Odori di Tailandia

L’olfatto si dice sia il senso che più stimola i ricordi, così mentre disfo la valigia e mi appresto a dare una meritata pulizia a quei poveri capi di vestiario che non erano mai stati trattati così male, sono gli odori che mi aiutano a risalire questo fiume di ricordi. Odori delle ultime ore a Bangkok, dei sui motorini trasformati in bancarelle dove si cucina di tutto e a tutte le ore del giorno, dal Pad Thai ai frullati di frutta fresca agli scorpioni fritti per le foto con i turisti. Odori di smog, di spazzatura, di balsamo di tigre o comunque di qualsiasi altra diavoleria con la quale ti ungano per massaggiarti. Odori di corpi ammassati all’interno delle barche sui canali, mentre il Thai di turno in equilibrio sul bordo ridendo controlla i biglietti, di turisti accalcati al palazzo reale, sotto un sole mortale che ha mietuto come vittime i nostri poveri colli bianchi di occidentali. E i rumori: la parlata altalenante quasi cantata, le risate e l’inglese dei Thai che guardandoti ridendo, come se sapessero già che stanno per spremerti un bel gruzzolo di bath ti chiedono: “AU MENI PIPPOOOL? FIPTIIN?” preparandoti per l’ennesima trattativa già persa in partenza. Odori della giungla con i sui elefanti e i macachi e l’umido sempre presente che ha bagnato anche i pochi capi rimasti asciutti dopo gli acquazzoni sulle isole. E il misto di marcescenza e fiori a noi alieni durante un primo giro di esplorazione nella giungla, quando poi il giorno dopo ti spiegano che tutto ciò che ti circonda è potenzialmente urticante. E il rumore del fiume davanti alla tua casa sull’albero, che mentre dormi la notte si confonde col suono della pioggia e con il gracidare delle rane ed il frinire dei grilli. Che poi viste le dimensioni dei gechi ti chiedi: “ma quanto saranno grossi questi grilli?” Anche perché i ragni sono abbastanza grossi e quando te li trovi in camera capisci che qui l’uomo non ha ancora il controllo sulla natura. Dovresti come i Thai affidarti al Buddhismo, che però qui nella foresta assume la forma dell’animismo pagano, con preghiere per ingraziarsi gli spiriti dell’acqua e della terra, perché quando parti per un viaggio nella giungla non sai mai cosa può succedere. E risate, perché i Thai ridono sempre e dopo dieci giorni con loro ridi anche te perché non hai motivo di essere triste. L’Italia è lontana e ormai sei diventato quasi uno di loro, mangiando ai baracchini e andando in giro in infradito al buio con i serpenti che quasi ti strisciano sui piedi, ignorandoti nella loro caccia notturna. Odori di mare, salsedine, sudore. Il parco di Ang Thong dove la vista dall’alto della laguna interna e dell’arcipelago ti lascia senza aggettivi per descriverla, e anche se li avessi non avresti il fiato per pronunciarli viste le scale praticamente verticali per arrivarci. E di adrenalina, quando il cielo decide di farci vedere cos’è un monsone e imbarcandosi per il ritorno, con un cielo spaventosamente cupo, il Thai di turno ti guarda (ride) e ti dice “Good Luck!”. Tre ore di onde alte e fulmini. Acqua da sotto, da sopra, da tutte le parti. Ma noi siamo sul ponte, abbracciati per scaldarci sotto un poncho sovradimensionatoche avevamo deriso fino al giorno prima. E mentre tutti sono sotto coperta a patire il mare con l’odore di gasolio, fumi di scarico e vomito pensando che siamo pazzi, noi ce la ridiamo perché forse stiamo diventando Thai anche noi. Odore di sangue e alcol, perché non ti devi mai fidare a tuffarti di testa da un trampolino da tre metri, senza controllare quanto è fonda la piscina. Perché se fossimo in Italia ci sarebbero avvocati e denunce, ma qui è già tanto se non ti fanno ripagare la mattonella rotta sul fondo della piscina. E il solito Thai che ti guarda (e ride), mentre cerchi un medico o una clinica, perché sicuramente non eri il primo a uscire sanguinante da quella piscina dove l’alcol scorre a fiumi e i giocolieri con il fuoco ipnotizzano i turisti. E l’odore di paura, quando scopri dell’attentato a Bangkok, dove stavi fino al giorno prima e dove dovrai tornare. Perché te sai che stai bene, ma le notizie viaggiano in fretta e devi avvertire casa prima che scatti il panico, perché sei solo un viaggiatore in questo mondo globale che sta impazzendo. L’odore di sapone di marsiglia degli abiti lavati al volo dopo i primi giorni a Bangkok e che se avessimo potuto avremmo bruciato, ma che ora invece ci ricordano la frenesia della città, mentre ci godiamo lo snorkeling sulle isole, fra un Taxi boat e un frullato di mango sotto le palme. E se avesse un odore ti ricorderesti la diffidenza con la quale sei partito. La titubanza del giorno prima, quando ti chiedi: “ma dove sto andando con questa gente?”, i primi sguardi, le valutazioni sommarie che si fanno in aereo delle persone che non si conoscono, cercando di valutare come interagire, perché dovremo convivere insieme per due settimane e la mossa sbagliata magari manda tutto all’aria subito. Quindi sistemando gli ultimi capi in lavatrice ti ricordi delle ultime ore in aereo, del contatto di quegli estranei che per due settimane sono stati i tuoi amici e per i quali hai versato un paio di lacrime andandotene. Perché alcuni legami che si sono creati sono speciali e senti come se potessero e dovessero durare più di questo viaggio. E alcuni occhi, alcune pelli, alcune voci, li hai incrociati e toccati più di altri e ti sono rimaste dentro, dandoti quella risposta che cercavi alla domanda “chi me l’ha fatto fare”. E quindi ti asciughi la lacrima… e ridi, perché l’hai imparato dai Thai e anche la Thailandia ti è rimasta dentro.

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