Cesk



Questo racconto partecipa al concorso Storie Vagabonde!

Ci sono 1000 euro in palio! Partecipa anche tu inviando i tuoi racconti entro il 25 aprile 2009. Dal 1 al 30 giugno 2009 potrai votare il vincitore ed assegnare il premio: se questo racconto ti è piaciuto, ricordatene!




Quando venni accettato come studente Erasmus nella cittadina di Linz (Austria), l'unico "inconveniente" da me rilevato fu la vicinanza con la Repubblica Ceca (il confine passa a circa 50 chilometri). Fresco di letture storiche, racconti di amici risalenti agli anni '80, e fumetti romanzati, mi domandavo ingenuamente quanto l'Alta Austria avesse risentito della prossimità con la cortina di ferro.

Un breve giro panoramico del capoluogo austriaco basta a tranquillizzarmi e in parte disilludermi: Linz è una normalissima metropoli, gradevole, vivibile e assolutamente in linea con le altre città austriache da me visitate.

Così devo rimandare il mio primo contatto con la cultura ceca all'incontro con Andrea e Petr, che abitano sul mio stesso piano, dai quali imparo ogni giorno qualche novità sulla Storia e sulla Politica del paese.

Questi non sono comunque i soli aspetti interessanti della Republika: dopo il primo assaggio dei Knedlíky, gustosissimi gnocchi dalla forma allungata, divento rapidamente un fan di Bramboráky, frittelle di patate, e un adoratore di Rizek, simile alla nostra cotoletta impanata ma resa più interessante dall'impronunciabilità del nome.

Il primo viaggio in Repubblica Ceca avviene circa quattro mesi dopo il mio arrivo a Linz. Avevo individuato in Ceský Krumlov la meta ideale per tre giorni di svago dopo la prima sessione di esame. Accompagnato dall'infaticabile Šárka comincio l'esplorazione di questa incredibile cittadella medioevale. Scopro così che la Repubblica Ceca è il paese con la più alta concentrazione di castelli del mondo. Nel complesso il paesino è molto turistico e pertanto tutto suona un po' artificioso, sebbene il castello e le stradicciole mantengano intatto il loro fascino medioevale.

Le visite successive alla Repubblica saranno invece molto più genuine: giungo nella capitale ceca di notte, con un bus della Student Agency partito da Budapest con fermate intermedie a Gyor, Bratislava e Brno. La cupa stazione di Florenc sembra come in attesa, immobile e silenziosa, nella tiepida notte estiva. Šárka, che è gentilmente venuta a prendermi, mi guida con mano sicura attraverso i dedali della metropolitana. Ascolto per la prima volta lo spettrale scampanellio che avverte della chiusura delle porte dei vagoni: "Ukoncete, prosím, výstup a nástup, dvere se zavírají".

Per ora niente di che, una metropoli europea come tante altre. Raggiungiamo in una mezz'oretta la nostra destinazione, dalle parti di Cerný Most, periferia est della città. Il quartiere popolare sembra uscito da un manifesto di propaganda filo americano: grigi palazzi di 12 piani inframmezzati da siepi identiche e squadrate. Si nota però una voglia di rinnovamento: impalcature e pannelli ovunque, i vivaci colori con cui si stanno ridipingendo i muri risaltano alla tenue luce dei lampioni.

Entriamo nel palazzo e oltrepassiamo la soglia di casa. La stanchezza non mi impedisce di imprimere nella memoria ogni particolare dell'arredamento, che ritroverò, più o meno dissimulato, nelle case di tutti gli altri amici cechi, e che imparerò a riconoscere come "stile sovietico". Armadietti marroncini con piccoli pomelli di apertura, scaffali dello stesso colore, finestre con infissi grigi.

L'indomani si rivela ricco di sorprese. Il ritrovo con gli altri amici è fissato sotto la statua di Re Venceslao, a Václavské Námesti. Eugen, come sempre in ritardo di una ventina di minuti, prende la guida del gruppo e, con passo di marcia, dà inizio alla gita.




La magia e il fascino della città mi pervadono: ogni strada è un mistero, ogni piazza un libro di storia, ogni negozio un mondo inesplorato. Vorrei potermi soffermare ad ammirare tutti i dettagli, così da poter immaginare come quello stesso tratto di strada sarebbe apparso nei decenni passati, durante gli ultimi rantoli dell'Unione Sovietica, all'arrivo dei carro armati polacchi, ai tempi dell'assassinio di Heydrich, oppure sotto l'Impero Austroungarico.

Lo stile moderno, nel suo anestetizzante conformismo capace di rendere indistinguibili Berlino, Londra e Parigi, sta poco a poco cancellando i segni del passato. Una radicale modifica resa ancora più immediata dalla volontà di dimenticare al più presto quello che è stato, nella speranza di costruire qualcosa di nuovo e migliore.

Attraversiamo il quartiere di Nové mesto e ci dirigiamo verso Vyšehrad, uno dei castelli più famosi di Praga. La vista dal muro di cinta è indescrivibile: la Mòldava si estende pigra in tutta la sua bellezza sotto i miei occhi. Le barche scivolano lente sulla superficie del fiume. Scorgo in lontananza alcuni monumenti a me ancora sconosciuti. Praga sembra proprio una ragazza seducente che mi inviti, con uno sguardo blu mare, a scoprirla poco per volta. Mi riprometto di provare a fissare su carta questa intuizione una volta tornato in Italia.





L'itinerario seguito nei giorni successivi è tipicamente turistico: Staré Mesto, la città vecchia, con la sua piazza e l'orologio astronomico, Josefov, il quartiere ebraico con le sue numerose sinagoghe, Karluv Most, con la sua torre e le sue statue... Impossibile descrivere la vista che si gode dal ponte più famoso della città, sarebbe come tentare di spiegare il colore del mare, la poesia o il cadere delle foglie d'autunno.

Éormai sera quando faccio ritorno con Šárka a casa. Suo padre, appena tornato da tre giorni di riposo nel cottage di famiglia, mi accoglie con cordialità. Rimango positivamente colpito dai suoi tentativi di parlare inglese. Considerando che è nato a metà anni '30 mi domando dove abbia avuto l'occasione di imparare questa lingua praticamente bandita dal blocco orientale.

Incuriosito domando, cautamente, ulteriori informazioni. I suoi occhi azzurri sembrano risplendere di una nuova luce mentre risponde, in ceco, ai miei interrogativi. Scopro così che ha studiato in un college inglese per due anni, che era di famiglia benestante e che molti dei suoi averi, compresa la sua casa natale in Slovacchia, vennero confiscati sotto il comunismo.

Il suo racconto non tradisce alcuna animosità. Forse i sentimenti più forti sono mitigati dalla saggezza e dal distacco acquisiti in quarant'anni di regime. Mi racconta della Primavera di Praga, periodo di rinascita culturale e sociale della Repubblica, bloccato sul nascere dall'invasione dei carro armati sovietici. Mi parla dei giovani coinvolti nelle manifestazioni in Piazza Vaclav, di donne che invertivano le indicazioni stradali per rallentare l'avanzata dei tank, di amici, volti e suoni ormai appartenenti a un epoca passata.

La cena è consumata in un'atmosfera amichevole, tra discorsi in ceco, italiano, inglese e tedesco, e annaffiata con dell'ottimo Tokaj ungherese, patria originaria del nonno di Šárka. Quello che mi pervade è un sentimento di pace nei confronti del mondo: una tavola imbandita, del buon vino, e il desiderio di ascoltare chi si ha di fronte fanno dimenticare ogni differenza di età, cultura e lingua. In questo momento le aberrazioni nazionalistiche che per secoli hanno tenuto in scacco l'Europa sembrano semplicemente irreali. Se tutti gli abitanti del globo potessero assaporare istanti simili, la parola Guerra verrebbe definitivamente cancellata dal vocabolario.

Parto il giorno seguente dall'aereoporto di Ruzyne, con in cuore l'infelicità tipica di chi sa che, per lungo tempo, non potrà rivedere le persone con cui si è trovato tanto in armonia, e gli splendidi luoghi che hanno fatto da cornice ai suoi vagabondaggi.


Molto tempo è passato dalla mia ultima visita in Repubblica Ceca. I contatti con gli amici del posto si sono lentamente affievoliti, fino quasi a scomparire. Molte delle case in cui hanno vissuto sono passate di proprietà, sono state ristrutturate oppure demolite. Le persone con cui ho condiviso la mia giovinezza sono invecchiate, magari hanno cambiato paese, sono sposate, divorziate, forse scomparse. A loro, ai loro volti e alle loro storie è dedicato questo racconto.

Didascalie delle foto in ordine di apparizione nel racconto:

[Nota del webmaster]

- La cittadella di Ceský Krumlov in una pungente mattina invernale che già porta con se la promessa di una nuova primavera.

- Vista sul centro storico di Praga.

- Il paese di Kutná Hora, Boemia Centrale. In evidenza la chiesa di San Giacomo con il suo campanile alto 83 m.

- Fotomontaggio ispirato dalla vista della Vltava e di Praga dal castello di Vyšehrad.

- La torre del castello di Ceský Krumlov, cittadina medioevale della Boemia del Sud.

- Vista della cittadella di Ceský Krumlov, immersa nella foschia invernale. La collina da cui la foto è scattata dista un'ora di cammino dal paese.

- Le fondamenta del ponte di Carlo (Karluv Most) a Praga. La foto, non particolarmente artistica, acquista valore se si considera che è scattata dall'unico punto in cui è possibile toccare l'esterno dei piloni del ponte. L'accesso a tale area avviene attraversando i saloni di un ristorante ed è generalmente poco noto ai turisti.

- La vista dalla torre panoramica del parco di Petrin.

- La Vltava e il ponte di Carlo a Praga.

- Il monastero di Sázava, piccolo paese sulle sponde dell'omonimo fiume.

Curata da:
Luoghi visitati:
Fabio Mauri
Quando:
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