Diario Australiano - Parte Terza: I Tropici



Questa è la terza ed ultima parte del diario di viaggio in Australia, le altre due sono qui: Prima Tappa - Seconda Tappa

2 Settembre: Cape Tribulation

Gianluca va a ritirare l’auto a noleggio, una piccola volkswagen in cui le valige faticano ad entrare. Siamo costretti a tirar giù i sedili. In effetti ci siamo portati troppa roba, quasi dovessimo fare sfoggio di chissà quali ricchezze. Pochi capi sportivi ed uno elegante (per la serata all’Opera House) sarebbero stati sufficienti. Le lusinghe del consumismo mai abbandonano l’uomo del ventunesimo secolo. Vorrei essere più pura e meno attaccata agli oggetti materiali. "Marta, Marta, perché ti preoccupi di cose vane?".

Il cielo ovviamente è coperto; ci dirigiamo verso il luogo di destinazione, Cape Tribulation, a circa 120 km. a nord di Cairns. La strada, dapprima larga e trafficata, diviene sempre più stretta, fino a raggiungere un fiume ove le auto vengono fatte salire su una chiatta mobile che le trasporta sull’altra riva. Sarebbe stato più razionale costruire un ponte, che però avrebbe avuto un maggior impatto ambientale. L’australiano ha un vero senso dell’ambiente, è conscio della bellezza della propria terra e non fa nulla più del minimo nell’intervenire sull’habitat naturale. Un senso dell’ambiente etico, non politicizzato, serio, appreso sin dall’infanzia e tramandato di generazione in generazione. Certo, sarebbe stato più semplice costruire un ponte. Ma meno bello.

Superato il fiume, dove leggiamo che albergano coccodrilli, ci inerpichiamo per una stretta strada che si snoda nella foresta pluviale tropicale. La vegetazione è fittissima, quasi inestricabile. Rimaniamo stupiti dal numero di piante di diverse specie che prosperano in questi luoghi. Ci fermiamo al Discovery Centre dove è stata costruita una passerella all’interno della giungla, con una guida in tutte le lingue. Prediligiamo quella in italiano: siamo stanchi di tutto questo inglese, che a volte non capiamo. Del resto, impregiudicata la nostra incapacità, l’inglese degli australiani sembra oggettivamente difficile da comprendere.







La passeggiata è interessante e culmina in una torre dalla quale si domina la foresta. E’ alta ventitré metri ed è costruita in legno e in ferro; ciononostante, l’impatto ambientale è minimo. Le robuste fondamenta sono in cemento armato, in grado di sopportare i cicloni tropicali. Alcune piante della foresta sono antichissime e scomparse dal resto del pianeta, una di queste ha l’età dei primi dinosauri. Tutte lottano fra loro per raggiungere la luce, una specie di battaglia naturale con selezione del vincitore. A terra ci sono felci enormi, e poi liane, e rampicanti salenti in alto per metri e metri.


Terminato il giro, facciamo una sosta a Cow Bay, luogo molto pubblicizzato nella nostra guida cartacea. Effettivamente è una splendida spiaggia color crema, molto lunga ma inferiore a quella di Emu Bay a Kangaroo Island. Facciamo una passeggiata senza azzardarci a metter piede nell’oceano. Qui nessuno fa il bagno perché il mare è popolato da squali e da meduse velenose, che hanno tentacoli lunghi sino a tre metri. Ovunque sono affissi allarmanti cartelli che avvertono l’incosciente bagnante dei terribili pericolo che corre e presso ogni spiaggia c’è una bottiglia contenente un liquido acetato, da versare immediatamente sulla parte toccata dalla medusa, prima di andare "quickly" dal medico.

Il nostro resort è situato nella Feitree Rainforest ove, come si evince dal nome, evidentemente piove sempre. La camera è molto grande, in posizione sopraelevata, su palafitte, ed è dotata di due enormi vetrate. Purtroppo il telecomando dell’aria condizionata non funziona e nonostante le nostre lamentele il personale sembra incapace di risolvere il problema. Decidiamo di spegnere manualmente l’apparecchio e di stare al caldo, sperando in una soluzione. A dire il vero, l’ambiente è un po’ spartano: mancano la televisione ed altre comodità, ma una pellegrina di Santiago come me è abituata a ben altre disagi.


La sera restiamo a cena nel resort e mangiamo un magnifico burger con patatine fritte. Viene considerato un light menu: non oso immaginare in cosa consista quello heavy.

3 Settembre: Cape Tribulation

Purtroppo il tempo è coperto ed umido e subito comincia a piovere. Dopo colazione, decidiamo di esplorare un po’ la zona in auto. Facciamo una bella passeggiata botanica su una passerella tra le mangrovie, splendide piante con radici che crescono nell’acqua: sembra un paesaggio fantasy, genere "Il Signore degli Anelli". Ci fermiamo poi da Daintree icecream Company un luogo incantevole dove gustiamo un magnifico gelato fatto con i prodotti della giungla, infine decidiamo di fare un piccolo tour in battello sul fiume per cercare di avvistare i coccodrilli.

Il tour non ci delude, c’è una guida che parla un australiano incomprensibile, ma avvistiamo ben tre coccodrilli in punti diversi delle rive del fiume. Uno di essi è spaventosamente enorme e dorme con una terribile bocca aperta vicino ad un coccodrilletto. Veramente orribili a vedersi e oltretutto assai attivi in queste acque.



Ci fermiamo poi da Mason’s, un emporio ben fornito, ove decidiamo di fare un bagno nel famoso Mason’s hole, punto del fiume (uno dei tanti di questa zona) libero da coccodrilli, che lo evitano per le pareti molto ripide da risalire. L’acqua è freddissima ma il bagno è corroborante. Per fortuna, è uscito un po’ di sole.



La sera decidiamo di cenare in un resort vicino e consorziato con il nostro, che ha un bellissimo ristorante in legno, ideato da un buon architetto, situato su una spiaggia incantevole. Ci accolgono freddamente perché non abbiamo prenotato, nonostante sia quasi vuoto.





4 Settembre: Cape Tribulation

Ci svegliamo presto perché dobbiamo fare il check-out e recarci alle otto all’appuntamento con Nick, una guida che ci mostrerà i segreti della foresta pluviale. Abbiamo prenotato ieri tramite la gross pharmacy vicino al resort.

Siamo in cinque, veniamo caricati su un pulmino e portati in un punto interno della foresta. Camminiamo per la foresta percorrendo sentieri creati dagli animali o risalendo il torrente. Nick conosce ogni pianta, ogni radice, ogni più piccola orma; ci mostra il seme del mogano, ci fa assaggiare le bacche commestibili e odorare i fiori e le piante che individua. Ci spiega come si calcolano gli anni delle palme e ci descrive la superficie dei funghi. E’ veramente bravissimo e deve essere di origini aborigene. La scalata è a tratti difficile e necessita dell’aiuto di una corda, ma lui cammina agevolmente, indossando sandali di gomma. Penso ad alcuni romani che conosco, che vanno in montagna vestiti di tutto punto, guardando con occhi critici chi indossa abiti a loro giudizio incongrui, ma che si rivelano poi delle vere schiappe nelle salite. Trovo che in generale l’italiano medio sia esageratamente attento all’abbigliamento: è molto comune nel nostro paese osservare sciatori o camminatori incerti, ma vestiti di tutto punto. Sono cresciuta con un eccessivo senso del ridicolo, inculcatomi da mia nonna, e trovo grottesco (oltre che stupidamente antieconomico) indossare abiti tecnici assai costosi senza poi essere poi in grado di affrontare decentemente la prova. E invece a Montalcino, un paese toscano in provincia di Siena, c’è un anziano signore di oltre ottant’anni, che, vestito in maniera del tutto incongrua, è in grado di affrontare con la sua vecchia bici da corsa la inaccessibile salita dell’Osticcio! (Non posso descrivere la pendenza: solo chi è della zona può capire).

Giunti vicino al fiume, ci fermiamo in un punto della foresta per riposare: qui la nostra guida prepara un tè, scaldandolo con un fornellino a gas che si è portato nello zaino. Gustiamo anche del buon pane con miele e dolcissimi frutti rotondi a forma di ciliegia. Nick ci mostra alcuni sassi friabili che colorano di arancione e mi fa dei piccoli disegni arancioni sul viso: gli altri mi scattano subito una foto.


Nello scendere, incontriamo una sorgente. Sin da bambina mi sono sempre chiesta come fosse una sorgente, per quale magia da un dato punto della roccia potesse zampillare dell’acqua. Eppure è così: non ne avevo mai visto una e ora ho capito com’è, piccole gocce che scendono in un rivolo. Dal nulla. Sono consapevole che può sembrare un’ovvietà ma a me sembra incredibile. Miracoloso.

Alla fine del giro, la nostra guida ci porta ad una fattoria di sua proprietà, dove c’è una nonna e una piccola bambinetta bionda che lo adora. E’ sua figlia, naturalmente. La bimba mi scruta fissamente e non capisco perché. Poi mi ricordo dei disegni arancioni sul viso.

Prima di andare via, Nick ci invita a fare un bagno nel fiume che scorre nella sua farm, invito che subito accettiamo. L’acqua è freddissima ma pulitissima. Bagnati e felici, torniamo tutti indietro.

Per fortuna è uscito il sole, perciò Gianluca ed io decidiamo di sostare un po’ in spiaggia prima di lasciare Cape Tribulation. Abbiamo trovato il sole raramente durante questa vacanza, ma quando esce picchia selvaggiamente. Sembra più forte di quello delle Maldive ed è impossibile resistere nelle ore calde, specie senza protezione.

Alle quattro del pomeriggio ripartiamo diretti verso Port Douglas, ridente cittadina distante circa settanta km. a sud di Cape Tribulation.

Ci sistemiamo in un appartamento il cui terrazzino dà sul corso principale della città a pochi metri dalla spiaggia. L’abitazione è veramente carina, composta da un soggiorno con cucina e una camera da letto, più terrazzino e bagno. E’ moderna e arredata con gusto. Nel complesso residenziale c’è anche una piccola piscina e una vasca idromassaggio.

Faccio subito un giretto del centro, pieno di locali e negozi alla moda. Port Douglas è una città elegante, adagiata su un promontorio. La gente è ben vestita e l’ambiente di classe.

Tiro fuori dalla valigia un vestito buono ed esco a cena con Gianluca. Ceniamo in un ristorante molto in voga la cui cucina aspira ad essere raffinata ma in realtà non eccelle. Scambiamo due parole con una cameriera romagnola, felicissima di essere in Australia. Avrà venticinque anni e dice di essere contenta perché guadagna molto, lavora poco e riesce anche a mettere da parte un po’ di soldi. Del resto, rifletto, Nick chiede 55 dollari a tour ed ha una media di quattro - sei persone a giro. Non so quanti giri faccia al giorno: quello che è certo è che guadagna molto più di me e si stressa molto meno.

5 Settembre: Port Douglas

Fuori c’è un bel sole e perciò decidiamo di andare subito al mare. La spiaggia di Port Douglas è bellissima e lunghissima. Inoltre, cosa incredibile, ci si può fare il bagno. Non mi sembra vero. Ci ricopriamo di crema e decidiamo di fare una corsa sulla spiaggia. Magnifica corsa chilometrica su un litorale che sembra non finire mai. Al ritorno, un bel bagno e un po’ di riposo al sole, debitamente protetti con la crema.


Verso l’una decido di andare da sola a vedere i negozi, anche per evitare scottature. Li batto uno ad uno e mi provo qualsiasi cosa; purtroppo quelli che mi piacciono sono troppo cari per le mie tasche e mi sembra che tutto mi sta male.

La sera facciamo una passeggiata sul promontorio e poi andiamo a cena in un ristorante che ci dà bistecca e patatine fritte per quattordici dollari. Fantastico!

6 Settembre: Port Douglas – Cairns - Green Island

Ci siamo svegliati con calma; Gianluca ha preparato una bellissima colazione a base di fragole, biscotti e succo di frutta, che gustiamo sul terrazzino.

Il tempo è coperto e perciò non ci dispiace troppo lasciare questa magnifica cittadina.

Arriviamo a Cairns, dove lasciamo le valige all’hotel che ci accoglierà l’ultima notte e andiamo all’imbarco del traghetto per Green Island, distante 27 km. da Cairns, portando con noi un’unica piccola valigia per tutti e due. Gianluca ha già riconsegnato l’auto ed è rilassato.


Spunta un po’ di sole mentre aspettiamo l’aliscafo e arriviamo all’atollo con il bel tempo. Il viaggio è stato faticoso, perché il mare era molto agitato e la barca era piena di giapponesi che urlavano ad ogni onda. Nell’isola c’è un lussuoso resort, dotato di ogni comodità. Purtroppo è aperto al pubblico e per questa ragione di giorno pullula di turisti vocianti. L’umidità è opprimente e l’aria condizionata talmente forte che i vetri si appannano. La camera è bellissima, ha due letti matrimoniali e un piccolo salottino. Andiamo subito in spiaggia, ove restiamo fino al tramonto. Per la prima volta vediamo il sole calare sul mare in quanto ci troviamo, finalmente, ad est rispetto alla costa. A quest’ora, ci viene offerto champagne e patatine cosa che ci fa sentire due re. Se penso alla vita che faccio a Roma, mi sembra di vivere un sogno. So che pagherò tutto, ma per ora assaporo questo momento, mentre Gianluca si stiracchia al sole.

Tornati in camera ci accorgiamo, con costernazione, che non funziona l’acqua calda. Perciò ci laviamo tremando e andiamo alla reception a lamentarci. Ci assicurano che sarebbero intervenuti il giorno dopo. Cosa che non succederà.

Ceniamo al ristorante del resort, unico locale aperto a quest’ora, che, in regime di assoluto monopolio, pratica prezzi esosi e fornisce porzioni risicate. Il cibo però è buono, per fortuna.

7 Settembre: Green Island

Il tempo è coperto e purtroppo lo sarà tutto il giorno. Andiamo a fare una visita del reef su una barca dal fondo di vetro, da cui vediamo pesci dalle mille forme e colori.

La barriera corallina in Australia è la più lunga del mondo, ma non la più bella, a mio modesto avviso, dato che giudico superiore quella delle Maldive e quella delle Seychelles. Visto il tempo coperto, mi accomodo sul lettino e mi metto a leggere e a studiare sulla spiaggia.

Nonostante il brutto tempo, il resort è invaso da turisti urlanti che mi infastidiscono non poco. Mescolandomi alla folla, giro per qualche negozietto, ove compro alcuni ciondoli di conchiglie per le mie amiche. Ancora non so che avrò un successone e che le vedrò spesso con i miei regali al collo! Nel pomeriggio comincia a piovere, perciò decido di andare in camera a studiare mentre mio marito si reca sul pontile per osservare un tizio del resort che dà da mangiare ai pesci. Al tramonto esce un po’ di solicello che mi fa precipitare sulla spiaggia dove Gianluca sta già bevendo champagne; i turisti se ne sono già andati con l’ultimo traghetto e questo, perciò, è un momento davvero magico. Scruto il sole, sdraiata sul lettino, mentre tramonta dietro una massa di nuvole.

Non riesco mai a vedere il raggio verde.

8 Settembre: Green Island – Cairns

Ultima giornata di vacanza: piove a dirotto quasi a voler sottolineare la nostra mestizia. Faccio le valigie e mi vesto, lasciandomi ottimisticamente indosso il costume. Lo scaldabagno non è stato riparato né la direzione ha ritenuto di spostarci in un’altra camera. Lo facciamo presente per iscritto.

Ciondoliamo un po’ per il resort, poi andiamo in spiaggia, visto che ha smesso di piovere. Gianluca fa il bagno mentre io studio e leggo Agata Christie in inglese.

La valigia è imbarcata sul traghetto a cura del personale del resort. A mezzogiorno e mezzo, come per miracolo, esce il sole ed io mi rendo conto di aver lasciato tutte le creme in valigia. Me ne frego e mi metto al sole, tanto alle due ce ne dobbiamo andare e non so se mai tornerò in spiaggia prima dell’inverno. Decido anche di fare un po’ di snorkeling, nonostante l’acqua fredda. Il sole è potentissimo e, naturalmente, è sufficiente un’ora per bruciarmi; ma non importa: il bagno è bellissimo e chissà quando mai mi ricapiterà.

Il viaggio di ritorno in aliscafo è tranquillo perché il mare è calmo. All’hotel ci danno una camera molto più spaziosa di quella precedente; inoltre è situata in un cortiletto interno ed è lontana dal passeggio dei clienti.

E’ finita: ultimo giro di negozi al mercato notturno di Cairns e ultima cenetta.

Chissà se e quando torneremo. Arrivederci, Australia, sei meravigliosa! Non ti dimenticheremo mai.

Questa è la terza ed ultima parte del diario di viaggio in Australia, le altre due sono qui: Prima Tappa - Seconda Tappa

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