Attraverso il Canada, a cavallo

ATTRAVERSO IL CANADA A CAVALLO

 

I due procedevano lentamente, lasciando alle cavalcature il compito di seguire il sentiero. Viaggiavano da quasi due settimane, spostandosi da un lago all' altro, da una boscaglia all' altra, lungo un percorso che li avrebbe condotti entro una decina di giorni a Thunder Bay.
Avevano lasciato alla loro sinistra le cittadine gemelle di Sault St. Mary che si guardano dalle due sponde del Lake Superior, una canadese, l' altra americana. Un mare di tronchi, enormi isole galleggianti, li accompagnava.
Tronchi che come un tappeto rotolante e ruvido nascondevano interi acri di lago. In quel modo, semplice ed economico, il lavoro dei tagliaboschi era avviato alle segherie, tenuto insieme lungo il perimetro da grossi ferri a U conficcati nella corteccia e guidato da piccole barche a motore.

Fitte macchie di pini si alternavano a radi gruppi di betulle.
Sulla corteccia, rosse ferite sanguinanti linfa rivelavano il recente passaggio di un orso.
Il terreno, cedevole e spugnoso per lo strato di detriti vegetali che il tempo aveva accumulato, era disseminato di bassi cespugli che ospitavano ogni genere di animali, dai conigli alle grouses, dai fagiani agli scoiattoli.
I cavalli, evitando spontaneamente i folti dove sempre nella stagione calda si annidano nugoli di voracissime zanzare, preferivano muoversi ai margini delle radure.
Il cavaliere che apriva la strada osservava con attenzione il terreno circostante. Da qualche minuto il suo cavallo, un quarter horse di quasi un metro e settanta al garrese, dava segni di nervosismo, scuotendo il collo e agitando orecchie e criniera.
Frequenti orme sul terreno umido e i segni sugli alberi gli facevano temere un incontro con un grizzley. Pur conoscendo la scarsa aggressivita' di quei mastodonti, specialmente nel corso dell' estate, sfiorava di continuo il calcio del Winchester bolt action cal. 338 Winch. Magnum che riposava nella fonda. Ottima carabina, pensava tra se'. Compatta, affidabile e capace di spingere una palla da 250 grani a oltre 2600 piedi al secondo.
Non provava alcun desiderio di far strage di plantigradi e la caccia come sport non lo aveva mai interessato. Lo stesso valeva per il suo compagno che procedeva venti metri dietro di lui, ma entrambi preferivano evitare certi incontri.
Ai lati del sentiero il terreno si era fatto sgombro, coperto solo di sterpaglie e radi cespugli. Procedettero ancora, superando morbide morene simili a onde di terra congelate dal tempo, ricordo di passate ere glaciali.
Non avevano incontrato altro che cervi e un solitario alce che al loro sopraggiungere non si era neppure mosso dall' acquitrino nel quale pascolava.
Non un uomo o tracce di uomini. Niente tralicci dell' alta tensione o altri segni della civilta'.
Dolcemente cullati dal lento passo del cavallo, erano liberi di osservare il paesaggio che sfilava sotto i loro occhi. Liberi di pensare.
I raggi del sole piovevano dall' alto e giocavano tra i rami, sciabolando e dando all' ambiente colorazioni di volta in volta differenti, quasi da acquario; effetti speciali di una discoteca dove suoni e luci erano opera di un invisibile regista.
In altri momenti parevano sontuosi addobbi d' oro o tendoni paludati tra un tronco e l' altro.
Com 'era bello vivere cosi', a contatto con l' ambiente! Sentire il respiro della natura invadere l' anima. Entrare davvero in sintonia con gli alberi, gli animali, l' acqua. Spostarsi sulla terra, a tre metri da terra anzi, sentendosi parte integrante di cio' che li circondava e che si spostava con loro, felici e consapevoli di essere accettati, forse addirittura benvoluti.
Da cosa o da chi, non sapevano esattamente. Certo da cio' che regnava su quei luoghi senza tempo. Di sicuro qualcosa c'era. Era li', li guardava e li vedeva passare.

Vivevano di cio' che ricevevano; erba per i cavalli e pesce e bacche e funghi per loro.
Ricambiavano con il rispetto e cedevano al terreno i loro escrementi, in un mutuo, reciproco scambio.
Non inquinavano, non facevano danni, ne' lasciavano traccia del loro passaggio.
Per questo evitavano i centri abitati. Gli giravano attorno, timorosi di compromettere quel meraviglioso equilibrio di energie pacifiche.
Era tale il rispetto che provavano per quei luoghi e la sensazione di essere ospiti, graditi magari ma sempre ospiti, che ogni volta che smontavano il campo per spostarsi altrove, controllavano minuziosamente di aver eliminato ogni pur minima traccia del loro passaggio.
Come a dire: " Vedete ... chiediamo ospitalita' ma passiamo in punta di piedi, consapevoli di non essere a casa nostra ..."

Superato l' ennesimo rilievo, si trovarono davanti il tronco morto di un enorme pich pine. Forse venti metri di altezza e circa uno di diametro.
La caduta era stata frenata dalle piante circostanti che, quasi a volerne onorare la venerabile eta', lo avevano sorretto nell' agonia coi propri rami e ne avvolgevano protettivi il grande corpo che ora riposava inclinato.
Chissa' da quanto si era arreso ai rampicanti e all' incessante lavoro dei parassiti! Eppure aveva ancora un' imponenza che incuteva rispetto.

"Potremmo fare il campo qui" - propose il secondo - indicando con la mano guantata un tratto sabbioso della riva, sgombro da detriti e tronchi.
" Mmmm ... il posto sembra buono, e non sento zanzare, eppoi sono gia' le 4".
Sostando ora avrebbero avuto tutto il tempo per organizzare il pernottamento e rimediare anche qualcosa con la lenza prima del calar del sole.
In questi quindici giorni siamo diventati proprio dei pescatori provetti - pensava - L' inverno passato aveva pescato piu' volte attraverso un buco nel ghiaccio e sapeva che Gigi si era impratichito nei fiumi delle Filippine, quando viveva laggiu'. Tuttavia la facilita' con cui trote e salmerini si facevano illamare ancora lo sconcertava. Dal momento che l'esca toccava la superficie di solito non passavano dieci minuti che questa si agitava furiosamente mentre il galleggiante spariva sott' acqua.
Nelle bisacce posteriori, le piu' ampie, avevano equipaggiamento e cambusa. Fagioli secchi, riso e latte in polvere, farina e bacon oltre a zucchero e the e una specie di pemmican indiano. In quelle anteriori, invece, trovava posto l' avena per Tom e Stancil, i loro cavalli, oltre all' attrezzatura per la quotidiana pulizia del mantello e degli zoccoli. Li' stava anche il pronto socorso e un sacchetto stagno con il necessario per accendere il fuoco.
Dietro a ogni sella era legato il sacco a pelo e la giacca a vento. Gigi, oltre ad una carabina cal. .22, trasportava anche la tendina a due posti. In cintura portavano un solido coltello. Il suo era un Cattaraugus, vecchio di oltre 50 anni ma ancora affidabile e tagliente come un rasoio. Il suo compagno invece aveva ceduto alle lusinghe di Randall e orgoglioso ne esibiva ora uno splendido esemplare di quasi venti centimetri. Una massiccia ascia a manico lungo completava la loro attrezzatura da taglio.

Facevano tappe brevi senza forzare l' andatura. Viaggiavano per circa sei-sette ore al giorno, con una breve sosta a meta'. In questo modo le bestie non si stancavano troppo e loro neppure.
Il posto che avevano scelto, una stretta insenatura del lago, era molto gradevole. Al centro vi sfociava un torrente costellato di grandi massi bianchi. Poco piu' in la' un grosso viluppo di rami e tronchi, vestigia di una passata piena primaverile, avrebbe fornito legname in abbondanza.
La superficie verde-bottiglia pareva denso sciroppo di menta e solo i cerchi dei pesci che salivano a galla ne rompevano di tanto in tanto la setosa continuita'.

"Fermo, non muovere un pelo! - bisbigliai a Gigi - guarda la' in fondo, vicino al tronco marcio, ma muovi solo gli occhi".
Al limitar di un gruppo di striminzite betulle, chissa' perche', avevano sempre un' aria cosi' sparuta e triste, era comparso un cervo, e che cervo!
Alto e imponente, forse tre quintali di peso, sfoggiava orgoglioso una folta gualdrappa quasi nera e un fantastico palco di corna.
Le narici, lucide di muco, palpitavano rapide per usmare ogni piu' lieve sentore. Il bellissimo animale mosse qualche passo e si avvicino' alla riva, gli occhi calmi e dolci rivolti al terreno ma le orecchie ben tese in avanti. In quattro passi avremmo potuto toccarlo: evidentemente ci trovavamo sopravvento rispetto a lui e non aveva avvertito la nostra presenza. I cavalli stavano qualche metro piu' indietro e pascolavano tranquilli, nascosti da una fila di piante. Non dovevano essersi accorti di nulla.
- CHAC... e il cervo con un unico lunghissimo balzo, quasi un volo, scomparve leggero nel folto da cui era comparso. Gigi, alzati gli occhi al cielo, stava gia' dandosi mentalmente del coglione per aver lasciato che il pentolino dalla mano sgocciolasse sulle foglie secche.

In pochi minuti aveva trovato un buon posto per insidiare la sua preda. Un grosso sasso si protendeva sull' acqua creando un' ampia zona d' ombra. Forme scure guizzavano agili tra le erbe del fondo, scomparendo a tratti fra sassi muschiati.
Lascio' cadere lentamente l' esca, controllando col polso il movimento del sottile filo di nylon. I pesci parevano disdegnare ma non ignorare il chicco di mais. Ci giravano attorno, lo puntavano ma all' ultimo istante sterzavano bruschi con nervosi colpi di coda e si allontanavano in un ampio cerchio che li avrebbe riportati al punto di partenza.
Comincio' a pensare che sarebbero dovuti ricorrere alle riserve alimentari, quando dal fondo comparve silenziosa una lunga ombra.
Molto piu' lunga delle altre. E piu' grossa.
Venne verso la superficie, deciso, senza tentennamenti, sicuro come un re. Fu questione di un attimo, poi uno strappo gli disse che aveva abboccato.
" GIGI, GIGI, CORRI!!! Ho preso un mostro, una cosa enorme! Non ce la faccio da solo!!"
Con la coda dell' occhio lo vide mollare cio' che aveva in mano e correre agile verso di lui, sbracciandosi e borbottando qualcosa che egli non intese, impegnato ad assorbire i colpi di frusta che l' enorme trota trasmetteva alle spalle con violenza terribile. Ne vedeva gli occhi impazziti e la bocca spalancata in un muto grido di ira e dolore.
Chissa' quanto pesava! Forse dieci chili, forse di piu'. La scura groppa schiariva verso il ventre e balenava di tutti i colori dell' iride.
Balzava dall' acqua la meravigliosa creatura, sconvolgendola in milioni di lucide perle liquide, crepitante spuma di selz naturale. Piroettava e saltava con potenti colpi che le facevano toccare la testa con la coda.

Gigi era al suo fianco, nell' acqua fino ai polpacci. Neppure lui sapeva che fare. Convinto che da un momento all' altro l' avrebbero persa, tento' allora il tutto per tutto. Con cautela ma con tutta la forza che aveva alzo' verso l' alto la canna gia' piegata ad un angolo assurdo. Pareva impossibile che il filo non si spezzasse sotto le tremende sferzate. Non seppero mai come, ma un momento dopo la trota schizzava frenetiche frustate di sabbia e sassi dalla riva scoscesa.
"Uao! Con questa ci mangiamo anche stasera e domani - esclamo' felice Gigi, le mani sui fianchi e un sorriso' che gli andava da un orecchio all' altro e gli illuminava gli occhi di gioia infantile.
- Chissa' quanto ha impiegato a diventare cosi' enorme!"
Gia' - pensavo tra me e me - chissa' quanti anni ci sono voluti per raggiungere simili dimensioni; quanti pericoli avra' dovuto evitare, gli orsi, le linci, i rapaci ... per finire nella padella di due brocchi come noi!
Pensieroso si guardava attorno: l' acqua, le grandi rocce e la sabbia e la selva circostante. Era una sua impressione o gli alberi piu' vicini parevano rivolti verso di lui. Quell' abete laggiu', per esempio, aveva due grossi rami che sembravano braccia piegate sui fianchi in un muto atteggamento di dissenso.
Senza pensarci, forse nel timore di pentirsene, velocemente sfilo' l' amo dal labbro di quel lucido corpo vibrante di vita e con le mani a mo' di badile lo getto' in aria e verso l' acqua.
Meglio cosi' - mi dissi e ripetei ad alta voce - si', meglio cosi'. Non sarebbe stato giusto.
Gigi era impietrito. Fissava il punto sulla riva dove un momento prima il pesce saltava, quasi a volerlo rimaterializzare li'. Guardo' me poi di nuovo la riva.
"Ma chi sei tu, D' Artagnan, Don Chisciotte, Robin Hood o cosa !!!! "
Rabbioso e rosso in viso prese a dar calci ai sassi e ad ogni cosa gli si parasse davanti.
" Era cosi'... cosi'... cosi' grossa e cosi' forte e ... e cosi' enorme e bella! Gia'.. cosi' bella! " Alzo' lo sguardo. La rabbia se n'era andata e un sorriso fanciullesco gli illuminava il volto.
Fece una buffa smorfia, poi mi fisso' in silenzio, le labbra mosse da un mezzo sorriso.
"Ma si'... in fondo hai fatto bene. Non sarebbe stato giusto... una creatura cosi' meravigliosa... Eppoi ...eppoi 'stasera ho una gran voglia di riso! "
Lasciando sui ciotoli una doppia traccia umida si incammino' rapido verso il campo e ancora scuoteva il capo.
Si giro' indietro guardandomi fisso.
" Che figlio di buona donna! " lo sentii borbottare - ma un sorriso lieve gli ricamava le labbra. Sempre scuotendo il capo spari' oltre le piante, verso i cavalli e il bivacco.

Il sole si era appena tuffato dietro l' immensa distesa di piante, veloce come e' solito fare a quelle latitudini. Unica traccia un alone bordeaux che sfumava nel giallo contro i denti di sega delle cime frondute.
Ora solo il baluginare sempre mutevole delle fiamme del bivacco illuminava il campo, ricacciando il buio fino al limitare del bosco.
Il riso era pronto e avrebbe accompagnato il tonno che Gigi aveva appena tolto dalla scatoletta.
Intanto sul focolare si scaldava l' acqua per una tisana
-"... 'soir m'sieurs!".
Silenziosa, inavvertita persino dai cavalli, una figura coperta di daino si era materializzata nel campo.
I due uomini rimasero di sasso. Sapevano che nel raggio di trenta miglia non vi era traccia di villaggi o paesi, cosi' a quell' ora della sera non si aspettavano certo delle visite.
Pareva piccolo e magro, ma il volto rimaneva avvolto nell' ombra.
Il primo a scuotersi fu lui, una mano appoggiata all' impugnatura del coltello. Gigi giocerellava senza parere con un grosso bastone.
" Benvenuto! Stavamo per cenare. Ti andrebbe di sederti con noi? " replicai nella stessa lingua.
"Grazie, posso offrire del te' in cambio "
Si esprimeva in un buon francese leggermente sibilante, quello strano individuo comparso dal nulla e si accompagnava con brevi, aggraziati gesti della mano.
Niente bagaglio eccezion fatta per un faggottello grande come un pallone da basket. Il viso, profondamente segnato da un' intera vita all' aria aperta, pareva un misto di caratteri indiani ed europei. Su tutto spiccavano gli occhi, azzurri come lucidi frammenti di turchese.
Impossibile dargli un' eta', tanto pareva parte integrante del bosco circostante.
Masticava il cibo con molta cura, lentamente; ogni tanto lo accompagnava con un sorso d' acqua. Gli occhi fissi sul fuoco, pareva assorto in pensieri lontani. I due uomini si lanciavano occhiate senza saper che dire.
"Ah ,la grande truite! - sbotto'all' improvviso, mentre un bolo di cibo gli deformava la guancia color mogano - Buona cosa lasciarla libera, buona cosa. Ca c' etait l' esprit du lac. ...Anche buon segno che si e' fatto catturare, ah oui" aggiunse, con uno strano, mezzo sorriso che duro' un solo istante.
" Ma allora eri qui gia' da un pezzo! "
" Mmm no, non pezzo, no, non da molto ... ma abbastanza - L' uomo senza tempo li fissava con sguardo imperscrutabile - Meglio conoscere uomini prima di entrare nel campo. Ah oui, meglio conoscere. Bene, si' ora io faccio tea poi dormo, si'? Si', dormo."
Poi, rivolto a Gigi che lo stava fissando:
" non serve preoccuparsi - quasi bisbiglio', lo sguardo stranamente velato, distante- tout ca va bien, Pierre, lui sta bene ora,tuo padre sta bene"
Lo sguardo era tornato sul mucchietto di brace.
Vidi Gigi sbiancare e far la mossa di parlare, poi cambio' idea, ma mentre s' infilava nel sacco a pelo era ancora colore di un lenzuolo.
A due passi dal fuoco, la testa appoggiata al fagotto, il misterioso compagno di una sera gia'ronfava sommesso, coperto solo della giacchetta.

La mattina dopo dell' uomo non c' era piu traccia. Sparito lui, sparito il fagotto, spariti i mocassini che aveva lasciato accanto al focolare.
No, non proprio tutto.
Ben in vista, su una pietra piatta un bellissimo dente di puma appeso a un laccio di cuoio.
Per l' ospitalita' o per la grande trota?
Gigi fissava muto il punto in cui l' erba schiacciata recava ancora le tracce di un corpo. Forse per convincersi che non era stato tutto un sogno.
"Perche' poi ti ha chiamato Pierre? Che fosse un po' suonato, il nostro uomo? E che significava quel discorso che non ti devi preoccupare perche' tuo padre sta bene? -
Alzo' gli occhi, Gigi, e ci vidi qualcosa che di solito non c'era.
" Mi chiamava Pierre, cioe' Pietro soltanto lui. Mio padre, intendo. E' il mio secondo nome, quello di mio nonno. Quando sono partito da La Spezia, non stava bene. Volevo aspettare qualche giorno, ma lui insistette. Aveva una cera che mi preoccupava. Eppoi, sai, dopo il tumore di tanti anni fa ...
Oramai nessuno, a parte lui, conosce questo nome".
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Qualche informazione sul territorio.

Per raggiungere le zone di cui si parla, provenendo da Toronto percorrere la hwy 400 che sale verso nord fino a Barrie, proseguire per la n°11 fino a North Bay, nei pressi della quale si trova uno spettacolare parco, l’ Algonquin Provincial Park, ampio come l’ intera Lombardia: un fitto reticolo di laghi e laghetti spruzzati tra i boschi. Ivi e’ possibile campeggiare e noleggiare una canoa per spostarsi nel bellissimi intrico lacustre. Andando avanti e’ Sudbury quindi, imboccando la hwy 17,per alcune centinaia di chilometri costeggiate la riva nord del lago Huron. Vi troverete cosi’ ad attraversare una delle regioni piu’ affascinanti del territorio canadese: quella chiamata dei mille laghi. E, credetemi, se non son mille poco ci manca! Ancora oltre, dopo aver toccato la cittadina doppia(ne esiste una canadese e una, di fronte, statunitense) di Sault Ste. Marie, arrivate all’ enorme lago Superiore. Interessante, nei pressi della cittadina di Marathon, il Pukaskwa National Park che si affaccia sul lago proprio di fronte all’ isola di Michipichoten.

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Alberto
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