Cosa fai oggi? Prendo il bus. A che ora? Oggi.

La statale si snoda solitaria, qualche edificio qua e là fa compagnia alla pensilina di fronte ad un anonimo ristorante, il pallido sole della mattina è oscurato dalle nuvole, piove. Nell'aria non ci sono i freddi goccioloni che ci aspettiamo ma una coltre di goccioline nebulizzate, l'acqua è tiepida, quasi non sembra di venire bagnati; in questo paesaggio rurale e ancora sonnacchioso delle figure colorate e plasticose saltano all'occhio.

Sette ponchi aspettano sotto la pensilina, i rigonfiamenti sulla schiena tradiscono gli zainoni da backpacker, uno di loro si muove impazientemente sul ciglio della strada senza trovare pace, ripetendo la stessa domanda apparentemente senza senso:

 

...“Paksè? Paksè?”...”Paksè? Paksè?”...

 

Ecco, quello sono io.

 

Gli altri ponchi nascondono il resto dei partecipanti, loro sono molto più tranquilli e cercano di calmarmi, con poco successo ad essere sinceri, ero parecchio nervoso.

Ogni passante viene fermato e assaltato dalla mia domanda “Paksè? Paksè?” alla quale puntualmente risponde con un sorriso e indicando la pensilina sotto la quale i partecipanti, impermeabili alla mia ansia, stanno intavolando una briscola chiamata.

Il mio nervosismo è dovuto al fatto che, a parte che l'ansia è il sale della vita, il bus che ci doveva portare da Ban Nahin a Paksè è in ritardo di due ore, il che è preoccupante visto che c'è solo una corsa al giorno e noi siamo più o meno in mezzo al nulla, e se l'avessimo perso? E se il percorso fosse cambiato? E se oggi il pullman non fosse partito e basta?

“Paksè? Paksè?” continuo a chiedere in giro, i camerieri del ristorante, divertiti dalla mia mancanza di calma, mi guardano come a dire “ah, il classico occidentale” prima di indicare un punto dietro di me, un brivido mi corre lungo la schiena quando vedo la sagoma di un pullman avvicinarsi.

Prima di rendermene conto sto correndo incontro al mezzo, gettando alle ortiche quel briciolo di compostezza che mi era rimasto, “Paksè?! Paksè?!” urlo verso il pullman, “Paksè!Paksè!” urlo spronando i miei compagni a prendere gli zaini “Paksè! Paksè!” urlo al cielo, sperando che quello sia il bus giusto.

Quando la porta del pullman si apre, tutti e sette partiamo sincronizzati:“Paksè? Paksè?” l'autista, visibilmente sorpreso dalla nostra domanda in dolby surround ci sorride e annuisce, finalmente si parte!

Il pullman a due piani è strapieno, il piano inferiore è riservato alla merce: riso, patate, polli in gabbia, un motorino e parecchio altro, mentre il piano superiore è già zeppo di persone, tanto che ci tocca sederci su degli sgabellini di plastica messi nel corridoio tra i sedili.

 

Il viaggio è lungo, molto lungo, circa dodici ore piene di bambini piangenti, polli urlanti e un dvd di tamarrissime canzoni laotiane in loop infinito, il tutto condito dal mio periodico avanti e indietro dalla postazione del conducente “Paksè? Paksè?” ci è capitato infatti di scendere alla fermata sbagliata a causa di un'informazione errata in una tappa precedente, va da sé che volevamo evitarlo a tutti i costi. In questo caso il costo è stata la sanità mentale del povero autista, vessato dal nostro mantra.

 

...“Paksè? Paksè?”...

 

Non so se qualcuno dei lettori abbia mai ascoltato della musica pop laotiana, ma sono sicuro che la convenzione di Ginevra ne consideri l'ascolto forzato oltre i tre quarti d'ora un crimine di guerra, l'autista si è rivelato privo di compassione (o udito) tanto da farci gioire dei rumori del traffico una volta arrivati a Paksè, che è stato come miele per le orecchie.

Beh, il viaggio per Paksè è stato ricco di emozioni, ma le nostre (dis)avvventure sulla strada era lontane dall'essersi esaurite. Facciamo un salto in avanti, portandoci alla frontiera tra il Laos e la Cambogia.

È una di quelle mattine in cui l'aria che sale dall'asfalto distorce il paesaggio, il sole a picco si coniuga all'umidità del 12° parallelo nord per scatenare una furiosa risposta da parte delle nostre ghiandole sudorifere, inutile dirlo, stavo sudando come un kebab.

Siamo seduti in un ristorantino alla frontiera, il viaggio fino ad allora era andato liscio, ma poi ci siamo ritrovati a ad aspettare il bus per Kratie per ore chiacchierando con Jordan, la nostra nuova amica gallese con cui condividevamo l'attesa.

Il tempo passa e decidiamo di mangiare, il resto dei turisti diretti alla frontiera con noi aveva già proseguito per Siem Reap, il loro pullman è arrivato in un secondo, noi poveri sfigati siamo invece rimasti a squagliarci lì. Dopo pranzo inizio a spazientirmi e, mentre i partecipanti insegnano a Jordan a giocare a scopa (vi ricordate non ci resta che piangere?), io vado a fare un giro per cercare di capire come andarcene da lì. Le guardie di frontiera non sanno niente, i negozianti e ristoratori mi consigliano di aspettare, tanto che hai da fare? L'idea di fare più di una cosa in un giorno non li tange, se gli chiedi :”Che fai oggi?” ti rispondono: “Prendo il pullman” e tanto basta.

È in questi momenti di sconforto e disagio che si vede l'unità di un gruppo, la voglia di farsi forza l'un l'altro per superare le difficoltà senza lasciare nessuno indietro. Ecco, mentre io giravo per il piazzale il resto del gruppo, immerso in uno scopone scientifico internazionale, mi prendeva in giro urlando: “Paksè? Paksè?” ad ogni mio passaggio, ormai era diventato il leitmotiv del viaggio.

Finalmente arriva un pulmino, è piccolo, puzza ed ha gli interni di una pacchianissima simil-pelle rossa damascata ma per noi è come un panfilo, questo minivan ci porta fino a Stung Trang, da cui prendiamo un altro bus per Kratie, ma non corriamo con la storia.

C'è sicuramente in Cambogia un uomo che fin da bambino ha odiato la monotonia più di ogni altra cosa, una persona che è cresciuta così stanca della ripetitività di ciò che ha intorno da aver deciso di votare la sua vita all'imprevedibilità e, una volta adulto, ha rigettato l'illusione di sicurezza che viene da ciò che è costante nel tempo per abbracciare il caos e la sorpresa. Quell'uomo ora fa l'ingegnere. Me lo immagino seduto dietro la sua scrivania trapezoidale progettare la strada dalla frontiera a Stung Trang: “Cominciamo con un po' di asfalto, tipo per 4oo metri, poi tac! Un bel chilometro di sterrato, seguito da un pezzettino di asfalto, poi ancora sterrato per un bel pezzo, di quelli che quando piove si formano i fossi, poi facciamogli pensare che sia finita e ci mettiamo asfalto per una decina di chilometri, appena si abituano all'assenza di scossoni, tac! Ecco che ti butto un bello sterrato! Hahahaha, vediamo ora se si riescono ad addormentare in pullman 'sti debosciati conformisti amanti della regolarità!”

Le aspettative del sadico ingegnere non sono state deluse, infatti ad un certo punto abbiamo bucato una ruota, ma niente paura: l'autista scende dal bus armato di cric e accetta; eh si, un'accetta con cui abbatte prontamente un albero e si procura una leva per il cric, la ruota viene prontamente cambiata e il viaggio riparte.

Durante questa tappa facciamo amicizia con il signor Na Han, il proprietario del river dolphin hotel che ci offre un vantaggioso sconto sul pernottamento e un'ottima soluzione di viaggio per il giorno seguente, quest'ultima offerta si rivela poco sincera, trasformando anche la tappa seguente in un'avventura, ma questa è un'altra storia.

Alla fine siamo arrivati a destinazione sani e salvi, Jordan ha passato la notte con noi e ci siamo goduti una doccia e una bella cena in hotel.

Ogni tappa è stata un'avventura, rendendo ancora più bello ed emozionante questo viaggio, siamo tornati a casa stanchi ma pieni di ricordi, uno su tutti continua ad echeggiare nella nostra memoria, riemergendo di tanto in tanto come un vecchio trauma da reduce...

 

….”Paksè? Paksè?”...

 

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Roberto
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