Famagosta, Cipro


Non tutti sanno che i reggiseni femminili sono indumenti estremamente complessi sul piano tecnico. Oltre all'aspetto estetico, essi devono rispondere a requisiti funzionali come il comfort e la vestibilità, a fronte di una grande variabilità di fattori come la dimensione e la forma dei seni, l'ampiezza della schiena, la conformazione toracica. Ad esempio è noto che le donne francesi hanno seni grandi e schiena sottile, mentre le tedesche hanno schiena massiccia e seni piccoli. Ci sono poi le giapponesi che hanno sia schiena sottile che seni piccoli, infine le slave hanno notoriamente schiene possenti e seni abbondanti. Tutto questo è stato oggetto di studi accurati nei passati decenni, e si è giunti ad un livello di sofisticazione tecnica nella modellatura dei capi che sfiora la scienza spaziale. Le cose sono state ulteriormente complicate negli ultimi tempi sia dalla chirurgia estetica che dall'introduzione di funzionalità nuove e intriganti come il push-up che trasforma dei senini da niente in poppe degne di Monica Bellucci, o la discreta incorporazione tra i merletti di oli speciali che rimpiazzano le imbottiture a base di ovatta della nonna. Forse aveva capito tutto quel sarto che spopolava a Roma sul finire degli anni '60. Costui era specializzato nella confezione di bikini che egli riusciva ad adattare meravigliosamente alle forme femminili. A tal fine egli doveva "sentire" personalmente e fisicamente le superfici corporee, le rotondità, le concavità, la consistenza muscolare che sosteneva il tutto. Il suo metodo di lavoro era di far spogliare completamente le clienti in un privé e di apporre direttamente le sue mani di sensitivo sui glutei e sui seni per trarre la giusta ispirazione e quindi elaborare la modellatura ideale. Pare che i risultati fossero straordinari, nei bikini di quest'uomo c'era un quid di cui nessun altro era capace. Conobbi insospettabili signore, tra le altre una neuropsichiatra ed un'alta dirigente di polizia femminile, che avevano fatto ricorso senza alcun imbarazzo al famoso sarto. Ignoravo a quell'epoca che, per vie traverse, anch'io mi sarei occupato un giorno di reggiseni. Questo sarebbe avvenuto nell'anno 2000 per il tramite di un'avvenente imprenditrice cipriota...

Mappa Farmagosta Cipro

La città si presenta spettrale ai miei piedi. Mi trovo nei pressi di Deryneia, su una collinetta sovrastante il mare e la città di Famagosta. Vagando nei pressi dei reticolati che dividono in due l'isola di Cipro, sono venuto a sapere casualmente che un intraprendente privato ha attrezzato la terrazza della sua casa in cima al colle con un potentissimo binocolo montato su treppiede. Con un paio di sterline cipriote si acquista il privilegio di osservare da vicino la "città fantasma".

Il padrone di casa greco, oltre a sbarcare dignitosamente il lunario grazie ai turisti che visitano la terrazza, mi racconta anche un po' di retroscena sul panorama che ho davanti. "Era l'estate del 1974, precisamente il 15 agosto. Le truppe turche erano sbarcate nel nord dell'isola già da un mese, c'erano stati aspri combattimenti con l'esercito cipriota. Molti soldati morirono, ci furono vittime anche tra i civili. Noi eravamo impreparati, mentre l'esercito turco era forte e ben armato. Così il 15 agosto i turchi erano arrivati a Famagosta, dove scoppiarono combattimenti per le strade. Ma, nel timore di un massacro, la popolazione civile era fuggita in massa appena iniziate le sparatorie. Rimasero solo i turco-ciprioti nella città vecchia."

Punto il binocolo verso il centro di Famagosta, incrocio le antiche mura veneziane, risalgo lungo di esse verso il mare ed ecco apparire le vecchie case di pietra bianca e le moschee. Si distingue poca gente in piazza, appena visibile all'ombra di grandi platani. Nonostante sia febbraio, il sole di mezzogiorno è decisamente caldo. C'è una sensazione di silenzio e desolazione. La città intorno è deserta.

"I greci – che erano più dell'80% degli abitanti – si dileguarono in direzione opposta a quella da cui erano arrivati i turchi, verso Paralimni e Larnaca. Fuggirono a precipizio lasciando tutto in casa, spesso con le porte e le finestre aperte. Tutti i quartieri nuovi della città rimasero abbandonati. A quell'epoca Famagosta era il principale centro turistico di Cipro, una città fiorente di 70.000 abitanti. C'erano alberghi, ristoranti, centri commerciali modernissimi che puoi vedere benissimo di qui. Guarda lì, verso destra, vedi il quartiere di Varosha, era pieno di hotel a 4 e 5 stelle, ci venivano da tutto il mondo, anche star del cinema come Elizabeth Taylor, Richard Burton, Raquel Welch, Brigitte Bardot.".

Oriento il binocolo verso gli alti palazzi, dall'aspetto ancora molto moderno. Ma guardando bene, mi accorgo che le finestre sono lucubri occhiaie vuote, gli infissi sono sfondati, gli intonaci cadenti.

Panorama

"Subito dopo l'ONU impose la cessazione delle ostilità e l'isola fu divisa in due, a nord i turchi, a sud i greci. Tutta la popolazione turca del sud si spostò a nord, lo stesso fecero i greci del nord. Fu una migrazione che interessò centinaia di migliaia di persone. Poiché la parte nord dell'isola era relativamente meno popolata, il governo turco portò illegalmente dal continente 150.000 persone per ripopolare il nord, andando ad occupare le case di quella che era stata la maggioranza greca. Ci provarono anche a Famagosta, ma qui l'ONU si mise di traverso, stabilì che la città doveva tornare greca e che nessun turco poteva andare ad occupare le abitazioni greche. I quartieri greci furono recintati e sorvegliati da osservatori delle Nazioni Unite. Ma non si riuscì a trovare un accordo, e la popolazione greca non è mai più rientrata nelle proprie case. I reticolati sono ancora lì, le case abbandonate stanno andando lentamente in rovina. Dentro è ancora come 25 anni fa, tutto arredato, i vestiti negli armadi, i cibi putrefatti nei frigoriferi spenti, i panni appesi ad asciugare. Nelle concessionarie di auto pare che ci siano ancora vetture nuove di fabbrica del 1974. Ma nessuno sa se sia vero e quante automobili siano rimaste. Famagosta è una città fantasma, impossibile entrarci".

Lascio la casa e risalgo in auto, avviandomi lentamente lungo la strada che costeggia il reticolato. Mi trovo qui da tre giorni. Lo scopo della visita era l'analisi di fattibilità di un piano di ristrutturazione industriale di un'azienda cipriota, la Toumazos Ltd di Nicosia, specializzata nella produzione di corsetteria femminile. Avevo conosciuto Liana Toumazou, la titolare, durante la settimana della moda a Milano qualche settimana fa. Mi aveva esposto preliminarmente il problema, e la discussione l'aveva convinta ad invitarmi a Cipro per discuterne seriamente in fabbrica. In breve, a seguito di crescenti difficoltà nella commercializzazione di prodotti tradizionali di corsetteria, la giovane signora sta pensando di chiudere la fabbrica di Nicosia, trasferire in blocco le macchine nel Tartarstan in Russia dove lei ha costituito una joint venture con un imprenditore locale, e ripartire a Nicosia con nuove linee produttive basate sulla tecnologia "seamless" che garantisce alta produttività, bassi costi, e prodotti innovativi. Il piano verrebbe appoggiato da importanti banche locali e da finanziamenti a fondo perduto della Comunità Europea. Il mio compito è quello di accertare che i mercati e la concorrenza lascino a Toumazos ragionevoli prospettive di sviluppo e redditività. A conclusione dei colloqui, ieri abbiamo finalizzato il piano di lavoro dopodichè mi sono accomiatato. Ho deciso di approfittare dell'occasione per prendermi un paio di giorni e conoscere Cipro, un'isola che non ho mai visitato fino ad oggi.

Costeggio il reticolato nella vana speranza di trovare un punto di accesso. Ieri pomeriggio ho chiamato le Nazioni Unite a Nicosia e mi hanno detto che sarei potuto passare a Deryneia, ma l'informazione si è rivelata inesatta. A Deryneia c'è un cancello sorvegliato da guardie dell'ONU, ma è sprangato e inaccessibile. Sono sceso dall'auto ed ho sbirciato attraverso la rete. Lo spettacolo era impressionante. Al di là della rete c'era una larga strada asfaltata che scendeva verso un gruppo di palazzi fatiscenti, l'estrema periferia di Famagosta. Nell'asfalto c'erano grosse crepe da cui sbucavano erbacce e cespugli. Parcheggiate lungo i marciapiedi, vecchie auto arrugginite. Lo stradone arrivava perpedicolare alla rete, e terminava lì, dalla mia parte non c'era nulla, la strada era stata cancellata. Mi hanno detto che l'unico accesso alla parte nord dell'isola è da Nicosia, ma domani devo ripartire e non c'è più tempo di tornare indietro per farmi fare un permesso. Maledizione, farei qualsiasi cosa per passare. La città fantasma è a portata di mano, ma irraggiungibile.





Famagosta... Un nome che rievoca fosche vicende. E' la seconda volta che qui sono arrivati i turchi. Ero un ragazzino quando lessi dell'eroica resistenza dei veneziani di Marcantonio Bragadin contro l'assalto di Lala Mustafà nel 1571. I turchi arrivarono in forze dopo la notizia di uno scoppio nell'Arsenale di Venezia che aveva distrutto il magazzino delle polveri e dei legnami, probabilmente un sabotaggio ad opera di agenti al soldo del sultano Selim II. La forza d'invasione, formata da circa 100 mila soldati, era sbarcata a Cipro nel luglio del 1570. La capitale Nicosia era caduta in meno di due mesi e l'intera popolazione della città era stata massacrata. Dopo Nicosia i turchi rivolsero l'attenzione su Famagosta. Ma Famagosta era circondata da poderose mura, terrapieni e fossati, sovrastati da una decina di forti. In aggiunta alle fortificazioni, durante l'assedio della capitale cipriota il senatore veneziano Marcantonio Bragadin, capitano generale di Famagosta, aveva rinforzato le difese e accumulato viveri e munizioni a sufficienza per un lungo assedio. Dopo la distruzione di Nicosia, la cavalleria turca era arrivata a settembre sotto le mura di Famagosta portando infilzate sulle lance le teste del governatore di Cipro Niccolò Dandolo e di tutti gli altri dignitari della capitale. Ma Bragadin non s'impressionò, respinse ogni intimazione di resa e diede le disposizioni necessarie per una lnga resistenza. Il prode capitano ed i suoi uomini erano convinti che Venezia prima o poi sarebbe venuta in soccorso di Famagosta. Tuttavia Venezia era impegnata a mettere insieme l'alleanza e la flotta che di lì a pochi mesi avrebbe sconfitto i turchi a Lepanto. Giunsero rinforzi del tutto insufficienti, in tutto 2400 soldati, contro truppe turche enormemente superiori, dotate di artiglieria pesante. L'assedio turco iniziò in primavera, vi furono incessanti bombardamenti seguiti da assalti lì dove si erano formate brecce nelle mura. I difensori veneziani e greci resistettero fino a tutto luglio, causando enormi perdite ai turchi. Ma la capacità di resistenza della città era ormai esaurita, e Bragadin si convinse a trattare la resa con Lala Mustafà. Le convenzioni di guerra garantivano la vita alla guarnigione di una città assediata che accettasse di arrendersi. Una capitolazione negoziata con accortezza poteva dunque evitare ai cittadini greci di Famagosta la ripetizione dell'orrendo massacro di Nicosia. Il primo agosto del 1571 i veneziani consegnarono la città ai turchi. Marcantonio Bragadin era riuscito a concludere un affare soddisfacente: Lala Mustafà garantiva la vita e la libertà a tutti coloro che si trovavano dentro le mura; i cittadini greci di Famagosta potevano restare o andarsene, a loro scelta; i difensori potevano tenere le armi e rientrare a Candia trasportati su cinquanta galee turche. In effetti i feriti e i malati furono subito trasportati a bordo delle galee turche. Il 4 agosto tutto pareva filare liscio, e Bragadin uscì dalla città distrutta cavalcando solennemente alla testa degli ufficiali, scortato da quaranta archibugieri, indossando le vesti senatorie, sotto un ombrellino scarlatto che indicava il suo rango. All'inizio delle trattative Lala Mustafà era affabile e invitava i veneziani a sedergli accanto, ma ben presto cominciò ad ostentare l'irritazione artefatta di chi ha deciso di rimangiarsi l'affare. Cominciarono accuse pretestuose, poi pretese di garanzie e di ostaggi, accompagnate da provocazioni sempre più aperte per causare una rottura. A nulla valse la calma determinazione di Bragadin, il turco ordinò infine di immobilizzare la scorta ed iniziò il massacro. Bragadin fu incatenato e costretto ad assistere allo scempio. Ignaro di quanto stava avvenendo sulla spiaggia e in osservanza dei patti firmati, il vicecomandante veneziano Lorenzo Tiepolo portò sciaguratamente le truppe fuori dalle mura. Tutti furono catturati e passati per le armi. Lo stesso Bragadin venne infine mutilato, poi scorticato vivo. I due unici veneziani sopravvissuti raccontarono che la pelle del senatore veneziano fu riempita di paglia ed esposta a guisa di trofeo sull'antenna più alta della nave di Lala Mustafà, sbeffeggiata per molti giorni. Dopo la conquista, i turchi convertirono le chiese in moschee o le usarono per scopi secolari. La Cattedrale di San Nicola divenne la Moschea Lala Mustafà Pascià. Questa fu la fine di Famagosta veneziana.

Oltre tre secoli dopo, nel 1878, quando l'impero ottomano era ormai in pieno disfacimento, Cipro fu conquistata dagli inglesi che ne fecero una colonia. L'isola fu proclamata repubblica indipendente nel 1960, con l'arcivescovo Makarios alla presidenza. Partiti gli inglesi, i conflitti tra le comunità greca e turca si acuirono progressivamente. La forte maggioranza greca spingeva per la riunificazione con la madrepatria, a lungo ostacolata dalle Nazioni Unite. Finchè, nel pieno della dittatura dei colonnelli ad Atene, il 15 luglio 1974 un colpo di stato organizzato dal governo greco (pare con l'aiuto della CIA) depose Makarios e lo rimpiazzò con un presidente fantoccio. La Turchia rispose con l'invasione della parte settentrionale dell'isola.





Dopo essere rimasto attaccato alla rete per un pò perso nei miei pensieri, torno alla macchina e rimetto in moto. La strada costeggia il reticolato a due o trecento metri di distanza. Poi il reticolato si inerpica su per una collina e la strada si allontana seguendo il fondovalle. Ma ad un certo punto c'è una carrareccia che sale sulla destra. La imbocco. Arrivo in cima alla collina ad una piccola casa colonica circondata da ulivi. Scendo dall'auto e mi inoltro nel viottolo d'ingresso. Tutto intorno alla casa ci sono orticelli rigogliosi di ogni genere di ortaggi. In uno di questi c'è un anziano che sta zappando la terra. E' piccolo di statura, i pochi capelli candidi. Qualche metro dietro di lui corre la rete di confine. "Excuse me, may I have an information?" "Buongiorno, mi dica pure" risponde in perfetto italiano. Apprendo che si chiama Georgios e parla così bene italiano perchè è stato in Italia per due anni durante la guerra. Gli chiedo se nelle vicinanze c'è un passaggio per entrare nella parte turca. Niente da fare, si passa solo da Nicosia. La sua casa è praticamente sul confine, gli chiedo di raccontarmi cosa accadde nel '74.

"Io ho sempre abitato qui dalla fine della guerra. Facevo il calzolaio a Famagosta, la mia bottega era alla porta principale della città vecchia, vicino alle mura veneziane. Andavo e venivo tutti i giorni con il mio scooter. Quando i turchi sbarcarono nel nord dell'isola, nessuno pensava che sarebbero arrivati a Famagosta dove eravamo quasi tutti greci. Invece in agosto arrivarono alle porte della città e la gente cominciò a scappare. Io rimasi nella mia bottega mentre la città si svuotava. Perchè mai dovevo andarmene? Tutti hanno bisogno di un calzolaio. L'ultima sera che tornai a casa capii però che le cose si mettevano male. Prima del tramonto cominciarono le sparatorie, ed andarono avanti tutta la notte. Da quassù vidi di notte incendi e lampi di esplosioni. La mattina c'era un silenzio spettrale, lo stesso che c'è adesso. Avrei voluto tornare nella bottega. Almeno per riprendermi gli attrezzi che avevo lasciato pensando di tornarci il giorno dopo. Preferii rimanere qui in attesa. Dopo forse un paio di giorni arrivarono i soldati turchi che piantavano pali e innalzavano reti sormontate da filo spinato. Quelle lì che vedi ancora adesso. Decisero che la mia casa restava da questa parte, bontà loro. Da allora ho vissuto facendo il contadino, per fortuna avevo questo pezzetto di terra. Avevo cinquant'anni. Il governo mi ha dato un piccolo risarcimento ed una pensione. Guardo spesso la città, e mi chiedo che fine abbia fatto la mia bottega. Forse tutto è rimasto come l'avevo lasciato, chissà. Un giorno mi piacerebbe rivederla."

Facciamo insieme un giro nell'uliveto. Sono ulivi giganteschi, con forme meravigliose di sculture, le chiome sono curate. Nonostante il caldo che fa qui, Georgios raccoglie le olive in novembre, quando devono essere molto mature. Gli chiedo del suo soggiorno in Italia, di come abbia imparato così bene l'italiano.

"Gli inglesi mi arruolarono nel '42, quando avevo 18 anni e le cose stavano andando malissimo per gli alleati. Feci l'addestramento in Egitto, giusto in tempo per combattere ad El Alamein. Poi iniziò la lunga riscossa, sfondammo il fronte, passammo in Libia, poi in Tunisia dove si erano asserragliate le ultime forze italo-tedesche. Vincemmo. Iniziò l'invasione della Sicilia, ma quelli come me che avevano fatto tutta la campagna, tremila chilometri di inseguimento ed innumerevoli battaglie, furono lasciati a riposarsi a Tunisi, mentre in Sicilia vennero mandate truppe fresche. Poi a settembre del '43 ci imbarcarono nuovamente e ci portarono a Taranto. Fui sbarcato con la 1° Divisione dell'8° Armata comandata da Alexander. Se non ricordo male era il giorno dopo l'armistizio italiano. In città c'erano pochi tedeschi, la resistenza fu scarsa. Così, mentre gli americani risalivano l'Italia lungo la costa tirrenica, noi cominciammo l'avanzata lungo la costa adriatica. I tedeschi non ci misero molto a riorganizzarsi, ed i combattimenti si fecero molto duri. Ricordo che rimanemmo a lungo sulla linea del Sangro, tra il Molise e l'Abruzzo. Ah, tu sei abruzzese? Mi ricordo bene Pescara, ci rimasi un paio di mesi. Risalimmo lentamente verso nord e ci furono furiose battaglie sulla linea gotica, sopra Pesaro. Tutti sapevano che gli alleati avevano ormai vinto la guerra, ma i tedeschi resistevano strenuamente. Poi, mentre il grosso dell'8° Armata puntava su Bologna, la mia divisione risalì la costa adriatica superando Venezia ed andando ad occupare l'Istria. Fu lì che giunse la fine della guerra. Ci rimasi sei mesi, dopodichè mi rimpatriarono e mi congedarono. Ed eccomi qua". Georgios fa un gesto con il braccio ad indicare il suo campicello.

Lascio Georgios dopo aver bevuto con lui una bevanda fresca d'anice sotto il pergolato. Il sole va calando e l'aria rinfresca. Dopotutto è inverno. Dò un ultimo sguardo a Famagosta e al mare blu cobalto, poi me li lascio alle spalle puntando verso Larnaca. Un giorno, non so quando, ci tornerò. Famagosta mi aspetta.

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