultimo giorno di cazzeggio al sole.

 

LIMA

Capitale del paese sia per tradizione, costruita e voluta capitale dal conquistador Francisco Pizarro, sia per numero di abitanti, visto che da sola ha quasi un terzo degli abitanti dell'intera nazione, è quasi impossibile arrivare in Perù senza passarvi, benché non sia fra le cose più belle da vedere. Sorge vicino all'Oceano Pacifico, che guarda all'alto di una costa alta una trentina di metri e alle spalle ha un territorio desertico. La prima cosa che stupisce di questa città è il clima. Ad appena 12° a sud dell'equatore e a livello del mare, uno si aspetterebbe spiaggie caraibiche percorse da donzelle in bikini, come succede in Brasile alla stessa latitudine. Invece la gelida corrente di Humboldt proveniente da sud mantiene le acque fredde e raffredda l'aria che non riesce a scambiarsi con quella sovrastante più calda. Poi le vicine Ande bloccano le nuvole che nascono da questa situazione che non riescono praticamente mai a trasformarsi in nuvole che possono scaricare pioggia. Morale: piove pochissimo, meno di 10mm all'anno, e l'umidità si scarica sotto forma di pioviggine, la famosa garùa, che rende tutto grigio nei mesi più freddi da aprile a ottobre.Il centro storico è Patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO. I punti di interesse sono:

- Plaza Mayor, circondata di palazzi in stile coloniale con le belle terrazze chiuse in legno;

- sulla stessa piazza si svolge, davanti al non intimenticabile Palazzo del Governo, l'elaborato cambio della guardia, con cavalli, cavalieri e banda che fanno il giro della piazza;

- sul lato a sinistra del Palazzo del Governo, c'è la Cattedrale di Lima. Eseguita su disegno di Francisco Pizarro, ne contiene la tomba;

- la chiesa del Convento di San Francisco, dalla gialla facciata in stile neoclassico spagnolo;

- il bel palazzo in barocco spagnolo di Torre Tagle;

- i quartieri signorili di Miraflores, ora dominato da un centro commerciale che dà direttamente sul mare e dal quale si possono ammirare i surfers e dei bei tramonti, e di San Isidro;

- il poco raccomandabile quartiere di Gallao, costituito da casupole a coliri pastello che si inerpicano sulle vicine colline;

- il sito archeologico di Huaca Pucllana, costruito in adobe (i mattoni in fango essiccato che tuttora vengono utlizzati dai locali) testimonianza della cultura Lima risalente al 200/700 d.C.

La città è strana, offre begli squarci ma anche quartieri desolati. Una cosa che mi è rimasta impressa sono i tetti. Visti dall'alto sono in pratica dei piani non terminati, come se ci si aspettasse di proseguire la costruzione dei lavori: di fatto diventano degi disordinati sgombrarobe, grigi di polvere, con i ferri del cemento armato che rivelano una tradita aspirazione verso l'alto.

 

LA PROCESSIONE DEL SENOR DE LOS MILAGROS

Quando posso cerco sempre di partecipare alle feste delle culture che visito e rimandiamo la partenza da Lima di un giorno per assistere alla processione del Señor de los Milagros. Si tiene ogni anno, il 18, 19 e 28 ottobre, dedicata all'immagine di Cristo che appare nell'affresco all'interno del Santuario de Las Nazarenas, uno dei pochi muri a sopravvivere ad un disastroso terremoto nel XVII secolo.

La mattina la sveglia suona molto presto, scendiamo dall'albergo senza fare colazione e ci dirigiamo al Santuario. E' già pieno di gente per le strade e difatti, al nostro arrivo, la folla in loco non ci fa permette di avvicinarci a meno di un centinaio di metri. Esce il baldacchino che trasporta l'immagine sacra ma la folla è troppa, si vede solo in lontananza, tra le braccia alzate dai fedeli. Allora ci allontaniamo, percorriamo strade laterali e torniamo sul percorso della processione più a valle, conquistando un posto vicino a dove dovrà passare. Vediamo da lontano il baldacchino, circondato dal fumo dell'incenso profuso avvicinarsi molto lentamente e ogni pochi metri fare una pausa per "ascoltare" le preghiere e i canti che gli vengono indirizzati. Sarà a circa duecento metri da noi, in una strada larga almeno una trentina di metri, dove non c'è posto per uno spillo. Altrettanta gente c'è alle spalle del baldacchino e altrettanta alle nostre spalle, anche loro in attesa che passi. Non penso di discostarmi molto dal vero a presumere di essere circondato da un milione di persone, nonostante non sia riuscito a vedere nemmeno un occidentale. Quando finalmente giunge alla nostra altezza, il vero miracolo è fare le foto, tra i fedeli che spingono da tutte le parti. La fortuna è che i peruviani sono decisamente bassi e io, pur non superando i 170 cm, dal bordo del marciapiede centrale svetto manco fossi un pivot. Appena passato il baldacchino, cerchiamo di allontanarci il prima possibile dalla calca, cosa che ci riesce dopo un quarto d'ora di spintoni assurdi tipo quelli che ci si può aspettare per entrare ad un concerto di un popolare gruppo rock. La mia compagna ne ha avuto abbastanza e torna in albergo per fare colazione, io ho lo stomaco bloccato dall'eccitazione e le dico che la raggiungerò poi in albergo, volendo fare delle foto migliori.

Avevo notato, il giorno prima, i preparativi presso una chiesa sul percorso e ci avevano detto che, se ci fossimo presentati entro 9:00 di mattina, ci avrebbero consentito di vedere la processione dall'interno del cortile della chiesa, che sarebbe poi stato chiuso per evitare l'assalto della folla. La raggiungo in tempo ma i posti buoni sono già andati e comunque la visione è ostacolata da un alto recinto. Prendo allora posizione all'esterno, aggrappato al punto più alto dell'inferriata. Bene, non mi resta che attendere, cosa meno noiosa di quanto mi aspettassi visto che devo continuamente difendere la mia postazione da delle vecchiette sfacciatissime. Tutto intorno è un ribollire di gente che indossa di abiti colore viola con cordoni bianchi, i colori della processione. Le donne hanno spesso il capo velato e un'immagine del santo appuntata. Pian piano il corteo si avvicina, e passando in un tratto di strada molto più stretta, la calca nei suoi pressi raggiunge il parossismo. Ora è giunta davanti alla chiesa e posso vedere meglio quanto prima avevo visto di sfuggita. Davanti al baldacchino, trasportato a braccia da una trentina di uomini che si danno il cambio, ci sono alcune decine di donne, tutte vestite di viola con un velo bianco in testa. Camminano all'indietro, per non dare mai le spalle all'immagine sacra e tengono in mano degli incensieri che spargono il loro forte profumo. Molte hanno anche delle sedie portatili, che sfoderano durante le lunghe pause che costellano il tragitto. Difatti ora, davanti alla chiesa, la processione sosta per almeno mezz'oretta, fra canti e lunghi discorsi inneggianti al Señor de los Milagros. Tutto intorno alle donne e al baldacchino c'è il servizio d'ordine, costituito da centinaia di uomini con gli stessi colori che reggono un cordone che funge da transenna mobile e che, tra persone che salmodiano con trasporto a occhi chiusi, altoparlanti che diffondono musica sacra a tutto volume, balconi dai quali vengono catapultati coriandoli, cercano di contenere l'entusiasmo della folla a forza di spintoni. Nonostante l'equilibrio precario riesco a scattare qualche bella foto, poi attendo che defluisca la folla, mentre le mie gambe, l'unica parte di me rimasta ad altezza d'uomo, vengono schiacciate contro l'inferriata: non oso immaginare cosa debba essere stare lì sotto.

 

PARACAS

Cominciamo gli spostamenti in bus, in direzione sud. Prima destinazione Paracas, visto che Pisco, la località dove di norma si pernottava, non si è ancora ripresa dal devastante terremoto di magnitudo 8.0 di due anni prima. Paracas è un sonnolento paese sul mare, che vive di pesca e di turismo. Due sono le cose che attirano qui i turisti:

- le Isole Ballestas, talmente ricche di fauna da essere soprannominate "le piccole Galapagos". Dislocate ad una dozzina di km dal porto di Paracas, necessarie un paio d'ore per raggiungerle, danno ospitalità a foche, otarie, pellicani, cormorani, sule, pinguini e altre varietà di uccelli. Queste isole, prima della diffusione dei fertilizzanti chimici, erano un importante luogo di raccolta del guano, che cresce al ritmo di diversi metri all'anno. E difatti si consiglia di tenere in testa un cappello durante la visita: le goccioline bianche che immancabilmente vi colpiranno non sono di panna... Durante il viaggio c'è modo di ammirare dal mare il geoglifo di circa 180 metri di altezza detto il Candelabro, opera della civiltà Paracas che è esistita in questa terra tra il 750 a.C. e il 100 d.C. Esistono ancora diversi dubbi sul significato di questa imponente opera, che variano da chi la ritiene una specie di indicazione per i naviganti a chi gli attribuisce un simbolismo sacro, con interpretazioni della figura che variano dall'albero della vita al cactus San Pedro dalle prorpietà allucinogene;

- il Parco Naturale di Paracas, nell'onomina penisola, abbastanza desertico ma che offre belli scorci. Vistiamo una laguna dove i pochi fenicotteri sono talmente lontani che quasi non si distinguono; vediamo quel che resta di un faraglione a forma di arco crollato nel terremoto citato, ai piedi di una vertiginosa scogliera; alcune belle spiaggie, in particolare una dalle sabbie rosse; una piccola baia pacifica sulla quale dà un ristorantino dove abbiamo pranzato assieme ad una coppia di tedeschi e nel cui parcheggio girava indisturbato una piccola otaria.Paracas è gradevole, con una bella spiaggetta - dove per balneare ci vuole un bel coraggio visto la temperatura dell'acqua -, negozietti e pellicani ormai abituati ai turisti e che si lasciano avvicinare senza particolari problemi. Sul lungomare ci sono diversi ristorantini dove, ovviamente, il pesce è la specialità della casa.

 

NAZCA

Che ci crediate o no, non abbiamo incontrato Roberto Giacobbo di Voyager. Scherzi a parte Nazca è un luogo a suo modo imperdibile, non fosse altro per le strampalate leggende che lo circondano sulle linee leggibili solo in volo (ma non è vero, alcune si possono vedere dalle colline) e quindi, secondo certuni, necessariamente fatte dagli extraterrestri. In realtà i geoglifi sono stati tracciati, rimuovendo delle pietre con indubbia abilità tecnica, dalla civiltà Nazca, attiva in questa zona tra il 300 a.C. e il 500 d.C.. Poi l'assenza di pioggia e l'assorbimento di calore da parte delle pietre che alzano aria calda proteggondoli dal vento, hanno fatto sì che queste delicati disegni siano giunti fino a noi praticamente intatti.

I geoglifi più famosi sono i più grandi come "il Pellicano" o "Alcatraz" (lungo 300 m e largo 54 m), "il Colibrì", "la Scimmia" e "il Condor" (130 m per 115 m di larghezza) e i più spettacolari come "il Ragno", "le Mani" e quello cosiddetto "l'Astronauta", in realtà un essere umano la cui testa piuttosto grande ha dato origini alle speculazioni di cui sopra.

Il volo è stato abbastanza una sofferenza, con il pilota che cabra bruscamente per permettere ai passeggerri di entrambi i lati del finestrino di vedere i geoglifi. Noi avevamo preso le pastiglie contro il mal d'aria e, pur non vomitando come le nostre compagne di volo australiane, abbiamo avuto lo stomaco scombussolato per un paio d'ore. benché ci fossimo presentati all'aeroporto di buon ora, purtroppo non abbiamo potuto scegliere di volare la mattina presto, quando la luce è più radente e le linee più distinguibili: a mezzogiorno, col sole a picco, vedere i disegni non è per niente semplice. Quando il pilota indicava dove guardare lo facevo ma non sempre riuscivo a distinguere qualcosa.

 

AREQUIPA

Da qui in poi si entra in territorio andino e le altezze saranno sempre piuttosto considerevoli. Arequipa è la seconda città del Perù, detta "La Ciudad Blanca" per via del sillar, la pietra utilizzata per la costruzione della maggior parte delle belle chiese e palazzi che le hanno meritato il riconoscimento di patrimonio dell'Umanità dell'UNESCO. Costruita ai piedi del vulcano El Misti il cui profilo incombe sulla città, è a 2.300 msl. Pernottiamo presso una specie di bed&breakfast gestito da un'anziana signora, ex-avvocato, che ci dà una dritta molto apprezzata sul mal d'altura cui l'indomani potremmo dover combattere. Arequipa è piacevole, non c'è la nebbia della costa, anzi il cielo è terso e la luce inonda ogni cosa. Visitiamo la Cattedrale all'interno della quale si tiene la messa: è una messa cantata, ma non la solfa che di solito intendiamo con questo termine. Si vede che siamo in Sudamerica, la musica è decisamente popolare e allegrotta e i fedeli letteralmente ballano, con giravolte e passi di danza, con tanto di dame in divisa distribuite all'interno della chiesa a sollecitare i fedeli.

La cosa più interessante da visitare è il Monastero di Santa Catalina: una vasta struttura labirintica con le celle disseminate tra piazzette e stradine. Costruito in sillar, solo nell'800 si capì che i problemi agli occhi delle religiose, molto maggiori che nella media, erano dovuti al fatto di stare in un ambiente sempre troppo luminoso. Da allora le pareti sono tinteggiate con colori meno riflettenti, in particolare l'azzurro e il rosso, dando luogo ad un ambiente a tinte pastello che ricorda, per certi versi, dei paeselli del mediterraneo, non fosse per il profilo del vulcano che si staglia minaccioso all'orizzonte.Una simpatica caratteristica della città sono i taxi: piccoli, gialli e numerosissimi.

 

CANYON DEL COLCA

Da Arequipa abbiamo un'escursione di due giorni prenotata per visitare il Canyon del Colca, con i suoi 3200 metri di profondità ritenuto il secondo canyon all mondo (il più profondo è il Canyon di Cotahuasi, che dista alcune centinaia di chilometri dal Canyon del Colca ma si trova in una zona molto più remota). Per raggiungere la vallata, ricca di villaggi andini dove i costumi e le tradizioni sono più vive che nelle grandi città, occorre superare un passo a notevole altitudine, e quindi a rischio di mal d'altura. Seguendo il consiglio della vecchietta, ignoriamo i vari rimedi naturali: masticare coca, bere mate di coca, sniffare piante che anche la guida dell'escursione ci propone come rimedio. Il giorno prima ci siamo procurati in farmacia le soroche pills (soroche è il nome del mal d'altura in spagnolo) e, come da sue istruzioni, le assumiamo subito dopo aver sorpassato un cementificio. La mia compagna, per stare dalla parte dei bottoni, compra come quasi tutti delle foglie di coca da masticare, comprata in un negozietto in cui il bus si è fermato appositamente.Durante l'ascesa si attraversa il Parco Nazionale di Salinas, dove si vedono lama, alpaca, le meno frequenti vigogne e i vizcaya (una specie di coniglia selvatico) pascolare nei vasti spazi, con alle spalle l'inquietante cono del vulcano El Misti.

Quando l'altura comincia a mietere vittime, con tanto di gente stesa nel pullman in deliquio, noi non avvertiamo fastidi. Ci dicono che gli alberghi più lussuosi quando vanno a prendere i loro clienti, tengono nel bus una bombola d'ossigeno per ogni evenienza. Si fa una breve sosta nel piazzale del passo, a 4990 msl, il punto più alto di questo viaggio (e anche di tutti quelli fatti in precedenza): anche qua ci sono delle bancarelle ma metà degli occupanti del bus è in sofferenza e si cerca di tenerla breve per consentire ai sofferenti di tornare quanto prima a quote più digeribili.Si scende quindi a Chivay dove pernottiamo in un albergo decisamente nuovo e bello, anche se ovviamente più costoso del solito. Non c'è tempo per fare altro in giornata e quindi dedichiamo il pomeriggio a gironzolare per la gradevole cittadina, animata da un vivace mercato e da un comizio che attira una discreta folla. Il giorno seguente passiamo da Yanque per visitarne la bella chiesa, che è un po' la summa di tutte le chiese andine: tutta bianca, un bel portale, un tozzo campanile, all'interno i ghirigori del barocco spagnolo, elaborati altari e le classiche statue molto espressive, che contrastano con i solitamente compiti personaggi delle nostre chiese. Coglie l'occasione (programmata) un gruppo di ballerini locali che inscena una danza sulla piazza principale: anche in un territorio così terrazzato e apparentemente propizio per l'agricoltura, il turismo costituisce già il vero motore dell'economia locale.

Proseguiamo per la Cruz del Condor, un belvedere su uno dei punti più profondi del canyon dove è più probabile vedere i rari condor in volo. Probabilità in pericolo, visto che è nuvoloso e i condor, troppo pesanti (fino a 18 kg) per sollevarsi grazie al battito d'ali, necessitano che il calore del sole crei le correnti ascensionali che sfruttano per librarsi. Per fortuna poco dopo il nostro arrivo il sole esce da dietro le nuvole e dopo poco si vedono i maestosi rapaci volteggiare, fino a quando non arrivano a sfiorarci le teste, volando a pochissimi metri da noi e dagli altri turisti convenuti numerosi. Sulla via del ritorno ci fermiamo a Pinchollo: anche qui una bella chiesa e le donnine variopinte che tengono lama e alpaca al guinzaglio per strappare una foto.Ritorniamo ad Arequipa e dalla vecchietta. Ne approfittiamo per ripresentarci alla farmacia, visto che le pillole funzionano e, mentre io mi sono acclimatato, la mia compagna se non le prende le viene il mal di testa che è uno dei sintomi del mal d'altura (gli altri sono debolezza, insonnia e anche svenimento nei casi più gravi).

 

LAGO TITICACA

Ecco un altro di quei toponimi che fin da bambini ci frullano in testa. È il lago navigabile più alto del mondo, coi suoi 3.812 msl, e il più vasto del continente americano quasi equamente circondate da terre peruviane e boliviane. Lungo fino a 190 km e largo 80km, le sue acque sono purissime (la visibilità può raggiungere i 65 m.) e tra altitudine, sole e riflessi dell'acqua costituisce un luogo luminosissimo, come la pelle letteralmente bruciata dei suoi abitanti testimonia chiaramente. Il bus ci scarica a Puno, la più grande delle città che sorgono a fianco del lago, famosa per i festival che palesano una grande attenzione ai costumi locali. Appena giunti in città prendiamo un taxi per andare a visitare il sito archeologico di Sillustani, visto che data l'ora non ci sono più mezzi pubblici. Il sito è interessante, disposto su una collina a fianco di un altro laghetto. Peccato che Giove Pluvio non sia molto d'accordo e dopo un po' ci scarica sulle teste il contenuto dei nuvoloni grigi che da un po' ci accompagnavano. Tanto vale allora rientrare in città e, avendo posto nel bagagliaio della station wagon del tassita, carichiamo anche due donne e un ragazzo che, giunte fin lì per proporre ai turisti di passaggio i loro manufatti tessili, avrebbero dovuto aspettare sotto l'acqua il bus per chissà quanto ancora. L'intimità della situazione pare scioglierle: sorridono, si informano sulla nostra provenienza e chiedono esplicitamente di farsi fotografare. Puno non è particolarmente interessante, anche se piena di localini che danno un senso ad una passeggiata in centro, nonostante la pioggia non cenni a diminuire. Ci torniamo dopo essere stati all'isola di Taquile e ceniamo in un ristorante dove si tengono danze tradizionali: che sarà anche una cosa decisamente turistica ma sono spesso una delle poche situazioni dove si possono vedere certi spettacoli e che, indubbiamente, contribuisce a tenere vive certe tradizioni. Belli i costumi e gradevoli le danze, anche se alla mia compagna il ricordo più indelebile è legato al mio pasto: il famoso "cuy al horno", il porcellino d'India che da a queste latitudini è un'apprezzato piatto fin dai tempi degli Inca.

 

ISOLE UROS

Le isole flottanti sulle quali vivono gli Uros - o per meglio dire i loro discendenti visto che gli ultimi Uros non abitano più nelle isole dagli anni '70 e quelli che le popolano sono Aymara, la popolazione che da tempo vive nella zona del lago e con i quali gli Uros si sono da tempo mescolati, sono una delle attrattive più importanti del lago Titicaca. Isole artificiali costruite con la totora, un'erba palustre che cresce nel lago, sono ancorate al fondo ed essendo galleggianti si alzano e si abbassano seguendo il livello del lago. L'abitudine di abitare queste isole risale ai tempi in cui i pacifici Uros cominciarono a costruirle per sfuggire ai rissosi Inca. Le isole, una quarantina circa, danno ospitalità a qualche centinaio di abitanti, con le isole più grandi che ospitano una decina di famiglie e le più piccole, larghe una trentina di metri, solo un paio. Il "suolo" ha uno spessore variabile, da un paio di metri fino ad alcune decine di centimetri. L'impressione è quella di camminare sopra ad un materasso: ad ogni passo si sprofonda leggermente, circa un 10/20 cm, e se si poggia la mano al suolo si sente che è umido. Ovviamente queste isole necessitano di una continua manutenzione, così come le abitazioni e le barche sempre costruite con la stessa erba palustre. La totora viene utilizzata anche come alimento, il cui consumo previene la gotta - anche se la maggiore fonte di cibo sono i pesci del lago - e addirittura come medicinale sulle ferite.Ovviamente molto importante è il turismo che porta soldi ma anche tanta gente che calpesta le isole e ne rende più frequente la manutenzione: il "tappeto" va parzialmente ricostruito ogni tre mesi perché la totora marcisce e l'isola di norma non vive più di una trentina d'anni.L'artigianato è costituito da costumi coloratissimi e piccoli manufatti in totora. Un'altra tradizione è quella del canto, con la quale alcune donne (tra queste una era davvero carina, un'autentica rarità tra le popolazioni andine) ci hanno "salutato" quando ci siamo imbarcati.

 

ISOLA DI TAQUILE

Gradevolissima isola, piccola e collinosa, di cui gli abitanti sono "tornati in possesso" negli anni '70, quando ha smesso di essere una colonia penale e ne hanno fatto un piccolo Eden. Non hanno concesso il permesso di costruire nessun albergo e quindi chi vuole pernottare - cosa consigliata visto che in una giornata sola la maggior parte del tempo se ne andrebbe nel fare avanti-indietro dal porto di Puno che dista a 35 km - deve rivolgersi al locale ristorante pubblico, dove abbiamo mangiato trota fritta e uova, e chiedere. Uno degli anziani si occupa allora di reperire una famiglia presso la quale pernottare: è un sistema per far sì che i soldi dei turisti vengano distribuiti ai locali e non alle multinazionali dell'ospitalità, anche se le sistemazioni sono davvero basiche. Più che la mancanza di suppellettili il problema può essere un problema la mancanza di impianti di riscaldamento: le notti sull'isola, a quasi 4000 msl e in mezzo ad un lago spazzato dal vento, tendono ad essere piuttosto fredde.

La gente è particolarmente ospitale e, cosa che io apprezzo sempre, indossa cnora gli abiti tradizionali, anche gli uomini che - al di fuori di questa isola - ho sempre visto in abiti occidentali. Indossano pantaloni neri e camicia bianca, spesso con un panciotto nero. Portano berretti di lana, che preparano loro, e una fascia colorata in vita che rivela lo stato sociale e l'eventuale matrimonio: molti li abbiamo incontrati la domenica mattina nella piazza principale, dopo che si erano riuniti nel locale "municipio" per decidere le questioni locali e poi divulgare alla cittadinanza le risoluzioni adottate. Le donne invece sono sempre in gonna, anzi, in gonne, avendone sempre più di una sopra l'altra, anche quattro o cinque. Hanno sempre con sè due cose: una coperta nera, che usano spesso come copricapo e dalle cui punte spenzolano delle colorate nappe, e un fuso col quale arrotolano dei fili in continuazione, sfruttando le pause da altri lavori, anche mentre camminano.La nostra sistemazione è presso una famigliola: muri di argilla, letti con 3/4 pesanti e polverose coperte di lana, porta-finestra con vetro rotto dove passava una mano, il bagno una cabina di legno in mezzo ai campi fuori dal compound e i pasti nel vicino "ristorantino" di proprietà della stessa famiglia. A colazione e cena il menù è lo stesso del giorno prima: trota e uova, evidentemente non c'è molta scelta. Ciò nonostante, e benché nel ristorantino non si sia visto nemmeno un altro ospite, per servirci la cena è necessaria più di un'ora: pazienza, il localino, disposto in cima alla collina e dotato di ampie vetrate, ci consente di spaziare con lo sguardo sul lago.

 

DA PUNO A CUZCO

Rientrati a Puno, prenotiamo il bus per Cuzco e, visto il lungo spostamento (quasi 400 km), prendiamo un "bus turistico", un mezzo che fa anche sosta, con visita guidata, presso le attrattive sul percorso, sicuramente minori rispetto ad altro ma comunque utili per spezzare il percorso. Prima sosta a Pukara (da non confondere con Puka Pukata), sede di una bella chiesupola coloniale e di un interessante museo di steli preincaiche che visitiamo. Sosta successiva a La Raya, la linea di confine tra la regione di Puno e quella di Cuzco, in pratica un passo a 4335 msl dal quale si gode una vista sulle alte cime innevate nei dintorni. La piazzola ovviamente è piena di bancarelle con i tipici prodotti artigianali a base di lana di lama e alpaca.Per pranzo ci fermiamo a Sicuani e mangiamo all'aperto visto che è una bella giornata. Poco dopo altra tappa, decisamente a scopo commerciale, presso un piccolo compound con i soliti articoli in vendita, allietato se non altro da alcuni alpaca a portata di mano e da una nidiata di simpatici porcellini d'India.Poi Raqchi, sede di un importante sito Inca. Il pezzo forte del sito è il cosiddetto Tempio di Wiracocha, un enorme edificio (302 metri di lunghezza per 25 di altezza) del quale ora rimangono le mura di un lato con la base in pietra - dove si può ammirare la classica pietra dei 12 angoli che è quella sulla quale si regge tutta la costruzione ad incastro - e la parte superiore in adobe - attualmente riparate da tetti moderni per impedirne l'erosione -. Si ritiene che fosse la singola stanza più grande di tutto l'impero Inca, e le 11 colonne e i muri, la cui base è larga 4 metri, ancora testimoniano l'imponenza del complesso. Tutto intorno vi sono i quartieri residenziali e magazzini e nelle montagne circostanti, che avvolgevano il sito, si vedono in lontananza torri e altre costruzioni difensive. Terminata la visita c'è tempo per una visita alla piccola chiesa del villaggio e al vivace mercato che si svolge nella piazzetta dove le donne indossano un copricapo abbastanza diverso dai soliti. Ultima tappa a Andahuaylillas, dove veniamo scaricati nella bella piazza centrale circondata da maestosi alberi pisonay per poi accedere alla stupenda chiesa, meritatamente definita la "Cappella Sistina" del Sud America. Costruita anche questa sfruttando le mure incaiche è un trionfo di altari barocchi e mudejar (lo stile arabo-spagnolo), riccioli d'oro, specchi e statue. Non si può fotografarla. Nel tardo pomeriggio giungiamo a Cuzco, dopo aver intravisto il sito Inca di Rumicolca, l'antica porta di ingresso alla capitale.

 

CUZCO

Cuzco, il cui centro storico è sito UNESCO, fu la capitale dell'impero Inca e oggi costituisce la base ideale per visitare la Valle Sacra (in spagnolo Valle Sagrado), la valle del fiume Urubamba costellata di siti Inca, come testimoniano i quasi 1,5 milioni di visitatori all'anno. Costruita all'altezza di 3300 msl, è circondata dalle Ande che creano un microclima particolare: nonostante le notti possano essere particolarmente fredde è un secolo che non nevica ed è talmente luminosa da essere stata misurata come il luogo con il più alto livello di raggi ultravioletti al mondo.

Benché costruita dagli indigeni Kilke nel 1100 circa, sono gli Inca e gli Spagnoli ad averne maggiormente caratterizzato l'aspetto. I primi attraversano le loro costruzioni con i colossali muri costruiti senza malta e composti da giganteschi massi perfettamente combacianti, i secondi con le chiese e gli edifici che però sfruttano spesso e volentieri le fondamenta e i muri inca che si rivelano più resistenti ai terremoti perfino delle costruzioni moderne. Caratteristica anche la periferia a monte: stradine strette e ripide dove le auto devono fare a turno per passare e pullulanti di negozietti e posti dove mangiare o bere, per soddisfare una così ampia affluenza.

Il nostro alberghetto era centralissimo, abbastanza silenzioso nonostante la vicinanza con l'animata Plaza de Armas (tanto per cambiare il nome della piazza principale), circondato su due lati da un frequentatissimo porticato e sugli altri dai maggiori edifici religiosi della città: la Cattedrale e la Chiesa della Compagnia (dei Gesuiti). Altro sito importante della città è Qorikancha, l'antico tempio dell'oro - con le mura rivestite del prezioso metallo - degli Inca sopra ai quali gli Spagnoli hanno eretto la cattedrale di Santo Domingo. Dintorni (un giorno per visitarli)Alla periferia della città si trova il sito archeologico Inca di Sachsaywaman, di cui ormai restano solo le imponenti mura che comunque meritano una visita. Non distanti vi sono anche i siti Inca di Tambomachay (ricco di nicchie e dedicato all'acqua), di Qenqo (luogo di sacrifici, parzialmente costruito sotto ad una massiccia roccia) e Puka Pukara (non visitato perché ormai era buio). La giornata si chiude in allegria: è il 31 ottobre e anche da queste parti si festeggia Halloween, le strade sono stracolme di gente anche se a travestirsi sono soprattutto i bambini.

 

VALLE SAGRADO

Due giorni e mezzo per visitare i tanti siti interessanti della valle Sacra (Valle Sagrado in spagnolo), inframezzati dalla visita di Machu Picchu che richiede almeno due giorni, non sono tantissimi e difatti abbiamo dovuto sacrificare qualcosa. Ciò considerato abbiamo preso un autista personale, per guadagnare in velocità e flessibilità. Col senno di poi, l'unico sito che mi dispiace di non aver inserito sono le saline di Maras, mentre il Centro Ceramico sotto descritto poteva tranquillamente essere tralasciato. Indico i vari siti nell'ordine in cui li abbiamo visitati.

 

Prima giornata

 

Centro ceramico

Niente di speciale: qualche bella ceramica anche se è stato nel contiguo mercatino per turisti che mi è venuta la balzana idea di raccogliere copricapi tradizionali, proseguita poi anche in altri luoghi: nella valigia che è tornata in Italia ce n'erano 14, di diversissime fogge ed epoche.Centro recupero animaliUna gradevole visita a diversi animali: i soliti lama e alpaca, pappagalli, falchi e puma. Abbiamo potuto accarezzare la pelle non dissimile da quella umana dello strano "cane caldo peruviano" che, causa la temperatura corporea sui 41° ai tempi degli Inca veniva usato come scaldino per i piedi, ed entrare nella gabbia dei condor, nutriti a pochi passi da noi.

 

Urubamba

Benché sia la cittadina più grande della zona, di norma i turisti la saltano perché non c'è nulla di interessante da vedere, al massimo fanno come noi che vi si fermano per mangiare. In realtà poi abbiamo scoperto, quasi per caso a fianco della larga piazza centrale erbosa sede di seguite partite di calcio e festival, l'esistenza di un sito archeologico, un vecchio palazzo Inca in adobe con tetti niente a proteggerne l'erosione con una signora a custodirlo che si lamentava del fatto che il sito non se lo fila nessuno, benché non fosse insignificante. Simpaticamente kitsch il monumento al puma nella rotonda principale.Centro tessileUna specie di cooperativa, dove le donnine scendono dai vari villaggi e restano alcune settimane, tessendo sciarpe e stoffe in continuazione, prima di tornare al villaggio in attesa che i loro manufatti vengano venduti per incassare la loro parte. Prodotti di altissima qualità e prezzi adeguati.

 

Seconda giornata

 

Ollantaytambo

Maestosa fortezza Inca, sede di uno scontro epico con le truppe spagnole. Attaccati da un plotone agli ordini di Hernando, fratello di Pizarro, gli Inca risposero con una pioggia di frecce ma la mossa decisiva fu il geniale allagamento della campo ai piedi della fortezza che neutralizzò i cavalli degli spagnoli, da sempre qualcosa dai quali gli Inca non sapevano come difendersi. Hernando ordinò la ritirata e tornò qualche mese dopo con le forze quadruplicate ma stavolta Manco Inca fuggì altrove. Ollantaytambo rimane l'unica fortezza Inca ad avere resistitoad un attacco spagnolo. Costruita sul fianco di una montagna e con le solite mastodontiche pietre che ancora oggi, viste le dimensioni, paiono impossibili da spostare lungo il fianco della montagna. Ai piedi della struttura c'è l'omonimo villaggio, le cui case sfruttano ancora in larga parte le antiche e solide mura incaiche.

 

Moray

Spettacolare sito archeologico Inca, formato da terrazzamenti circoncentrici nei pressi della caratteristica cittadina di Maras. Si ritiene che più che un luogo sacro, come certe teorie new age affermano rifacendosi alla "energia" che questo posto sprigiona, fosse un luogo di sperimentazioni agricole, visto che tra il bordo più alto e quello più basso del sito vi sono anche 15° di differenza.

 

Chinchero

Gradevole villaggio a 3700 e oltre msl, dotato di possenti mura incaiche e con bella chiesa spagnola in adobe dal cui piazzale si gode un bel panorama sulle montagne circostanti, situata com'è in cima ad un piccolo e gradevole centro con belle stradine. Molto visitato dai turisti e pieno di negozietti, l'ideale sarebbe capitarci di domenica, in concomitanza con il mercato.Escursione di due giorni ad Aguas Calientes per visitare machu Picchu (descritta in seguito). In seguito un'intera giornata dedicata alla visita di Cuzco.

 

Terza giornata (in realtà mezza, prima di prendere l'aereo nel pomeriggio)

 

Urcos

Abbastanza lontano da Cuzco, di solito viene ignorato dai tour. Il suo mercato è famoso più presso i locali che presso i turisti, difatti non vi sono souvenir ma solo prodotti della terra e generi di prima necessità. I locali giungono a piedi dal villaggio, a volte dopo anche 4 ore di cammino. Non vogliono essere fotografati ma grazie alla traduzione del nostro autista (le donne quasi mai parlano spagnolo ma solo il quechua) sono riusciti a depredare (pagando, ovviamente) due signore del loro colorato copricapo.

 

HuaroIl

Classico posto che non gli daresti un franco, eppure ha una chiesa stupenda, con spettacolari affreschi con scheletri e scene apocalittiche del Giorno del Giudizio che gli donano quel sapore autentico, più rappresentativo della verace fede popolana di quanto non siano le ricche ma leziose decorazioni di altre chiese.Video sugli affreschi della chieda di HuaroPisaqSede di un importante sito archeologico (che non abbiamo visitato perché ormai il tempo residuo ci imponeva altro) e circondata da vertiginosi terrazzamenti, deve la sua notorietà principalmente al vasto e coloratissimo mercato, ricco di prodotti tradizionale ma anche e soprattutto di bancarelle più o meno orientate verso il turista occidentale. Ma chi cerca qualcosa di originale non viene deluso: è qui che sono riuscito a trovare i cappelli più disparati e vecchi, visto che chi vuole vendere qualcosa che non siano patate o verdure non può non venire qui.

 

MACHU PICCHU

Chiusura (o quasi, visto che poi siamo rientrati a Cuzco per qualche ulteriore visita prima del rientro a Lima) in bellezza con la visita a Machu Picchu, il celebrato sito UNESCO considerato una delle Sette Meraviglie del Mondo Moderno. Di norma sono due i modi per raggiungerlo, via treno (come abbiamo fatto noi attraversando strette gole a picco sull'Urubamba) o a piedi col il Camino Inka che richiede 4 giorni.Situato molto più in basso rispetto a Cuzco (a 2430 msl), dalla quale dista 130 km, e circondato da una rigogliosa foresta pluviale, è rimasto praticamente nascosto al mondo, da quando gli Inca distrussero i sentieri che vi conducevano per impedire che gli spagnoli lo trovassero, fino al 1911 (quindi quasi quattro secoli di oblìo), quando lo storico statunitense Bingham, che non fu il primo occidentale a metterci piede ma il primo a capirne l'importanza e l'unicità, non sollecitò l'attenzione della comunità degli studiosi.Costruito in cima ad una montagna e quindi naturalmente difeso dalla conformazione del territorio, oggi è raggiungibile prendendo i bus che si arrampicano sullo sterrato partendo dalla vicina Aguas Caliente, la cittadina dal soffocante clima tropicale e popolata da nugoli di zanzare che è la base obbligatoria per visitare il sito (non è possibile giungere in treno, visitare e ritornare in giornata).

Il sito è a dir poco maestoso, così come maestose sono le folle che si accalcano per visitarlo: circa 400.000 all'anno. E' anche per questo che è consigliato prendere i primi bus disponibili al mattino (i primi partono verso le cinque), non solo per vedere l'alba in loco (in realtà sempre abbastanza a rischio foschia vista l'umidità sprigionata dalla circostante foresta pluviale) ma anche per poter scattare qualche foto prima che sia punteggiato dai turisti che tempo poche ore e riempiono tutto il sito. Chi vuole può tentare anche l'ascesa dello Huayna Picchu, il picco alle spalle del sito vero e proprio ma poiché la salita è stretta e impegnativa - non bastano le scarpe da ginnastica ed è meglio avere un po' di allenamento -, per evitare i problemi già verificatisi in passato con incidenti anche gravi occorsi a turisti, la salita è regolamentata: sono possibili due partenze giornaliere - alle 7:00 e alle 11:00 da massimo 200 escursionisti l'una. Il sito è molto vasto e per visitarlo per bene sono necessarie ore. Tra i singoli edifici più significativi vi sono:

- il Tempio del Sole;

- l'Osservatorio in cima al quale c'è la Intihuatana, una grossa pietra approfonditamente studiata perché allineata con montagne e avvenimenti astronomici;

- la vasta Piazza Sacra;

- le cosidette Ventanas (finestre);

- la Porta del Sol, dove in pratica ha termine il Camino Inka.

Non lontano dal sito maggiore, prendendo un sentiero di pochi chilometri che ha punti esposti e permettere di gettare lo sguardo sul fiume Urubamba che ruggisce 400 metri più in basso, si giunge dove una volta era funzionante uno dei ponti levatoi che controllavano l'accesso alla città.

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