El mundo perdido



Guatemala, Belize, Honduras.

Racconto di Cristina, affezionata frequentatrice di Vagabondo e viaggiatrice indipendente, che questa volta ha provato, tanto per cominciare il percorso, un viaggio organizzato. Ma poi ha continuato da sola...

Domenica pomeriggio arrivo alla Malpensa un po' in ritardo. Ci sono già tutti. Ho prenotato un viaggio di tre settimane con Avventure nel Mondo: Guatemala e Belize. Non ho mai fatto un viaggio organizzato da Avventure. Ne ho sentite di tutte. Che fa schifo, no va bene, sono male organizzati, però i viaggi sono belli, i gruppi sono orrendi, no fighissimi, insomma, di tutto.

La mia soddisfazione come cliente, finora, non è affatto degna di nota. Vero il contrario. Ho avuto la conferma della partenza trentasei ore fa. Qualcuno dice che mi è anche andata bene. Avrei potuto non partire o sentirmi offrire una destinazione alternativa. Poi mi tocca di pagare un aggiustamento del prezzo. Non so per che cosa pago. Ma devo pagare. Pago. La capogruppo è gradevole. Una signora di cinquant'anni, forse di più. Ha un sorriso mammesco. E due valige da venti chili l'una. Inorridisco. Ho uno zaino di otto chili e so che è troppo. Less is more.

L'antivigilia di Natale siamo a Madrid, sulla strada per Città del Guatemala. Il gruppo è tutto di femmine, età variabile dai quasi trenta ai sessanta suonati. In taxi lungo la Castellana, otto corsie bordate di alberi addobbati di lucine bianche, siamo stipate e al caldo. Madrid capitale, palpita di atmosfera natalizia, il Piazzale Cibeles, dove i tifosi del Real festeggiano, è illuminato a giorno, sfarzoso, palazzi barocchi. Madrid è bella oggi ma gelida, neve e vento. In una taverna nei pressi della Puerta del Sol ci servono birra chiara e pastosa, crostini con jamon e formaggio che puzza e pizzica il palato. Il viaggio è iniziato e, come ogni volta, nell'attimo che precede il momento della partenza, ho sentito uno sfrigolio risalirmi dalla bocca dello stomaco, una sventolata di ali di farfalle, come quando m'innamoro.

La mattina dopo arrivano altri tre viaggiatori, una coppia, lui ciccione barbuto dall'aria poco socievole, lei con i capelli freschi di parrucchiere e a due colori, le unghie lunghe e il foulard di seta al collo. Con loro un uomo con una criniera di capelli grigi, scomposta, l'aria trasandata.

Poi l'interminabile volo per Miami e da lì, finalmente, Città del Guatemala, nel cuore della notte e fa freddo. Un minibus ci trasloca, storditi, fino ad Antigua. E' la notte di Natale. Ci piazziamo in un alberghetto che non è quello che la capogruppo voleva. Pazienza. Cinque femmine in una stanza con una sola finestra e un solo cesso. Ci sono diversi insetti. Il mio letto scricchiola e puzza.

Un giro notturno per Antigua rivela strade deserte, barboni sotto i portici di palazzi coloniali, strade illuminate a festa (a testimonianza della povertà che qui è relativa, o meglio, la ricchezza è distribuita in modo assolutamente iniquo -pochi con molto e molti con niente. In Africa nessuno si potrebbe permettere di addobbare una città intera con lucine bianche e musichette - ma solo perché non c'è nessuno sufficientemente ricco e cattolico per finanziare la spesa. Il Guatemala è uno dei paesi più poveri del mondo in assoluto) e un solo bar aperto dove non servono che birra. E vada per la birra, una Gallo, por favor. Leggermente amara e molto schiumosa, scivola veloce nello stomaco vuoto. Ondeggio. Osservo i miei compagni di viaggio. Le ragazze ridacchiano stordite dalla stanchezza. Potrebbero essere perfette per comporre un gruppo di CL a vederle. Sono linde e graziose. Ma non me ne piace nessuna. Una sembra un uomo, non fisicamente, che anzi è decisamente ben fatta, piuttosto per i modi sgraziati e la parlata rude. Le altre sono quanto mai anonime, una ha la voce squillante e ride continuamente. Mah... I due maschi del gruppo non sembrano rilevanti a questo punto. Certo, il ciccione barbuto ha l'aria abbastanza intrigante, parla poco. Sua moglie ha perso l'aria da signora di provincia dopo il lungo viaggio. Mi è simpatica.

La mattina presto in giro per Antigua, sempre deserta. Tra Calles e Avenidas - le prima vanno da est a ovest, le seconde da nord a sud, la città è troppo pulita e ordinata per essere vera. Non c'è nulla fuori posto, nemmeno i ciottoli per strada. Visitiamo, quasi svogliatamente, chiese e palazzi. Sbirciamo nei cortili rigogliosi di verde e di fontane, le case coloniali riconvertite in hotel a cinque stelle, per gli americani e per qualche italiano che paga facilmente duecento dollari a notte.Tutto è molto silenzioso ed elegante. Verso mezzogiorno la città è in piena attività. I guatemaltechi cucinano tortillas e Queso de Cicero su banchetti quasi improvvisati ai margini delle vie. Oppure vendono coperte, cappelli, scialli, stoffe coloratissime e ancora braccialetti, piccoli oggetti, tutto coloratissimo. I commercianti più perseveranti sono i bambini, anzi le bambine. Una fanciullina di sette anni riesce a vendere il suo intero malloppo di chincaglieria alle mie compagne di viaggio. Dopo pranzo, si ripete il rito del Gallo. La birra scivola nuovamente, liscia, nelle gole assetate. Non è che faccia poi così caldo. E' Natale. Il pomeriggio si trascina e io mi trascino appresso al gruppo, giro del mercato, altre stoffe colorate, artigianato, acquisti. Io non compro niente. Non lo faccio mai in viaggio, per non appesantirmi. E poi delle cose non saprei che farmene. Oggi, che sono chiaramente sotto tono, scopro che viaggiare con un gruppo è terribilmente facile. Mi adagio e seguo. Mi va bene tutto. Un brutto segno.

Ad Antonia, una delle due più sveglie del gruppo, viene in mente di salire sul primo autobus che parte e vedere dove ci porta. Brillante! Saliamo sul bus importato dagli Stati Uniti, una volta deve essere stato uno scuola bus. Lo hanno ridipinto di tutti i colori, e ci sono anche addobbi natalizi. Il bus parte. Non è pieno. Si riempie strada facendo: dai sei posti per fila, improvvisamente saltano fuori seggiolini addizionali e ci si sta in nove per fila, belli stipati. Ci fermiamo a Ciudad Vieja dove la sola attrazione sembra essere la chiesa, con le campane di Big Ben, e le banane fritte, che qui chiamano platanos, secche, croccanti e salate. Riprendiamo il bus che ci conduce, attraverso una valle dominata dal vulcano, a San Antonio. E qui scopriamo che non tutto il Guatemala è come Antigua. Qui le strade i ciottoli li hanno intermittenti. La chiesa è decorata con banane e nespole, di lucine non se ne vedono. Nel presepe, Maria e Giuseppe portano un cappello da cow-boy. Dal campanile si diffondono melodie natalizie. Le case sono cadenti, blocchi di cemento improvvisati. Nessun segno di case coloniali tutte carine e dipinte di giallino o verdino. Beh, del resto Antigua fu capitale, San Antonio mai. Il gestore dell'unico negozio di San Antonio, dopo avermi venduto una bottiglia d'acqua con un grande sorriso privo di denti, mi chiede se vorrei fermarmi lì con lui, insomma, mi chiede in moglie. E per un attimo mi vedo dietro il bancone della tenda, con tre bambini aggrovigliati ai fianchi, tutti neri, piccoli e urlanti, e lui, mio galante commerciante dalle gambe tozze, che se ne va a farsi i fatti suoi, orgoglioso della moglie bionda e alta che lavora per lui...

Ripartiamo. Rovine superflue a Iximché, poi su per le montagne, a Chichicastenango, che sembra il nome di un attore di Casal Pusterlengo, film porno anni settanta. Fa un freddo indecente, indosso tutto quello che ho. A Chichi bisogna arrivarci di mercoledì o di sabato sera, che il giovedì e la domenica sono giorno di mercato. Un mercato a puro uso e consumo dei turisti peraltro. Altri milioni di coperte, stoffe, cappellini, bracciali, statuette, maschere. Un vecchio senza denti ride e sbuffa mentre tenta di vendere la sua bilancina portatile di bronzo. Resta un tempo lunghissimo a guardarci mentre prendiamo un tè in una bettola. Giro inebetita per il mercato, perdo i compagni di viaggio, poi li ritrovo. Parecchi di loro sono impegnati in contrattazioni estenuanti per portarsi a casa amache e coperte. Giovanna, la più giovane del gruppo, riempie uno zaino nuovo di regali. La capogruppo, che ha già quaranta chili di bagaglio, raddoppia il peso che si porterà appresso, acquistando di tutto in quantità industriali.

Poi si parte per Panajachel, sul lago Atitlàn. A Panajachel, che sembra Rimini, c'è di tutto: ristoranti a decine, discoteche, internet cafè e una miriade di bancarelle. Tutto per il turista! Un posto osceno, per venire sul lago a fare shopping potevo anche restarmene in Italia.

Il bello del lago Atitlàn sono, senza dubbio, i tre vulcani che si affacciano sull'acqua. I villaggi del lago sono fottutamente finti. Interessante però che i costumi della gente locale sono diversi in ogni paesino. E che le coltivazioni, qui sull'altipiano, sono appoggiate quasi in verticale sulle pendici ripide dei monti, non a terrazze, semplici fazzoletti di granturco quasi perpendicolari al lago. A San Antonio de Atitlàn gli uomini girano in gonnella, con il cappello da cow boy. A Santiago, le statue della chiesa sono vestite di abiti fatti in casa dalle donne del villaggio. Una volta all'anno gli rifanno il guardaroba. A Gesù hanno messo dei mutandoni viola e una parrucca di capelli corvini che lo fa assomigliare a Michael Jackson. Un bambinetto di pochi anni ci conduce alla casa di Maximon. Per ricompensarlo gli regaliamo una paio di scarpe nuove, da ginnastica, di quelle vecchie non era rimasto molto. Il culto di Maximon ha radici intricate, tra cattolicesimo e credenze animiste. Fatto sta che questo Maximon, ospitato ogni anno da una famiglia diversa di Santiago, si è guadagnato fama per le sue curiose abitudini: per ingraziarselo bisogna donargli sigari, rum e soldi.

Alla stazione di polizia di Santa Catarina pago un quetzal per fare pipì nel cesso dei maschi. Mentre aspetto il mio turno, osservo attentamente il cartellone dei ricercati. Ce ne sono molti, i reati più frequenti quelli di rapina e sequestro di persona. La maggioranza dei ricercati fa parte di bande criminali assai temute nella zona, che è frequentata dai ricchi americani e guatemaltechi con ville mozzafiato in riva al lago. Le pene sono severe: quella di morte per gli assassini, per gli altri reati si va dai trenta ai sessantacinque anni. Faccio un po' di domande ad uno dei poliziotti. Un agente di polizia guadagna mediamente duemila quetzal al mese, che fanno circa trecento euro. A pochi metri di distanza, in un negozietto, ho visto un copriletto in vendita. Costava settemilaottocento quetzal.

La notte prima di Capodanno, mentre siano ancora sugli altipiani gelidi, e dopo un bagno ristoratore e caldo nelle acque termali delle Fonti Giorgina, sogno di essere in mare circondata da delfini enormi. Mi sfiorano, mi toccano con i loro musi lunghi. Poi abbraccio un delfino grandissimo e lui mi accarezza con le pinne possenti. Mi sorprende di stare sott'acqua e respirare.

Viaggiare con il gruppo rende improbabili i contatti con la gente del posto. Siamo sempre tutti insieme, facciamo tutto insieme e l'itinerario è prefissato. Mi accorgo di viaggiare svogliatamente. Una miriade di domande mi aggredisce: Cosa mi spinge a viaggiare? Cosa cerco? Cosa mi emoziona o mi commuove?

Ho sempre pensato che una persona decidesse di viaggiare per il “desiderio di stabilire contatti con altri esseri umani, che vivono in realtà spesso molto diverse. Condividere le loro esperienze. Provare i sapori che provano loro. Sentire gli odori delle loro terre. Altrimenti, basterebbe un buon libro di foto, o una bella videocassetta”i. Pensavo che il vero viaggiatore parte da solo. “E che non esistono posti in cui nessun turista o viaggiatore non sia stato, però esistono posti in cui tu o io non siamo stati. E sopratutto esistono modi di guardare che non abbiamo mai sperimentato”ii.

Ora che sto in viaggio, e mi vedo circondata da turisti attaccati a bottigliette di Coca Cola, dai componenti del mio gruppo che comprano e comprano e vogliono vedere e fare, e nessuno parla neppure mezza parola di spagnolo, figurarsi l'inglese, come pecore dietro le gonne della capogruppo, ma che cosa ci sto a fare in viaggio io questa volta? Sono sempre andata per il mondo portando con me il dubbio del non ritorno. “Chiunque viaggi ha motivazioni diverse. C'è chi inizia perché la ragazza l'ha lasciato, e non si ferma più. Chi scappa da qualcosa, chi cerca qualcosa, chi è inseguito dalla propria insofferenza ("perchè divento insofferente dopo due settimane, insopportabile dopo un mese passato nello stesso posto?"), chi cerca i sapori, gli odori, il contatto, i colori, il lasciarsi andare alla deriva, il non volersi più sentire italiano, chi... bè, ci sono tanti perché. L'unica cosa che accomuna i viaggiatori è quel brivido che ti coglie quando fai il primo passo per il nuovo viaggio, e davanti agli occhi ti scorrono immagini che non hai ancora visto, e va bene così, perché tanto per tornare c'è sempre tempo, e magari questa volta (sì, accidenti!), questa volta non si torna più, perché non ti puoi più fermar”eiii.

Mi sono persa. Non vedo l'ora di tornare e non sono che all'inizio del mio giro del Centro America. Non m'interessa di stare in viaggio con persone che fanno viaggi, una ha “fatto” il Perù, l'altra ha “fatto” lo Yemen, tutti hanno “fatto” l'Egitto. Ci manca solo che qualcuno confessi di essersi “fatto” cubani e cubane o piccole tailandesi. Ma che modo è di parlare di pensare? Ora che torno dovrò dire di aver “fatto” il Guatemala e il Belize. In effetti faccio, non partecipo. Ho snaturato il viaggio. L'ho trasformato in una fuga, una scampagnata dall'altra parte del mondo per vedere cosa? La mia immagine riflessa nelle acque del lago Atitlàn? È la notte di Capodanno. Probabilmente ve ne eravate accorti che c'era qualcosa di diverso.

Siamo sul Rio Dulce, un mucchio di capanne nella foresta in riva al fiume, un baretto frequentato da uomini di mare, skipper baffuti dall'aria poco raccomandabile che portano barche lussuose da un capo all'altro dei Caraibi. A mezzanotte e un quarto sono già nel mio giaciglio, un lettone enorme sotto una zanzariera robusta, le capanne non hanno finestre e, sotto il tetto, abita una famigliola di pipistrelli.

Il fiume. Non ho potuto non pensare a Conrad questa mattina, a Joseph Conrad, mentre scendevamo lungo il fiume verso il mare. La vegetazione fittissima, gli enormi alberi ceiba ricoperti da piante parassite, la foresta, poche capanne sul margine del fiume che ha il colore di uno smeraldo opaco. Denso e lento si avvicina al mare. Insetti. Forse una tortuga, grovigli di radici tra le mangrovie. E poi il mare. Una fila di cormorani appoggiati sul molo di Livingston, musiche africane in lontananza. Attracchiamo. Bambine nere come il carbone e pettinate con i riccioli a bananina sulle teste, si lisciano le gonne di pizzo e raso rosa e celeste. Una band di tre percussionisti passa per la via principale lasciano una scia di ritmo frenetico. Ritrovo un pezzo d'Africa e questo giustifica improvvisamente la mia presenza qui.

Il viaggio prosegue tra valli odorose di cedro e alberi enormi, palme, bananeti a perdita d'occhio. Gli eredi dei Maya, con i loro costumi multicolori e i mercati e le stoffe colorate, sono spariti. In pianura i guatemaltechi sono piccoli, tozzi, poco socievoli. Del resto, a chi verrebbe voglia di socializzare con un gruppo di femmine urlanti?

La capogruppo ha organizzato una gita fuori dai percorsi tradizionali. Andiamo a Ceibal, un sito Maya nella foresta, arroccato su una montagna e raggiungibile solo con una barca e poi a piedi. Piove. Le rovine, onestamente, mi dicono poco. Ma la foresta è fantastica, misteriosa e oscura e umida. Il rantolo infernale della scimmia urlatrice rompe il silenzio frusciante della foresta e noi, come stregati da quel verso, ci addentriamo tra le palme e le felci, le ceibe e gli alberi dell'amore, i “mata palo”, ai quali un parassita si avvinghia, succhiandone la linfa e togliendogli la vita.

Qualche giorno più tardi, a Tikal, il sito Maya più visitato del Guatemala, tra le piramidi del Mundo Perdido si aggirano centinaia di turisti ciarlanti. Si ripete il rito della scimmia urlatrice. La scimmia urla e tutti s'avventurano, eccitati, a decine, verso la fonte misteriosa di quel rantolo. “Forse è un giaguaro!” urla qualcuno. Come in un film fanta-horror, l'animale turista si fa prendere per i fondelli da una minuta scimmia dalla voce possente e asmatica, prova un brivido feroce lungo la schiena sperando l'incontro con qualche animale demoniaco.

Ancora pochi giorni prima di lasciare il Guatemala alla volta del Belize.

Sono in Belize da dieci giorni, su un'isola grande come una lingua di topo, sabbia bianca tra palme e mangrovie, poche case basse e le tracce, ancora fresche, dell'uragano Mitch. Le strade sono vie di sabbia tra le casette di legno. Si circola a piedi o su automobiline che sembrano giocattoli, avete presenti le macchinette elettriche dei campi da golf?v

Ho accompagnato i miei compagni di viaggio all'aeroporto. Una mattina getto una monetina in aria: testa vado in Messico, croce vado in Honduras.

Qualche giorno fa ho nuotato tra squali e mante. Insieme a decine di altri turisti e con le guide che gettavano pesce in bocca agli squali storditi dalla folla di umani muniti di pinne, maschere e boccagli, poco più in là c'erano anche i sub, bombole e mute e le loro sofisticate procedure di immersione. A me gli squali fanno paura. Anche le mante. Eppure mi ci butto nell'acqua e so benissimo di star facendo una cosa che è terrificante. Ho invaso il territorio dei pesci, mi sono rotolata sul fondo del mare con le mante, le ho sfiorate, la loro pelle liscia e viscida, come seta al confronto con quella degli squali che è ruvida come gomma porosa. Il fondo del mare è un mondo tutto nuovo. Mi ricordo che una volta un amico si lamentava del fatto che non esistono più posti al mondo che non siano stai già colonizzati da noi, noi turisti. Siamo in un mondo che corre il rischio di diventare un enorme McDonald, dove i desideri sono appiattiti, le diversificazioni si giocano su sfumature assai sottili, quali impercettibili. Le multinazionali fagocitano il mondo e lo trasformano a loro piacimento. Con il solo scopo del profitto. La Coca Cola ha tappezzato la terra di pubblicità e distribuisce il suo prodotto dovunque. Eppure ci sono posti dove i bambini la Coca Cola non l'hanno mai bevuta. Finché non arriva un viaggiatore, o forse un turista, e gliene compra una bottiglietta. Un turista responsabile, che piuttosto che dare qualche moneta al ragazzino, “No, non sia mai, abituarli a fare l'elemosina!” gli mette in mano una bella bottiglietta di vetro con la scritta bianca e rossa. Magica bottiglietta dei desideri. E il turista responsabile è contento di sé. Anche il bambino è contento. Ma poi, lui, di Coca Cola ne vorrà ancora. Verrà un altro viaggiatore, e forse gli comprerà una nuova bottiglietta. Poi di viaggiatori ne verranno ancora molti, sempre più uguali ai turisti, anzi alla fine saranno solo turisti che già oggi, io la distinzione tra l'uno e l'altro stento a farla. Viaggiare da soli non basta a far di uno che si sposta un viaggiatore. E viaggiare in gruppo non vuol dire che uno sia turista. In cosa sta la differenza?

Tiro la moneta. Honduras. Arruffo il mio bagaglio, prendo la barca per la terraferma e, alle cinque di mattina, mi metto in viaggio verso l'Honduras. Ho fatto un calcolo approssimativo, credo mi ci vorranno due o tre giorni per arrivare. Trovo un torpedone che dirige verso sud. Foresta, montagne, foresta, foresta. Un fiume, la costa, Dangriga. Dopo sette ore di viaggio sono a un quarto di strada. Dangriga è una città garifuna, piccola Africa caraibica. Guardo i bambini con le uniformi scorrazzare per la strada polverosa. Se c'è musica ballano. Ciucciano succhi di frutta da sacchettini di plastica. La lingua ufficiale del Belize è l'inglese. Faccio fatica a non pensare di essere in Africa. Mentre aspetto la coincidenza per Placencia, da dove pare che parta una barca per l'Honduras, chiacchiero con vecchio sballato del posto. Puzza di alcool e mi offre sigarette infumabili. “Ci tengo darti una buona impressione del Belize. Abbiamo bisogno di turisti per l'economia. Qui è tutto monopolizzato da pochi ricchi, vedi, noi ci dobbiamo arrangiare come possiamo.” Poi riparto, sette ore di torpedone mi aspettano per arrivare a Placencia. A metà strada sale un tipo alto, cappellaccio da cow boy, occhiali scuri, camicia bianca aperta sul petto villoso, uno zaino microscopico, probabilmente un gringo. Oltre a me, è il solo altro turista. Ma non mi si fila proprio. Va a sedersi in fondo. Mi assopisco.

A Placencia non è rimasto molto dopo l'ultimo uragano, l'otto ottobre del 2001, pochi mesi fa. Non c'è più strada, poche sono le case abitabili. Delle palme sono rimasti solo i tronchi decapitati. Mi ci vuole un bel po' per trovare un posto dove dormire. Finisco in una stanza sbilenca, in una casa che sta insieme con il nastro adesivo. Il bagno è nello stabile di fronte, altrettanto cadente. Ho fame e sete e non c'è un'anima in giro, solo una odiosa donna francese con neonato appresso che tenta di vendermi dei souvenir. Il gringo del torpedone è sparito. Passeggio sulla spiaggia semi deserta e incontro una coppia di olandesi. Ceno in loro compagnia, ci sbronziamo di rum e coca e giochiamo a yatsee. Perdo sempre. Poi a letto presto. All'alba parte la barca per l'Honduras.

Mi imbarco appena in tempo. Sono stonata per la sbronza e la notte discutibile nella casa di nastro adesivo. C'erano due iguane sul terrazzino. Un tipo piccolo dalla faccia simpatica, con una chiazza bionda tra i capelli scuri, mi si siede vicino e sorride. A bordo c'è anche il gringo del giorno prima. Mi ha sorriso. È alto e belloccio, faccia da stronzo. Il piccolo è per metà inglese e metà italiano. È divertente. Fa l'istruttore di sub e sta andando a Roatan, Honduras, lo stesso posto dove vado io.

Il viaggio in barca è interminabile. La prima sosta la facciamo alla frontiera tra Belize e Guatemala. Non è una frontiera propriamente detta. Piuttosto un canale di deposito di container. La polizia di frontiera passa di qui a dare i lasciapassare per uscire dal Paese. C'è un'aria losca, poco chiaro insomma. Il piccolo inglese, Max, si aggira nervoso, fumando a catena. Il gringo se ne sta in disparte, non parla con nessuno. Si chiama Christopher. Navighiamo per ore, il motore possente ci conduce finalmente a Puerto Cortez, Honduras. Max e io siamo gli ultimi a sdoganare. Il gringo si dilegua rapidamente. Una donna inglese di una bruttezza indescrivibile, lunghi baffi e peli sulle gambe, corpulenta e aggressiva, s'è appiccicata a Max. Va anche lei a Roatan. Voilà, siamo in tre adesso. Il viaggio da Puerto Cortez è ancora lungo. Saliamo su un torpedone honduregno, holà, qui si parla di nuovo spagnolo. Honduras!

Mi ero sempre immaginata l'Honduras come una terra di frontiera, di guerriglieri e avventurieri, foresta e fiumi, zanzare, pistole, paura. E sicuramente ci sono anche tutte le cose che immagino da qualche parte, solo che non si vedono. La strada principale del paese, che attraversa tutti grandi centri, è moderna, ben asfaltata, cartelloni pubblicitari ogni pochi metri. L'Honduras è territorio Toyota dichiara arrogante un enorme cartello pubblicitario. Vedo due o tre grosse catene di fast food americane lungo la strada, distributori Shell, pubblicità della Pepsi, della Visa, oddio, ma questo è lo stato (non libero) di bananas! E il dittatore? Un americano: il dollaro.

Il paesaggio è molto attraente. Montagne verdissime a ridosso della costa, foreste a perdita occhio e soprattutto coltivazioni di banane, dappertutto, tutte con il bollino blu. Alle sei è buio, scoppia un temporale. Ho fame, sete, sono stanca. Mi accascio sul sedile, la mia testa scivola sulla spalla di Max. Tre ore dopo siamo finalmente a La Ceiba. Da qui arrivare a Roatan, un'isola poco al largo della costa, dovrebbe essere uno scherzo. Ma per oggi non se ne parla. Niente navi e niente aerei. Max, Felicia, l'odiosa inglese e io, ci ritroviamo a sera inoltrata sotto la pioggia in un posto che non promette niente di interessante. Felicia, che dice di aver abitato quattro anni in Honduras, e non ho ragione per dubitare che dica il vero, suggerisce un alberghetto, l'Amsterdam. Troviamo una sola stanza con due letti, uno matrimoniale e uno minuscolo. Siamo troppo affamati per discutere su come dormiremo. Di certo io non voglio dividere il letto con Felicia. La verità è che mi sono messa a flirtare con Max. E' sabato sera. Le strade si riempiono di automobili americane dai motori rombanti e da Toyota silenziose. Il ristorante sulla spiaggia soddisfa Max e me che assaporiamo tortillas locali con queso e pomodori, Felicia invece si sente derubata, ha dovuto pagare quasi quindici euro per un piatto di gamberoni. Meno male che lei l'Honduras lo conosceva. La conversazione non brilla, troppo stanchi.

Allora come dormiamo? - mi sussurra Max in italiano

Mmmmm, tu che ne dici? Io con la pelosona non ci dormo!

Ah...la pelosona, beh, neppure io ci vorrei dormire, mi sembra che tu sia molto più morbida...

Beh, pure lei è bella tonda, non trovi?

Sì, sì, ma c'è tondo e tondo...

Arrivati all'albergo le cose si risolvono presto. Felicia si getta sul lettone senza dire una parola. Non va in bagno né si lava i denti. Max e io ci fumiamo una sigaretta nel patio. Di fianco all'albergo c'è una discoteca. La musica martella. Mi butto sul lettino. Max si accascia di fianco a Felicia con una smorfia di disgusto. Dopo dieci minuti russano tutti e due. Mi rigiro nel mini-letto per diverse ore. Conosco tutte le canzoni della discoteca, vecchi numeri dei Police, anche qualche canzone italiana cantata in spagnolo. Vanno avanti fino alle tre. Nei momenti di calma della musica seguo interessata la conversazione tra una puttana e il suo cliente. Lei è furibonda perché lui si rifiuta di pagarle la somma convenuta, tre dollari.

Ti ho servito bene, hai avuto quello che volevi e ora ti rifiuti di pagarmi, bastardo!

Ci siamo capiti male, tu hai detto tre lempira, non tre dollari! Troia, mi vuoi fregare!

Sei tu che tenti di fregare me, ma no, non ci riesci, ti porto alla polizia!

Alla polizia, si, brava, come no! Ma sei pazza?

E allora dammi i tre dollari e finiamola.

Urlano. Vanno avanti per un pezzo. Alla fine lui paga e se ne va. Peccato non averli visti in
faccia. Alle cinque devo essermi addormentata. Alle sei ci svegliamo, loro freschi e riposati, io distrutta per la notte in bianco. Alle otto siamo a bordo in un Cessna a otto posti che si libra nella luce chiara e azzurra, sotto di noi il mare dei Caraibi.

La barriera corallina che circonda Roatan scintilla, turchina, sotto di noi che stiamo per atterrare. Roatan è un'isola di dimensioni ragguardevoli, sarà lunga almeno una cinquantina di chilometri. È montagnosa e immensamente verde. Dall'aereo avvisto una spiaggia incantevole, è la spiaggia più bella dell'isola, quella dove gli italiani hanno costruito il villaggio

Ci separiamo all'aeroporto. Felicia e io ce ne andiamo al paese, Half Moon Bay. Max a West Bay, la baia paradisiaca. Trovo velocemente una sistemazione in una casetta non lontano dal mare. Ha un solo difetto: è infestata da cucarachas di dimensioni ragguardevoli, vi giuro, alcune sono almeno di sette centimetri. La prima notte scopro che uno scarafaggio s'è arrampicato su per la zanzariera e scorrazza nel mio letto. Lo uccido. Il giorno dopo compro un veleno spray e faccio strage. Mi fermerò qui per qualche settimana. Poi si vedrà.

Cristina

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