Diario Australiano - Parte Prima: Il Grande Sud


18-19 Agosto: Roma – Sidney

Siamo usciti presto da casa: l’aereo per Hong Kong partirà intorno a mezzogiorno e dobbiamo essere in aeroporto ben due ore prima. Mi sento già stanca sul trenino Roma-Fiumicino, essendomi occupata, durante i giorni precedenti alla partenza, di definire tutte le questioni in sospeso: conti, lavoro in arretrato, pulizia di casa, genitrice, etc. Ieri notte poi, more solito, non ho dormito molto, spossata dalla mole delle incombenze adempiute ed in lieve ansia per il lungo viaggio a venire.

Il volo verso Hong Kong è davvero pesante; non ho chiuso occhio ed ho studiato indefessamente il decreto 112 (il decreto 112/08 modifica alcune norme sul lavoro a partire dal 25 giugno 2008 n.d.r.), allucinata dal fuso che avanzava, con le gambe dolenti, la posizione scomoda. Scendiamo alla mezzanotte italiana, ma sono le sei di mattina in Cina. L’aeroporto di Hong Kong mi sembra magnifico: luccicante di vetrine e di vestiti elegantissimi che nulla hanno da invidiare alla moda italiana. Mi innamoro di quello che mi sembra l’abito più bello che abbia mai visto, assolutamente inaccessibile per le mie tasche. Dopo tre ore prendiamo l’aereo per Sidney, siamo gli unici italiani. Per fortuna ho riposato mezz’oretta su un divano dell’aeroporto.

Nel salire in aereo mi stupisco subito per il numero di persone che ha scelto la business: poco dopo capisco perché. La business della Qantas ha un poggia-piedi comodissimo; in pratica, ogni sedile è singolo ed è strutturato come se fosse un piccolo letto. Nei viaggi intercontinentali è effettivamente molto comodo. Comunque, anche nella economy non si sta male: la tratta Hong Kong-Sidney è per me meno faticosa di Roma-Hong Kong, forse perché ormai è giorno e stiamo viaggiando da nord a sud, piuttosto che da ovest ad est.

Scendiamo a Sidney circa alle nove di sera (ora locale) del 19 Agosto: abbiamo spostato di altre due ore l’orologio, sono circa ventisei ore che siamo in movimento. Cambio subito i soldi e compro una carta telefonica con la quale chiamo mia madre, che si lamenta sempre come al solito. Lo shuttle dall’aeroporto agli alberghi costa solo 12 dollari (circa 8 euro) e ci porta a destinazione.

Il nostro albergo è carino, un po’ retro forse, ma pulito; è gestito da indiani, che vedendoci stanchissimi ci danno una camera calda e spaziosa, dotata di un terrazzino con affaccio sul lato principale. Mi faccio subito una doccia e mi accorgo che l’acqua di Sidney (ed in generale di tutto il South Australia) ha un odore pungente ed un sapore sgradevole. Forse dipende dal fatto che gli australiani utilizzano acqua piovana riciclata e deionizzata. Qui, infatti, ogni palazzo ha la sua cisterna, la cui riserva viene utilizzata per le scorte. Ci addormentiamo alle nove e trenta di sera e ci sveglieremo, intontiti, tra circa dodici ore. Se penso che normalmente dormo tra le cinque e le sei ore mi rendo conto che la circostanza è davvero eccezionale.









20 Agosto: Sidney

La colazione viene servita in una specie di cortiletto interno ricoperto da un tetto di vetro, dove crescono degli alti alberi di bambù. Molto carino ma un po’ freddo. Purtroppo ad agosto in Australia è inverno e fa buio prima che da noi.

Il gestore dell’Hotel ci consegna una mappetta, suggerendoci i luoghi dove andare, compreso lo shopping. Decidiamo di seguire i suoi consigli alla lettera e non ce ne pentiremo. Accanto all’albergo c’è un piccolo store gestito da un giordano molto simpatico, dal quale compreremo costantemente l’acqua e generi vari. Prova nostalgia per la sua terra e soprattutto per la cultura orientale, non riuscendo ad identificarsi con quella australiana che giudica troppo "birrosa" e poco interessante. Conclude decretando che a Sidney si sta bene ma che la città peggiora di anno in anno; riteniamo di non approfondire il significato dell’affermazione.

Seguendo le indicazioni del gestore dell’hotel ci rechiamo dapprima al giardino botanico, dove ammiriamo piante di ogni tipo e uccelli mai visti prima, poi alla famosa Opera House, ove parteciperemo ad una visita guidata.


La baia di Sidney è spettacolare ed ha fama, certamente non usurpata, di essere la più bella del mondo. Il sole, pur invernale e la mite temperatura contribuisce a renderla perfetta. L’Opera House è un capolavoro assoluto di architettura di cui il nostro Auditorium altro non è che una pallida imitazione (d'accordo sul pallore, ma non prova ad imitare l'Opera di Sidney! n.d.r.). Progettata da un danese, e situata sulla punta della baia, ha una struttura a conchiglia, o meglio, a triplice conchiglia di colore bianco e a forma triangolare. Personalmente l’ho associata, più che alle conchiglie, ad un incastro di bianche vele ammainate al vento, smaglianti al sole e rivolte verso il mare.


Sidney, con la sua splendida baia è certamente affascinante, moderna, organizzata e (inutile dirlo) pulita, ma tutto sommato – Opera House a parte - mi pare più intrigante la speziata Istanbul, distesa sul Bosforo e punto di misterioso contatto tra due civiltà: l’oriente e l’occidente. Anche Washington, poi, con le sue banchine sul grande Potomac, non è di molto inferiore.


Dopo la visita guidata all’opera House, ci rechiamo al caratteristico quartiere The Rocks, fulcro dell’antica Sidney e pieno di caffè e negozietti. Da lì prendiamo un traghetto (dove dormicchiamo un po’, ancora sballati per il fuso) che ci porta all’acquario di Sidney, luogo assolutamente ben strutturato e interessante, pullulante di pesci e di animali, che in seguito vedremo dal vivo.

Dopo una sosta in albergo, scendiamo nel quartiere Woolloomoolloo dove sfilano ristoranti elegantissimi, lungo la darsena. Lì commettiamo il primo errore: attirati da una cameriera sorridente, ci sediamo in un ristorante apparentemente easy ma che si rivelerà costoso. La cameriera ci chiede se festeggiamo qualcosa di speciale e da ciò dovremmo capire che il conto sarà salatissimo. Comunque sia, crepi l’avarizia! Staremo a stecchetto al ritorno. Mangiamo bene e chiacchieriamo con la ragazza che sembra assolutamente entusiasta del giro che faremo. Appare sinceramente felice dell’esperienza, straordinaria secondo lei, che ci accingiamo a sperimentare. E con l’animo pieno di aspettative torniamo in albergo.

21 Agosto: Sidney

Sempre seguendo le indicazioni del gestore dell’albergo, ci dirigiamo di buon’ora alla Sidney Tower, alta torre da cui si vede tutta la città. Ancora scossa dal fuso, mi accorgo che non riesco a salire le scale. Dalla cima ammiriamo un bellissimo panorama della città, sorseggiando un espresso (finalmente!) ed assistiamo ad una simulazione, piuttosto ben fatta, sui vari ambienti dell’Australia. C’è anche la storia geologica del Paese e una storia dei Pionieri. In effetti, l’Australia è un continente ove un secolo fa non c’era praticamente nulla, luce, acqua, strade… è stupefacente cosa siano riusciti a fare in tempi così brevi. Ciò rende ragione dell’orgoglio nazionale e giustifica il senso delle origini (la colonia penale) sempre presente in ogni spot televisivo, in ogni opuscolo turistico, in ogni maglietta degli abitanti. In effetti moltissime strade e località hanno nomi legati all’Inghilterra: Victoria Street, Southampton, London, etc: una sorta di invisibile filo che lega presente e passato.

La giornata purtroppo è piovosa e coperta; ciononostante ci rechiamo alla spiaggia di Mainly, distante dal centro circa quindici minuti di traghetto, tragitto durante il quale sonnecchiamo un pochino. A Mainly passeggiamo lungo una spiaggia lunga, pulita e bianca ma fortemente battuta dal vento. Troviamo riparo in un caffè sulla promenade e mangiamo qualcosa.

La sera, grande evento: andiamo a vedere il Don Giovanni all’Opera House, concedendoci così un appuntamento veramente mondano, l’unico del viaggio. Bello spettacolo, anche se piuttosto "queer" per le scenografie, come commenteremo poi al ritorno con una coppia di coniugi inglesi. Devo confessare di essere piuttosto tradizionalista ed incapace, perciò, di comprendere le rivisitazioni eccessivamente alternative dei grandi classici. E’ probabile che il mio attaccamento al testo ed all’ambientazione originale sia un grande limite intellettivo, ma è pur vero che questa mia caratteristica nasce dall’umiltà: che bisogno c’è di un intervento eccessivamente manipolatorio su un capolavoro universalmente riconosciuto come ad es. il Mercante di Venezia, o il Paradiso dantesco? Per tale ragione prediligo l’architettura e la musica antica, la prima polifonia occidentale medievale e rinascimentale, prive come sono di arricchimenti non necessari.

Durante l’opera Gianluca per fortuna ha dormito poco: gli ho dato solo due gomitate.

22 Agosto: Sidney

Finalmente ci sentiamo fuori dalla spirale del fuso, perciò festeggiamo girovagando tra i mercati coperti, anche perché cade una fitta pioggia uggiosa.

Ci troviamo per caso davanti al Tribunale di Sidney e decidiamo di entrare; assistiamo ad una sorta di udienza in camera di consiglio aperta al pubblico. Si dovrebbe trattare, salvi miei errori, di un’udienza dinanzi al Giudice di Sorveglianza o qualcosa del genere. Una detenuta cretina durante un permesso premio ha tentato di vendere eroina ad un poliziotto ed ora chiede qualcosa che non riesco a capire. Forse la liberazione anticipata? Il diniego del giudicante è scontato e prevedibile.

Andiamo, poi, nell’esclusivo quartiere di Paddington (segnalatoci dalla cameriera del costoso ristorante – ivi residente - che lo ha definito "il più chic di Sidney"), ove cerchiamo riparo dalla pioggia in una libreria, frequentata -ahimè!- da intellettuali ricchi dall’aria alternativa. Almeno il panino è buono e così il succo d’arancia.

La sera, mangiamo in un ristorante vicino all’albergo, in Victoria Street, ove gustiamo la cena migliore di tutta la vacanza. Nonostante abbia discusso con la persona che ci ha servito, che giudico stupidamente snob, devo ammettere che il cibo è superbo.

23 Agosto: Sidney - Melbourne

La mattina uno shuttle ci porta all’aeroporto di Sidney e alle undici partiamo per Melbourne ove arriviamo a mezzogiorno e mezza (sono riuscita a comprarmi una maglia mentre ero in transito verso i bagagli!). Da lì un autobus ci porta alla stazione, che si trova a circa 200 metri dal bed and breakfast dove dormiremo.

L’alloggio è delizioso, arredato da un sapiente architetto e fornito di ogni comfort, ivi compresa la coperta elettrica. La colazione viene servita in una stanza in mattoni ove c’è un enorme tavolo rettangolare attorno al quale siedono tutti gli ospiti. Nella stessa accogliente stanza un bellissimo forno antico è illuminato con gusto.

Dopo una rapida doccia, nell’illusione di aver lavato la stanchezza, verso le tre e mezzo usciamo e camminiamo per Melbourne, cercando di cogliere il più possibile della città. Prendiamo subito un tram gratuito, che si chiama Circle Line, da cui si può salire e scendere a piacimento; è dotato di un disco nell’altoparlante che spiega tutti i punti salienti della città, in prossimità delle fermate. Melbourne è molto più fredda di Sidney ed il tempo, oggi piovoso, non aiuta di certo. Del resto, al telegiornale hanno appena detto che questo è il più freddo Agosto del trentennio.





Scendiamo dapprima ai Docks, avveniristico quartiere sul mare in perenne costruzione; un cantiere in movimento all’aria aperta. Nel giro di cinque anni chissà cosa diventerà. A Melbourne ci sono piste ciclabili dappertutto, anche sul fiume (intendo dire su ponti costruiti appositamente per le bici che attraversano il fiume, non semplicemente in riva al fiume). Federation Square è un bel punto di aggregazione, piena di caffè e ristoranti, con uno schermo gigante installato al centro che proietta le Olimpiadi e, subito sotto, l’affascinante Yarra, fiume ove nuotano rari cigni neri. Il centro, poi, è pieno di luci e le strade larghe e pulite sembra portino tutte al Parlamento dello Stato di Victoria.



Alle sei di sera, stanchi di camminare, entriamo nella chiesa cattolica di St. Patrick, ove assistiamo alla funzione più gelata della storia. La temperatura ricorda quella di S. Antimo a Capodanno, ma qui, al posto del coro, c’è una signora (brava naturalmente, ma monotona) che canta da sola.

Usciti dalla chiesa, divoriamo un magnifico hamburger in un pub, dove ci riscaldiamo un po’. Non contenti, ordiniamo poi una bowl of chips, che mangiamo allegramente in barba alla dieta. Al ritorno, la Circe Line ci riporta fischiettando al bed and breakfast.

Nell’addormentarmi, ho un moto di dispiacere per il poco tempo che ho avuto a disposizione per visitare questa città moderna ed interessantissima, e, improvvisamente, un senso di precarietà mi coglie nel constatare che non so se mai tornerò, anche se vorrei.





24 Agosto: the Great Ocean Road

Gianluca si è svegliato pervaso da comprensibile nervosismo, poiché deve andare a prendere l’automobile in affitto. Ci danno una spaziosa Nissan ove le valige entrano comodamente. Ci dirigiamo quindi verso la Great Ocean Road, non senza aver avuto difficoltà per trovare l’uscita dalla città e per la guida a sinistra.

La Great Ocean Road è la strada più bella del mondo, punto. Non è necessario aver vistato tutta la terra per capirlo: è semplicemente escluso che ve ne possa essere un’altra di uguale bellezza. Per tale ragione non è possibile descrivere a parole e ricordare il fascino dei paesaggi ove si snoda, posso solo dire che è una strada costruita in mezzo al Paradiso Terrestre.

Dopo circa 300 km da Melbourne, giungiamo a Port Campbell, paesino adagiato sulla costa ove l’erba verdissima cresce sino al limitare della scogliera. E’ questo il luogo dove si possono ammirare i famosi "dodici Apostoli", cioè scogli altissimi dalle forme e colori spettacolari. E’ un paesaggio superiore in bellezza, se possibile, alle alte scogliere d’Irlanda. Arriviamo all’imbrunire con un freddo pungente. Ciononostante la vista è indimenticabile.


A Port Campbell dormiamo in un graziosissimo hotel, gestito da una ragazza figlia di emigranti calabresi. "Io sono alta, ma i miei genitori sono bassi", ci dice ridendo. La stanza è freddissima e per riscaldarla ci metto quattro ore, tenendo il condizionatore a trenta gradi. La sera mangiamo in un ristorante sul mare, dove ci accettano per un pelo, in quanto in Australia, soprattutto in campagna, la cucina chiude inderogabilmente alle otto di sera.

25 Agosto: the Great Ocean Road

Venticinque agosto: la giornata più stancante del viaggio. Percorriamo più di 700 km in auto lungo la Great Ocean Road, ammirando paesaggi di una bellezza inimmaginabile, per certi versi simili all’Irlanda. Arriviamo sfiniti a Middleton alle otto di sera. La sistemazione è deliziosa, anche se priva di bagno in camera (disagio irrilevante, essendo noi due gli unici avventori). La stanza è bianca e celeste ed è arredata con gusto: sui muri, foto di grandi conchiglie bianche di tipo compostellano e, all’esterno, un piccolo giardinetto a disposizione dell’ospite. Peccato che non possiamo godere di tutte queste "facilities" per lo scarso tempo che abbiamo.

Il sussiegoso proprietario ci fa sapere immediatamente di essere francese e ci chiede se parliamo la sua lingua. Gli rispondo di essere spiacente: purtroppo parlo male solo inglese, anche se avrei voluto dirgli: " Ma te l’ho chiesto se sei francese?".

Dopo una rapida doccia, che certo non elimina il gonfiore delle gambe, corriamo a cercare qualche posto dove poter mangiare, purtroppo invano. Ci spostiamo allora di cinque km. e per il rotto della cuffia troviamo due posti in un hotel ("hotel" in Australia talvolta significa "ristorante") dopo che una prima cameriera ci aveva rifiutati.

Corriamo sfiniti in camera, consapevoli che domani dovremo fare una levataccia.

26 Agosto: Kangaroo Island

Ci svegliamo alle sei e mezzo del mattino in quanto dobbiamo prendere il traghetto delle nove da Cape Jerwis per Kangaroo Island. E poiché ci dovremo presentare un’ora prima e il porto dista circa 70 km. da Middleton, l’alzataccia è obbligatoria.

Al sorgere del sole costeggiamo la penisola dei Fleurs, così chiamata perché è stata originariamente colonizzata dai francesi. L’aria è tersa, anche se il tempo è coperto: ancora intontita dal sonno osservo i gruppi di uccelli multicolori che si sono dati appuntamento sulle lagune o sugli scogli che costeggiamo. Una inspiegabile sensazione di felicità mi coglie, mentre all’alba osservo la terra rossa e le verdissime praterie.

Arriviamo tra i primi a Cape Jerwis (per l’ansia di Gianluca) e ci mettiamo in fila per salpare. Kangaroo Island è un vero paradiso, ove vivono animali e piante divenute rare o estinte in tutto il resto del pianeta. E’ un luogo dove bisognerebbe andare a vivere, avendone il coraggio. L’attracco è a Penneshaw graziosissimo villaggio formato da casette colorate ed abitato da gente cordiale.

La guida del punto di informazioni turistiche ci consegna una cartina, indicandoci i luoghi da visitare. Anche questa volta, come a Sidney, seguiremo i consigli alla lettera, e ancora non ce ne pentiremo.

L’isola è lunga circa 250 km. ed è percorsa da due lunghe strade che si snodano tra dolci foreste di eucalipti, praterie e specchi d’acqua dove riposano uccelli di razze sconosciute. Il tempo è coperto ma, forse per l’incanto dei luoghi, mi pare che faccia meno freddo che a Port Campbell.

Ci fermiamo subito a Seal bay ove sperimenteremo un’avventura indimenticabile. Entriamo nel punto di informazione e ciò che subito ci colpisce è l’entusiasmo delle guide nel parlare di quello che faremo. L’amore per il loro lavoro. La fortunata consapevolezza di trovarsi in un luogo unico al mondo. Ed effettivamente è così.

A Seal bay riposa una colonia di leoni marini che ha scelto questo luogo quale riparo dopo le lunghe battute di pesca. Ci viene spiegato che questi animali nuotano per tre giorni di fila per cacciare i pesci di cui nutrirsi, e giungono su queste spiagge esausti, quasi incapaci di respirare per la stanchezza. In mare hanno superato molti pericoli mortali, gli squali, le forti correnti e non sempre il bottino è stato opulento. Giungono sfiniti sulla riva, ove si trascinano lentamente, incapaci di proseguire. Si addormentano vicini, rannicchiati l’uno accanto all’altro, quasi a voler festeggiare il fatto di essere vivi. Il musetto di un leone marino è indimenticabile: di colore chiaro con lunghi baffi sottili, occhi neri e tenerissimi, ti guarda come volesse dirti: "Perché mi cacci? Perché butti quei sacchetti di plastica bianchi che tanto mi affascinano ma che mi soffocano o quelle corde di plastica che mi strangolano? Non lo vedi, sono innocuo…chiedo solo di vivere e di nutrire i miei piccoli".

Me ne innamoro all’istante e decido che sono l’animale che preferisco. Tutt’ora questo innamoramento persiste e non accenna a diminuire.

I cuccioli di leone marino sono meravigliosi, praticamente incapaci di stare lontani dalla madre che li allatta teneramente. Poiché il mantello è bianco spesso si confondono con la sabbia o con gli scogli chiari. Quando fa molto freddo, si riparano dietro i cespugli o dietro le dune di sabbia. Alcuni di questi animali sono vicinissimi al nostro gruppo. La guida raccomanda di parlare piano e di non toccarli. Un piccolino, improvvisamente svegliatosi dal sonno, emette un allarmato e insistente verso di richiamo, cercando affannosamente la mamma. Subito mi preoccupo che la trovi e scruto fra le tante cercando di individuare quale potrebbe essere la sua.


Torniamo al punto di partenza felici per la bella esperienza vissuta e consapevoli della immensa e misteriosa armonia che pervade la natura.

Saliamo in auto e ci dirigiamo verso sud. Ci fermiamo a Kelly hill ove facciamo una bellissima visita guidata in una enorme grotta naturale dalle splendide stalattiti. Anche qui la guida è entusiasta ed appagata: ci dice di essere enormemente fortunata a svolgere il proprio lavoro che non cambierebbe con nessun altro. Penso mestamente al senso di frustrazione e di fallimento che talvolta traspare dai volti indifferenti dei custodi dei nostri siti archeologici o d’arte.

La grotta è spaziosa e sapientemente illuminata con flebili luci bianche e basse. Vedo colori che giudico improducibili artificialmente anche dal migliore degli stilisti.


Fuori pioviggina, ma andiamo ugualmente a fare una passeggiatina nel bosco. All’entrata del sentiero, ci fermiamo davanti vediamo un cartello (del National Park), munito di spazzola, che impone al viandante di pulire le scarpe prima di intraprendere il sentiero, in quanto le suole potrebbero avere attaccato materiale fungino nocivo per le piante. Incredibile!

Prima di arrivare al resort, ci fermiamo nel Koala Sanctuary ove vediamo i primi canguri dell’Australia e i koala, appollaiati in alto sugli alberi. I koala sono orsetti simpatici dai movimenti lenti. Mangiano foglie di eucalipto e stazionano sui rami più alti al riparo dagli umani e dai pericoli provenienti dal basso. In genere si accomodano su rami a forma di V onde stare agevolmente seduti ma sovente si posizionano a testa in giù cercando di acchiappare una foglia che giudicano particolarmente succulenta. Osservare un koala è divertente: ti guarda come se ti dicesse: " Fai come me, non ti stressà! Stai calmo. Take it easy." Un elogio dell’ozio. Uno di questi animali, in particolare, porta un piccino aggrappato alla schiena, che emette striduli gridi di giusta preoccupazione quando si ritrova a testa in giù suo malgrado.


I canguri, invece, sono mammiferi dalla lunga coda che dovrebbe servire a mantenerli in equilibrio quando stanno a zampe ritte. Purtroppo non li ho mai visti saltare ma sempre brucare pacificamente l’erba. Quello che è certo è che il musetto triangolare è simpatico e che gli occhi sono vispi.

Felici di questa giornata, all’imbrunire arriviamo al resort, situato nel parco nazionale di Flinders Chase, che dispone di una propria pompa di benzina dai prezzi altissimi. Ci danno una bella camera in legno (che provvedo subito a riscaldare) con vista sul giardino dove vivono numerosi wallabies.


Ceniamo nel resort, infastiditi da una musica new age, ma confortati da un discreto cibo. Ci serve un signore che giudico assai stressato dalla direttrice (presente a cena con noi). Durante la notte mi accorgo con orrore che viene tolta la luce per ragioni di risparmio energetico. "Come la mettiamo con l’insonnia? Riuscirò a leggere?" Mi chiedo nervosamente.

27 Agosto: Kangaroo Island

Carichiamo l’auto e andiamo subito al Parco Nazionale di Flinders Chase ove purtroppo ci comunicano che gran parte del bosco è inaccessibile a causa dei recenti allagamenti ed i passati incendi.

Fortunatamente è aperta al pubblico l’area ove si trovano the "Remarkable Rocks", sito sul mare dove si possono ammirare enormi massi erosi dal vento che li ha resi lisci e cavi alla base.

Lo spettacolo naturale è davvero notevole, anche se inferiore a Stonehenge, quanto a fascino e mistero. Sotto la scogliera il mare mugghia con violenza impressionante, quasi a voler ricordare ai mortali chi comanda veramente.


Facciamo una breve passeggiata tra gli arbusti e poi ci rechiamo all’Admiral’s Arch, un arco naturale in pietra sotto il quale soggiornano numerose lontre marine. Le foche sono di colore più scuro dei leoni marini e si caratterizzano per un odore pungente e sgradevole. Se penso che hanno nuotato dalla Nuova Zelanda sino a qui mi sembrano eroine che si godono il giusto riposo del guerriero.

Accanto a noi, una famigliola, credo genovese, il cui figlio adolescente appare svogliato e poco interessato. Ho un moto di ammirazione per il padre, di modesto aspetto, che si sforza di insegnare al giovane annoiato ciò che ha letto sulla guida, mentre la moglie fotografa il mare schiumante sotto. Mi interrogo sull’utilità dello sforzo economico sostenuto da quest’uomo per portare il giovane figlio fino a lì. Decido definitivamente che sono soldi ben spesi e che qualcosa nel cuore del ragazzo senz’altro rimarrà.

Usciamo dal Parco Nazionale e, dopo aver fatto benzina a metà tragitto in un paesino rallegrato da adolescenti vocianti, ci dirigiamo verso il paese di Kingscote, dove dormiremo.

Kingscote è un discreto centro, dotato dei principali servizi dell’isola, la banca, la posta, un centro sociale e addirittura il Club dei Lions.

L’albergo affaccia sul mare ma ci danno una camera con vista laterale, forse perché rimarremo solo una notte. La stanza, sita al piano terra, è immensa: ha due letti matrimoniali, un enorme armadio e un terrazzino dove non mi azzardo ad uscire sia per il freddo sia per la presenza di un gruppo di ubriachi dall’altra parte della strada. Immediatamente provvedo ad accendere il riscaldamento in quanto fuori tira un vento gelido.

Ceniamo presto nel ristorante dell’hotel, un immenso stanzone pieno di gente. Per ordinare si va alla cassa e si sceglie il piatto; il personale mette il foglio dell’ordine in fila attaccato al banco del cuoco e consegna al cliente un oggetto di plastica. Si torna al proprio tavolo e a un certo punto l’oggetto di plastica comincia a suonare furiosamente e a lampeggiare; a questo punto, senza farsi prendere dal panico, bisogna recarsi al banco, riconsegnare il " lampeggiante" e ritirare il piatto.

Dopo cena andiamo subito alla darsena, per partecipare alla visita guidata che abbiamo prenotato nel pomeriggio. Lì c’è un ragazzo che riconosco essere lo stesso che qualche ora prima aveva nutrito i pellicani. Uno "spettacolo" tenutosi sugli scogli, quando questo stesso ragazzo aveva simpaticamente spiegato qualche cosa che non sono riuscita a comprendere, mentre era letteralmente circondato da gabbiani e pellicani. Aveva con sé un secchio di pesce con cui nutriva gli uccelli. Capivo che era buffo, sia per il modo di parlare, pur se incomprensibile per me, sia perché tutti ridevano a crepapelle alle sue battute.


Ma torniamo alla visita notturna. Ci dicono anzitutto qualcosa sui pesci, mentre siamo ancora al chiuso. Poi usciamo all’aperto e con una torcia laser ci spiegano con pazienza ed accuratezza quali sono le stelle e le costellazioni che dall’alto guardano gli umani. Sono incantata dall’entusiasmo e dalla felicità che mostrano questi giovani nel loro lavoro. C’è un vento gelido che ha spazzato le nubi. La ragazza ci porta sul pontile e ci fa scendere per una passerella in legno che arriva sulla spiaggia. Ha in mano una torcia di colore rosso. Con essa illumina i dintorni e ci mostra con orgoglio una colonia di pinguini nani stabilitisi sugli scogli della cittadina. Alcuni provengono dalla Tasmania, altri dalla Nuova Zelanda; hanno nuotato a lungo e ora si riposano qui. Sono chiaramente infastiditi dalla luce rossa e subito cercano di nascondersi.

Alcuni, più piccoli, hanno il pelo più morbido e arruffato vicino al collo; altri, più grandicelli, camminano in coppia. La guida ci spiega che sono circa quattrocento e che i maggiori pericoli sono costituiti dai falchi, peraltro rari per la vicinanza al centro abitato, dai cani e dai gatti ("dai gatti? Avrò capito bene?"). I pinguini dispongono di casette di legno costruite da questi ragazzi; in esse si sentono "safe" dagli assalti esterni e riparati dal freddo. Sono innumerevoli scatole di legno quadrate con un’apertura davanti e una sul retro. Talvolta, quando un pinguino entra in una di queste casette si sentono urli acuti provenienti dall’interno: decido che costituiscono una sorta di rivendicazione della proprietà privata, anche perché dopo qualche secondo "l’intruso" esce di gran fretta.


La visita è bellissima ma interminabile: ogni pinguino viene cercato, fissato, illuminato e viene "spiegato" con dovizia di particolari. Fa freddissimo….tempo da pinguini… ma almeno il cielo è stellato.

28 Agosto: kangaroo Island

Fuori splende un sole accecante. E’ la seconda bella giornata che abbiamo (dopo la prima a Sidney) da quando siamo partiti. Mi dirigo subito verso uno store che vende souvenir e oggetti di tutti i tipi. Compro regalini per i bambini dei miei amici appena nati ed olio di eucalipto per le mie povere gambe gonfie, distrutte dai viaggi in aereo e in macchina.

Prendiamo l’auto e andiamo ad Emu bay, dove facciamo una lunga passeggiata lungo una delle spiagge più belle che abbia mai visto. La sabbia è bianca e finissima, ricorda quella di Santa Monica a Boavista, isola capoverdiana. Fa troppo freddo per mettere il costume, ma è piacevole camminare raccogliendo graziose conchiglie. C’è solo una coppia che passeggia con un minuscolo cane, assai espansivo anche verso di noi. Vedo la signora raccogliere una magnifica stella marina di colore blu e sono colta da uno stupido moto di gelosia. Su un pontile sono appollaiati pellicani e altri uccelli simili a cicogne. Fantastichiamo di acquistare una delle incantevoli case dalle grandi vetrate in vendita sul mare. I prezzi degli immobili sono elevati, ma assai meno esosi che in Italia.


Ci allontaniamo malvolentieri e raggiungiamo Stroke’s bay, spiaggia bianca e lunga alla quale si accede tramite una roccia e una grotta. Lì ci sediamo per mangiare ma veniamo letteralmente cacciati da un gabbiano molto aggressivo che vola intorno a noi, abbassandosi circolarmente. Lo cacciamo, ma lui subito si sistema su una roccia accanto ed emette grida roche che richiamano altri "colleghi", roteanti sempre più vicini. Allora capiamo che quelle grida erano segnali ai compagni, una sorta di predisposizione alla battaglia. Che fare? Ci alziamo sconfitti, lasciando i gabbiani padroni del territorio.

Il tempo sta cambiando: tira un vento che porta nuvole. Saliamo in macchina e ci dirigiamo lentamente verso Penneshaw, dopo aver deviato per un grazioso villaggio chiamato American River in quanto era il luogo prediletto dai primi soldati americani.

A Penneshaw telefono a mia madre e intirizzita dal freddo entro in una specie di pub, dove consumo insieme a Gianluca una cena anticipata a base di gamberi. Continuo a pensare che ci troviamo in un paesino delizioso.

Il battello parte alle sette e mezzo di sera e dopo circa tre quarti d’ora siamo a Cape Jerwish da cui iniziamo il viaggio in auto verso Adelaide. E’ buio pesto e dobbiamo percorrere centodieci km. Gianluca per fortuna ha studiato bene il percorso e persino l’ingresso in città sembra facile. Ad Adelaide ci sistemiamo in un hotel composto da miniappartamenti dotati di ogni comfort: c’è addirittura la lavatrice. Il nostro si trova al terzo piano ha uno dei muri in mattone ed è arredato con toni sul marrone, crema e caffè. Molto elegante. Mangio subito un pacchetto di patatine, riscaldo la stanza, doccia e letto. Questa lunga giornata è finita. Domani abbiamo l’aereo alle nove e quaranta e ci dobbiamo svegliare presto. Buonanotte.

Continua il racconto nella Seconda Tappa!!

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