Amantaní: no auto, no polizia, no stress. Solo Pachamama

Erano seduti poco fuori il muretto della loro proprietà, davanti al sentiero. L'aria era pulita, il sole caldo, il mare poco più in basso alla loro destra. Lei tesseva tenendo i fili con l'alluce e lavorando ai fianchi con le dita. Lui lì, seduto al suo fianco. L'unico rumore che si sentiva era il cedere dell'erba sotto l'appetito del gregge. E le loro parole, in quechua. Il weekend ad Amantaní è stata la cosa più bella (finora) di tutta la vacanza.
Il lago Titicaca (che ho scoperto si pronuncia alla toscana: Titihaha) nasconde delle culture molto particolari. Prima di attraccare ad Amantanì, si può fare un salto sulle isole galleggianti di Uros. Sì, galleggianti. Anzi, per l'esattezza "fluttuanti". Sono piattaforme più o meno estese di totora (la canna che cresce copiosa in questa zona), assemblate in modo da galleggiare e fissata tramite delle ancore. Camminarci sopra è alquanto gommoso, ma agli isolani non sembra mancare proprio niente. Devi bere? C'è il lago. Devi lavarti? Sempre il lago. Uno spuntino? C'è l'interno succoso delle canne totora (chiamate, per le loro sostanze nutritive, le banane degli Uros). Ma la modernità è arrivata pure qui. Grazie ai pannelli solari, infatti, gli abitanti di Uros possono anche avere tv e radio. E per cucinare ci sono le bombole del gas. I bambini possono frequentare qui le scuole primarie, poi devono spostarsi a Puno per proseguire gli studi (a casa parlano ancora l'antica lingua aymarà, mentre l'apprendimento del castigliano è delegato ai professori). L'accoglienza è molto calorosa. Ogni isola ha il suo presidente o la sua presidentessa. E i turisti sono più che ben accetti. Anche visitare le case non è un problema. Certo è che, alla fine, tocca fare la trafila delle bancarelle (dove pure si possono trovare oggetti molto pregiati come i tessuti lavorati a mano dalle donne dell'isola) e decidere se farsi portare a fare un giro sulle barche fatte di totora. E in questo senso i locali manifestano più o meno insistenza.
Ma il vero gioiello fra le isole del Titicaca più vicine a Puno è senza (mio) dubbio Amantaní. Un'isola felice, nel vero senso della parola. Non ci sono macchine, non c'è polizia e c'è un forte e radicato senso di comunione con la terra. Le famiglie vivono di turismo, pesca e allevamento. E di artigianato, ovviamente. I loro vestiti sono decorati con colori vivi e forme armoniose, che richiamano la bellezza della natura circostante. I bambini si divertono con nulla: un'aquilone fatto volare a corsa nei campi e li vedi sorridere. Altri si improvvisano musicisti soffiando tubi di gomma o percuotendo taniche. E come se la ridono. Fare due chiacchiere con il primo isolano che passa non è un problema. Si fermano volentieri, e in ogni caso salutano o ricambiano il saluto. Qui non c'è criminalità, tant'è che non c'è polizia. Sembra infatti che abbiano rispedito le forze dell'ordine sulla terraferma dopo aver constatato che non ce n'era bisogno. Per l'ordine ci sono un presidente e un tenente per ognuna delle 10 comunità che abitano l'isola. Se c'è qualche controversia, l'autorità offre la soluzione. Se non ci riesce, espone la questione in piazza e l'intera comunità aiuta a dare una soluzione. Anche l'istruzione non è un problema: sull'isola ci sono scuole primarie e secondarie, dove le nuove generazioni possono apprendere lo spagnolo e magari progettare di fare l'università a Puno. Ma tra di loro parlano sempre nell'antica lingua quechua.
Un'esperienza speciale è essere ospitati da una di queste famiglie. Moltissimi, infatti, hanno un'apposita licenza, con cui ti danno un letto e tre pasti. Sì, insomma, all inclusive. Per una cifra ridicola. Ovviamente niente acqua (solo in taniche), ma per l'elettricità si sono attrezzati con i pannelli solari. Almeno in casa, perché tutto il resto dell'isola, di notte, è buia come la suddetta. Agli isolani non servono torce. Ma agli ospiti sono vivamente consigliate. E se si vuole vedere il tramonto in cima al Pachamama, una luce per il ritorno serve. Aver potuto osservare i genitori della 'mia' famiglia stare seduti lì, tra cielo e terra, a godersi il sole e le loro risate mentre la vita scorreva (raggiunti poi da una coppia di amici, che dopo un'offerta di pane si sono seduti lì per terra con loro, a guardare verso l'infinito, a parlare e a ridere) mi ha aperto il giusto stato d'animo per la salita sulla vetta.
Pachamama significa "madre terra" ed è la cima più alta dell'isola (4130 mt). Accanto c'è Pachatata (che mi è stato tradotto come "padre sole"), più basso di pochi metri. Entrambi hanno sulla cima dei templi dove la popolazione sale solo per la festa annuale. Si venerano il cielo e la terra, e gli si offre qualcosa perché essi restituiscano durante l'anno ciò di cui la popolazione ha bisogno. Il primo sorso della propria bevanda va versato alla terra, alla Pachamama. La salita ha un senso iniziatico. Siamo alti sul livello del mare, e il mate de mugna fa quel che può. Sotto i piedi scorrono immagini di musica e danza. Sopra, alcuni archi tenuti impiedi dalle sole pietre, come del resto tutti i muretti dell'isola. Anche attraverso gli spiragli che lasciano si può restare affascinati dai colori del tramonto. Impossibile non restare fino all'ultimo, in cima, seduti su una roccia, a guardare il sole iniziare a coprirsi, arrossendo, con le nuvole, poi scivolare lentamente fuori dal suo specchio d'acqua dorato e infine lasciare posto al freddo della notte. E che freddo, ma anche che notte. La via lattea era così luminosa e definita che si poteva toccare. Le stelle grosse, grosse e brillanti come mai. Erano su tutta la volta celeste. Erano così belle che non c'era spazio per pensare al freddo mentre si era lì, seduti per terra, a guardarle. E mentre il sonno iniziava a dirci di andare a letto, una stella cadente è rimasta così grande e così a lungo in cielo che abbiamo fatto in tempo a vederla tutti e tre noi che eravamo lì. È rimasta sospesa per non so quanto, a me sono sembrati secondi. Una buonanotte magica, nella terra della Pachamama. 

 

 

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Luoghi visitati:
Claudia Farallo
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