2 - Ronda




Nei 35 giorni di viaggio lungo più di 1000 km in solitaria, passati a scovare le perle di Andalucia, tra gli strali verdi del suo vestito inebriato d'ulivo, ero solito fermarmi solo nelle città. Alternavo momenti di totale solitudine a momenti di totale pienezza con i sorrisi amici che mi accoglievano lungo il tragitto. Come se mi conoscessero da sempre. La bicicletta era il mio biglietto da visita. Il fatto poi che viaggiassi da solo aumentava quell'alone di curiosità che mi circondava. Si meravigliavano tutti del fatto che non avessi un compagno. Tutti mi chiedevano dove avessi lasciato Sancho e perché viaggiassi solo con " Ronzinanta", il cui nome era ben visibile sul lato giallo.
Era una domanda a cui non avevo una risposta ed in effetti non ci avevo mai pensato.
Ricordo che a Malaga Guglielmo, nel cortile di "Casa Babylon" cercò di spiegare ad un americano incredulo le motivazioni del mio viaggio... mistico, misterioso, spirituale e tante altre parole ridondanti che per la mia indole napoletana mi stavano alquanto larghe. Non appena finì con il suo panegirico, l'americano strabuzzò gli occhi fuori dalle orbite e mi fissò come se un'aureola mi cingesse il capo. Sbiascicai qualcosa in hindi e mi atteggiai divertito a santone, dalla barba rossa e protetto dalla mano di Fatima. La barba la tenevo per l'impossibilità di radermi tutti i giorni. Il ciondolo, era un regalo di Marie.
Rimanemmo solo io e Guglielmo, sull'uscio del cancelletto. Aspettavamo Matias che era andato a prendere la bicicletta per accompagnarmi fino alla strada che mi avrebbe portato sulle montagne.
" Verdad Mario que no lo entiendo. Yo tambien viajo solo. Pero con mi moto! "
"Pues...trabajé a Valencia. Me aburrì de trabajar. Comprè una bicicleta y empiezé a pedalar. Yo querrìa hacer solo un paseito en bicicleta"
Mi guardò e non capiva se lo stessi prendendo in giro.
Scoppiammo in una grossa risata, la cui allegria richiamava il calore di Napoli e di Cadiz, città sorelle.
Effettivamente non mi ero mai chiesto il perché. L'unica domanda che mi ero posto prima di partire era " Come pensi di affrontare un viaggio del genere, brutto nanetto scoppiato? ". La risposta me l' aveva data Chiki, in uno dei suoi excursus di saggezza ecuadoriana, quando mi mostrava con quanta semplicità era possibile alzare una pila di sedici sedie, superando l'unica ostacolo che si frapponeva tra me e la chiusura del ristorante: un gradino di 5 cm. " Hombrecito! No es fuerza, es truco...Impulso!" i miei impulsi erano stati l'allegria di chi ha qualcuno da dimenticare; il coraggio di vedere cosa succede seguendo l'istinto; la fantasia d'un bimbo responsabile.
Arrivò Matias. Guglielmo diede un'ultima controllata al telo di plastica che mi aveva montato sullo zaino, per evitare che si bagnasse. Scesi gli scalini. Il rumore del cancelletto sigillò un altro scrigno di bellissimi ricordi. Ed un' altra casa piena di amicizia.
" Boludo, vamos". Disse Matias.
Salutai "Casa Babylon" e ripresi la strada.
Il XV giorno, tracciai la linea mediana del viaggio.
Avevo conquistato, tra litri di sudore, il fuoco del deserto di Clint Eastwood e di Sergio Leone, tra le steppe desolate di Tabernas. Superai le folate di ponente che spiravano da Malaga, nascoste come stormi di uccelli, dietro le pareti rocciose di Almeria. Mi bagnai fino all' osso con l'acqua che, padrona, scese a fiumi dai cieli di Ardales. Fuoco, Aria e Acqua...mi mancava la Terra.
Mi svegliai presto, col solito canto del gallo ad annunciare l'alba d'una nuova epopea di emozioni. Ascoltai " Sabado" quella mattina, seguendo l'abitudine di sempre: assaggiare l'aria a torso nudo e decifrarne le sensazioni. Los zapateados, che come schioppettate chiudevano quella poesia flamenca, sarebbero state come le fruste sulle ginocchia, che mi avrebbero accompagnato lungo l'impervia scalata.
Decisi di raggiungere Ronda su consiglio di Matias, Guglielmo e del signor Ernest. Inconsapevole di cosa fosse.
Situata su un pianoro a strapiombo verso occidente elevato a 200 m sulla pianura della Serranda, le casette della vieja Ronda sembrano tanti gabbiani in riposo, abbracciati su uno scoglio, a più di 900m sopra il livello del mare.

Non ricordo molto di quella tratta, se non la straziante fatica. Il paesaggio passò in secondo piano. Ero concentrato solo a mantenere l'equilibrio, attento a non cedere alla forza di gravità nemmeno un cm di strada rosicato alla montagna.
Mi alzavo e mi abbassavo ritmicamente in tutta la mia poca statura per imprimere forza con lentissime pompate sui pedali. La stessa forza che nella tratta successiva si trasformò in velocità, percorrendo i 60 km tra le due frontiere di Cortes e Jerez in meno di una mattinata. Con la testa china per dare un po' più di peso alla pedalata, vedevo le fibre muscolose dei polpacci implodere sotto il vestito cutaneo. Le clavicole s'inarcavano ad ogni ampia pedalata ed i gomiti ed i polsi scricchiolavano, irrigidendosi come calce sul manubrio. A volte ero costretto a fermarmi, quando, dopo aver pedalato per più di mezz'ora, vedevo le vene del braccio contorcersi quasi come se il sangue stesse esplodendo.
Mi ci vollero 10 ore per percorrere meno di 40 km. Giunsi ad un camping a circa 3 km nel tardo pomeriggio. Effettuai la prenotazione per quella notte e trovai una piazzola per sistemarmi. Legai la bicicletta vicino ad un albero lì vicino. Non appena montai la tenda, mi ci tuffai, cadendo in catalessi da overdose di stanchezza. Quando mi svegliai, la raggiunsi al tramonto.
Mangiai un gelato sul " tajo", la spaccatura impressionante che, su uno strapiombo di 160m sul torrente Guadalevin divide in due la città. Per metà romana, per metà araba. Su quel ponte di rara meraviglia, capì perché Hemingway la definì la città più bella di Spagna. Ronda si dimostrò ai miei occhi come una collana di perle che una qualche divinità antica avesse lasciato cadere in dono nuziale all'amata Andalucia.

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