Diario Australiano - Parte Seconda: Il Deserto



Questa è la seconda parte di tre del Diario di Viaggio in Australia di Marina Binda, vai alla prima parte, vai alla terza ed ultima parte





29 Agosto: Alice’s Springs

Gianluca è particolarmente nervoso perché teme di non fare in tempo: deve riconsegnare l’auto all’aeroporto alle otto. Fa colazione in uno stato di parossistica agitazione. Naturalmente arriviamo in aeroporto in anticipo e facciamo una lunga fila per l’imbarco. Le raffiche di vento entrano ogni volta che si apre la porta, perciò sono la prima a passare il check-in. Compro qualche altro regalo per gli amici del cuore e poco dopo saliamo sull’aereo che ci porterà ad Alice’s Springs, con arrivo previsto a mezzogiorno circa. Non appena scendiamo dalla scaletta ci colpisce subito il caldo secco del clima e il sole forte che ci riscalda. Ci illudiamo che il freddo sia finito e ci dirigiamo verso il banco del noleggio. Lì Gianluca ha una sorta di attacco di panico quando gli viene detto che dovrà guidare una specie di carro, munito di due cambi. In uno stato d’ansia dà l’assenso all’estensione del massimale di polizza, cosa che gli costa centinaia di dollari, "soldi mal spesi", rifletto mestamente, senza profferire verbo. In effetti la macchina è enorme e nella parte anteriore è dotata di un minaccioso tubo che svetta verso l’alto. Ha due cambi, uno dei quali ignoriamo completamente.

Ad Alice’s Springs, cittadina ben tenuta nell’Outback australiano, tutti portano cappelloni genere Mr. Crocodile Dundee e camperos. Ci sistemiamo in un resort dove c’è anche una piccola piscina. La stanza si trova al piano terra ed è carina, anche se esposta al passeggio esterno. Usciamo subito per dirigerci al vecchio telegrafo, passeggiata di circa 7 km. tra andata e ritorno. Arrivati sul posto chiedo a Gianluca di fare una piccola pausa per far riposare le mie gambe gonfie. Nel frattempo, la custode del vecchio telegrafo chiude, con mia somma costernazione. Torniamo indietro rapidamente, in quanto incombono nubi nere e l’orario è tardo. Arriviamo al resort piuttosto stanchi e perciò decidiamo di mangiare in albergo, ove assaggiamo il barramundi, tipico pesce australiano, gustoso e di discrete dimensioni. Il pesce è ben cucinato e ci fa sentire satolli e soddisfatti.

30 Agosto: King’s Canyon

Ci svegliamo di buon’ora, preoccupati per il tratto che dobbiamo affrontare su strada sterrata. Il tempo è coperto e non sembra preludere a schiarite. Dobbiamo percorrere circa 300 km. su un percorso accidentato e non asfaltato in pieno deserto australiano. Cominciamo la nostra traversata su una larga strada rossa che taglia una immensa pianura dove crescono sparuti alberi e cespugli giallastri. Il sole deve essere potente in questa zona, bagnata raramente dall’acqua.

Ad Alice’s Springs esiste un fiume, completamente secco, the Todd river. Gli abitanti del luogo usano dire che sei un vero cittadino se hai visto per almeno tre volte scorrere l’acqua nel fiume. Oggi si tiene una finta gara di canoa in cui i partecipanti, in realtà, corrono a piedi sul letto del "fiume", tenendosi la canoa sui fianchi. Nonostante la festa preferiamo partire, ignorando le difficoltà che ci riserva il tragitto che ci aspetta.

In effetti il viaggio è pesante. Sono rare le forme di vita ed è difficile incontrare un’altra automobile. Quando ci fermiamo, restiamo stupefatti dal silenzio quasi irreale che regna in questo luogo. Nessun palo della luce, nessun segno umano, a parte la lunga strada chilometrica. L’unica cosa che di tanto in tanto si vede è un grosso copertone ai lati della strada. Gianluca decide che le enormi gomme servono per essere bruciate nel caso si abbia un guasto. Una sorta di segnale per far individuare la posizione.


Giungiamo in un luogo chiamato Hermannsburg, antica missione cattolica divenuta oggi una specie di casa-museo. Visitiamo il posto, ancora dolcissimo, popolato da bimbi aborigeni. Qui ha sede un coro di giovani aborigeni, di cui mi affretto a comprare il CD. Riprendiamo la strada che fende la nuda pianura desertica; il paesaggio sembra non mutare mai, il silenzio assoluto, il cielo plumbeo. Ad Hermannsburg ha piovuto un po’ e la gestrice del luogo ci ha detto che quelle gocce d’acqua rappresentavano una fortuna ed erano una preziosa rarità. Sarà pure una fortuna; fatto sta che noi abbiamo avuto solo due giorni di sole e che questo è l’agosto più freddo del trentennio.


Ogni volta che si incontra un cartello che indica il numero di chilometri che mancano a King’s Canyon è una festa: è un segno della civiltà, dà l’idea di non essere soli. Talora vediamo tratti più verdeggianti, ove cresce una macchia dai colori più vivi e persino qualche eucalipto. Ed è qui, in queste zone meno aride, che vivono bellissimi branchi di cavalli selvaggi che mai hanno conosciuto sella o speroni. E’ la seconda volta nella mia vita che vedo questi splendidi animali allo stato brado: la prima fu a Fregene, quando ero bambina, nella riserva di Maccarese di cui il papà di alcuni miei amichetti era responsabile. Avrò avuto sette anni, ma l’immagine di quei cavalli selvaggi, lontani, è ancora vivido come se fosse di oggi.

Finalmente, dopo tre ore e mezzo di deserto, la strada diviene asfaltata e subito comincia a piovere forte. Arriviamo al resort di King’s Canyon intorno alle tre del pomeriggio. Ci danno una camera spaziosa con vista sulla piana; dispone di due letti matrimoniali ed ha un’enorme finestra con terrazzino da cui vedo un dingo, per la prima volta nella mia vita. E’ un coraggioso cane selvatico che non conosce padrone ed è nato in libertà. E’ di color sabbia ed ha alte zampe, la coda fluida ed il muso affilato. Questo esemplare mi pare particolarmente magro, immagino per la vita dura che conduce. Non c’è acqua ed il cibo è scarso.

Nonostante piova decidiamo di andare a vedere il canyon, che consiste in una fenditura tra le rocce nel deserto. Ci rendiamo confusamente conto che si tratta di uno sito naturale unico al mondo, che non godiamo appieno, però, per la pioggia incessante. Ci inoltriamo nel cuore del canyon, salutando con un sorriso tutti quelli che incontriamo durante il cammino. In Australia tutti si sorridono, si salutano e quando ci si incontra si scambiano due chiacchiere. Sarà perché il paese è immenso ed anche un incontro fugace costituisce un’occasione di socializzazione, sarà perché la vita è semplice o sarà per il senso civico dei suoi abitanti, comunque è un fatto: tutti si salutano e sono cortesi verso gli altri. Non dispongo di sufficienti elementi per capire se tale cortesia sia soltanto apparente o se sia reale, comunque sia "How are you going?" è una tipica frase che ci si dice normalmente tra sconosciuti. In Australia ci sono molte famiglie con bambini e molte coppie anche anziane che si tengono per mano. I bimbi vanno a scuola in divisa (che comprende grandi cappelli) che è diversa a seconda della scuola pubblica frequentata.


Dopo King’s Canyon, facciamo un’altra piccola passeggiata in un luogo chiamato Kathleen’s Spring. In un certo punto, considerato sacro dagli aborigeni, ci accorgiamo che c’è l’eco e un’acustica eccezionale. Costringo Gianluca a cantare suo malgrado "Ay Santa Maria" antica cantiga spagnola del cinquecento. Arriviamo infine ad un piccolo stagno, altro luogo magico e assolutamente raro nel deserto, dove ci fermiamo ad ascoltare il suono della pioggia e degli uccelli.

La sera, tornati al resort, decidiamo di cenare in un grill genere "lower class", come ha voluto specificare l’addetto alla reception, ove incontriamo la maggior quasi tutti gli ospiti del resort che lo hanno preferito al raffinato ristorante (dai prezzi "upper class" aggiungerei). Ci sediamo su una panca accanto ad una coppia di anziani australiani, che subito attaccano a chiacchierare. Hanno otto figli e undici nipoti. Lui si vanta di avere sempre vissuto nello stesso posto, una fattoria costruita nel cuore di una prateria del sud-est, se ho capito bene; è di origine scozzese mentre la moglie irlandese. Alla fine ci scambiamo gli indirizzi. La serata è allietata da una coppia di cantanti di mezza età, che eseguono canzoni country. Tutti cantano e battono le mani. La signora chiama Gianluca sul palco chiedendogli di eseguire una canzone popolare italiana, cosa che lui non riesce a fare; nondimeno tutti i presenti, in un empito di generosità, battono ugualmente le mani.





31 Agosto: King’s Canyon – Ayers Rock

Ci svegliamo di buon’ora e carichiamo l’auto. Prima di fare colazione in una bella struttura in legno, incontriamo una mamma dingo con due cucciolini, dai musetti magri e curiosi.

Dopo colazione ci dirigiamo verso King’s Canyon, dove vogliamo scalare la montagna per veder il canyon dall’alto. Saliamo rapidamente in cima e cominciamo a percorrere un’alta via su sentiero segnato. Il panorama è maestoso e il paesaggio assolutamente unico. Siamo consapevoli della rarità di un’occasione simile che gustiamo respirando a pieni polmoni. Il percorso è circolare e ad un tratto scende tra due rocce ove c’è un bellissimo laghetto, in alcuni punti di un vivido blu. Anche qui l’acustica è eccezionale: lo capisco dal trillare degli uccelli. Questa volta Gianluca si rifiuta recisamente di cantare alcunché: il suo giusto senso del ridicolo gli impedisce di esibirsi alla presenza di altri turisti. Francamente so dargli torto, ma io sono un po’ fissata e canterei in ogni situazione quando mi accorgo che c’è una buona acustica.

In alto nel cielo un falco, immobile, sospeso nell’aria.


Scendiamo poi al parcheggio da cui inizia il nostro viaggio per Ayers Rock, la montagna sacra degli aborigeni.

Partiamo all’una circa e percorriamo 300 km. di strada asfaltata. Vero le quattro del pomeriggio arriviamo ad un immensa struttura nel deserto, composta da tanti piccoli resorts e alberghi consorziati. Ayers Rock è tutta qui: un grande resort, ove c’è anche il supermercato, il campeggio, il cinema, il teatro, banca, posta, e così via. Nella bacheca degli annunci ci sono le offerte e le richieste di lavoro, i beni in vendita, etc. Il resto è deserto.

Ci sistemiamo in uno dei resort, ove ci danno una bella camera molto simile a quella di King’s Canyon. Usciamo subito per andare a conoscere "Sua Maestà la Montagna". E’ un immenso roccione rosso dalle pareti lisce, alto e piatto alla sommità. E’ isolato nella pianura e veramente bellissimo. Gli aborigeni lo consideravano un luogo sacro e tuttora non vogliono che lo si scali. Facciamo una breve passeggiata partendo dal centro culturale sino alla base della montagna. Qui ci sediamo sulle panchine a contemplare il monte e i turisti che, nonostante gli avvertimenti degli aborigeni riportati su molti cartelli, stanno salendo con fare incerto. Gli aborigeni ritengono che la scalata sia riservata a pochi eletti e considerano un sacrilegio che si vada in cima. Ciononostante la montagna è attrezzata per la salita, in quanto vi sono conficcati numerosi paletti e una corda. Mi sembra contraddittorio: o si vieta in toto un dato comportamento o lo si consente, evitando giaculatorie. Ci fermiamo a scambiare due chiacchiere con alcuni australiani e poi torniamo a piedi al centro culturale, dove è parcheggiata la nostra vettura.

Prima di tornare al resort, ci fermiamo in un grande piazzale segnalato come "best point" di osservazione della montagna al tramonto. Il parcheggio è lunghissimo e pullulante di gente che osserva lo spettacolo. Quasi tutti scattano foto, alcuni ascoltano musica, altri scrivono. Certo è che Ayers Rock a quest’ora è fantastica, diventa di colore rosso vivo, e poi arancione, e poi rosa, e cambia ogni momento. E’ un’immagine indescrivibile. E la gente è tutta qui, ferma ad osservare il tramonto, chiacchierando e sorridendo. La migliore delle feste.


A sera, mangiamo al grill del resort che ha la particolarità di costringere il cliente a cuocere per suo conto la carne su grandi barbecue all’uopo approntati. Imitiamo incerti un giapponese che cuoce spiedini mentre la fidanzata lo fotografa; sembra tutto complicato: prima dobbiamo comprare e scegliere la carne cruda in un dato punto, poi andare a chiedere le bevande in un altro punto, poi scegliere il contorno in un terzo punto ed infine arrostire i pezzi acquistati. Oltretutto, ci troviamo in un capannone aperto ai lati.

Nonostante ci sia un musicista, perfettamente intonato, che suona magistralmente la chitarra elettrica, decidiamo di andare a letto. Fa troppo freddo per rimanere.

1 Settembre: Ayers Rock

C’è un bel sole e dobbiamo prendere l’aereo per Cairns soltanto alle quattro del pomeriggio: abbiamo perciò tutta la mattinata a disposizione. Dopo aver fatto i bagagli andiamo ad Ayers Rock, dove decidiamo di fare il giro della base della montagna, percorso lungo circa 10 km. Nel circoscrivere la roccia, ci rendiamo conto del motivo per cui gli antichi aborigeni la consideravano sacra: scende acqua dall’alto in più punti in cui si formano lenti ma costanti rigagnoli. E poiché siamo in pieno deserto australiano, la circostanza doveva sembrare divina ai primi abitanti del luogo. Lungo alcune pareti rocciose vi sono graffiti disegnati in epoca incerta. In un punto, un minuscolo e prezioso laghetto tra le rocce. Alla base del monte cresce in effetti una vegetazione piuttosto fitta per essere nel deserto.


Giunti alla fine del giro, scambiamo due chiacchiere con una preoccupata signora vicentina che guarda il marito salire sulla montagna. Viaggiano in camper e il marito ha vissuto in Australia in gioventù. Lui rimpiange molto quella che considera la sua terra e vorrebbe trasferircisi, ma lei si rifiuta perché a Vicenza hanno una figlia impiegata di farmacia e un nipotino appena nato cui badare. Mi interrogo sul reale motivo del diniego, che sospetto essere l’attaccamento alla sua Vicenza, a prescindere dal nipotino. Non vorrei abbandonarla alla sua preoccupazione ma l’aereo non aspetta, per cui ci allontaniamo lasciandola a faccia in su.

Al centro culturale, Gianluca si compra una maglietta con su scritto: "Ho scelto di camminare intorno ad Ayers Rock". Poco dopo l’acquisto ci accorgiamo che c’è un libro, cosiddetto "dei rimorsi, composto da migliaia di lettere di persone che avevano scalato la montagna e se ne erano pentite perché erano state perseguitate dalla sfortuna. Non so se è una invenzione turistica, ma fatto sta che per chi è superstizioso come me il libro è molto efficace.

Andiamo in aeroporto dove riconsegniamo la vettura-camion. Prendiamo il volo delle cinque del pomeriggio ed arriviamo a Cairns alle otto e un quarto.

Comincia la terza parte del nostro viaggio: siamo ai tropici, a nord-est dell’Australia, il clima è caldo e umido. La regione si chiama Queensland e sulle targhe automobilistiche c’è scritto "Sunshine State". Sarà. Ma quando ci sarà questo famoso sole? Speriamo domani.

Prendiamo uno shuttle dall’aeroporto all’albergo. L’autista è di origine livornese e ride sempre. Sul pulmino un anziano giapponese, che evidentemente ha girato tutti i paesi del mondo, ridendo ci racconta, con dovizia di particolari soprattutto culinari, i luoghi in cui ha vissuto. E noi increduli facciamo mille domande. Ci salutiamo allegramente disquisendo sugli ingredienti del "cacciucco", argomento introdotto dall’autista.

L’albergo è carino, ma la stanza è piccola, calda e si trova al piano terra, esposta cioè al passaggio di tutti i clienti. Inoltre è popolata di minuscoli insetti. Mi innervosisco un po’ ma poi penso che è matematicamente impossibile che sia sempre tutto perfetto.

Domani sarà un’altra splendida giornata.

Continua il racconto nella Terza Tappa!!

Oppure leggi la Prima Tappa, se l'avevi saltata...

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