Patagonia - Tierra del Fuego

Patagonia 2000 - Tierra del Fuego. 3500 Km in bici in solitaria verso la fine del mondo.

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Clicca per la mappa a grande scalaPatagonia e capodanno 2000! non voglio perdermi l'occasione per festeggiare l'ingresso nel nuovo millennio in modo speciale. 500 anni dopo Magellano, parto alla volta della terra più australe del pianeta. Sull'aereo che mi porta da Buenos Aires a Esquel c'è il solito clima che anticipa i grandi viaggi. Cartine e guide nuove si agitano ovunque, mischiandosi ai giornali d'affari di chi viaggia per lavoro. E' un continuo "donde vas usted ?" "where are you going ?" e, come al solito, quando rispondo è uno spettacolo l'espressione sbalordita del mio interlocutore. Ho preparato tutto con estrema cura e le ore che mi separano da Villarica (Cile) sono trascorse su un bus a pensare a come riorganizzare i materiali all'arrivo. Forse cerco solo di allentare l'ansia che mi pervade sempre all'inizio di una grande avventura. Questo è il momento in cui mi devo separare dal mondo lasciato a casa e concentrarmi sul presente, la mia nuova realtà. A darmi il benvenuto é la regione dei grandi laghi, circa 700 km divisi tra Cile e Argentina. Al passo Tromen valico per la prima volta la cordigliera Patagonica, che da nord a sud divide i due stati e lungo la quale si svilupperà il mio viaggio. Pedalo in una regione cosparsa da immensi specchi d'acqua, selvagge foreste e boschi di araucarie ai piedi di maestosi vulcani ricoperti di neve. Non c'è ambiente migliore per collaudare materiali e gambe. L'unico problema, sulla pista "de los sietes lagos", è la polvere terribile sollevata dai mezzi che la percorrono. Costretto a pedalare per giorni con la bandana sulla bocca, in quella che si definisce la Svizzera del sud America, raggiungo Puerto Montt sulla costa cilena seguendo la strada n°231 e costeggiando altri laghi da favola come il Llanquihue. L'atmosfera che respiro è di altri tempi. Nella nebbia, tra le tipiche case di legno colorate affacciate sulla baia di Roncalvì, segno della massiccia colonizzazione tedesca, trovo da dormire in una tipica "hospedaje". So che presto queste comodità saranno solo un ricordo. Con uno dei percorsi più suggestivi di tutte le Ande, il "Cruce de los lagos", arrivo a San Carlos de Bariloche. Un'angusta via terrestre e lacustre incorniciata da alte montagne, vulcani e da una coloratissima vegetazione. Lasciata l'ultima frontiera del turismo locale sotto una nevicata di fine inverno, mi inoltro nella natura più selvaggia del Parco Naturale Los Alerces. Ora si comincia a fare sul serio!
Il fondo della pista è di sabbia e ghiaia, su cui pedalare è veramente frustrante, ma ricco di energie riesco a mantenere buone medie giornaliere. Una sera, ormai troppo stanco per montare la tenda, mi accampo all'interno di un capanno usato probabilmente dai gauchos nei loro spostamenti. Cholila è un minuscolo villaggio perso tra immense distese battute dal vento e al suo ingresso mi capita di imbattermi in un ranch costruito con tronchi sovrapposti. L'impressione di essere catapultati in pieno far west è forte. Tipica dell'America del nord, questa costruzione è stata il rifugio dei due banditi più braccati degli Stati Uniti all'inizio del secolo: Buch Cassidy e Sundance Kid. Affronto 170 km di pietre e salite durissime tra foreste incantevoli in piena montagna. Ora capisco lo stupore di una guida locale quando mi disse che sono veramente pochi i ciclisti a percorrere tutta la pista con 35 kg. di bagagli. Sono felice, e galvanizzato da questo primo successo e affronto la strada sterrata verso il passo Futaleufu.

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CARRETTERA AUSTRAL

"Deserto verde". Così Charles Darwin definì la regione quando nel 1831 la esplorò per la prima volta. Oggi è attraversata da nord a sud dalla mitica Carettera Austral, un lungo corridoio sterrato di 650 km compreso tra la città di Hornopiren e le sponde del lago O'Higgins. Questa è l'unica via per raggiungere il sud cileno dall'interno e attraversa una zona pressochè disabitata. I lavori iniziarono nel 1976 per volere dell'ex dittatore Pinochet. Oggi è possibile raggiungere solo Porto Yungay da dove i lavori proseguono in mezzo alla foresta verso Villa O'Higgins. Sono fortunato a incontrare alcune bellissime giornate di sole, che unite alla strada non estremamente accidentata, mi regalano immagini mozzafiato. Ma è proprio quando piove e c'è nebbia che il fascino aumenta. Una natura integra mi avvolge, zone in gran parte inesplorate, ricoperte dal manto verde di rigogliose foreste subantartiche. Porto Puyuapi, sul fiordo Seno Ventisquero, è uno dei due piccolissimi villaggi incontrati in cinque giorni di marcia. Le sue poche costruzioni umide in stile mitteleuropeo mi accolgono sotto un diluvio.
L'atmosfera è veramente suggestiva; montata la tenda accanto a un vecchio deposito del piccolo porto mi concedo due passi "in centro". La quiete e la serenità fanno sembrare i miei passi anche troppo veloci. Per le strade piene di fango vedo solo gruppi di cani felici della loro libertà e un signore sulla sessantina con abbigliamento da ciclista. E' Richard, australiano di 65 anni, da un anno in viaggio, prima in Europa, ora in Sud America. In queste condizioni la simpatia è immediata. L'impressione è che il mondo sia molto più piccolo. Incontrandosi, ognuno con le proprie origini e la propria strada percorsa, avviene una sorta di assimilazione del cammino dell'altro. Infondo non importa da dove veniamo nè dove stiamo andando. Siamo due liberi cittadini del mondo! Riprendo la strada tra torrenti impetuosi e picchi scoscesi dai quali le acque dei ghiacciai si gettano nell'Oceano Pacifico. Il lago Buenos Aires, il secondo lago del Sud America dopo il Titicaca in Bolivia è separato a metà dal confine con l'Argentina.
Sulla cartina avevo già notato la sua grandezza, ma non potevo immaginare il fascino di questo specchio d'acqua che mi appare all'improvviso da un'altura con i suoi riflessi verdi, blu e bianchi da oasi tropicale. Finalmente esco dalla morsa della vegetazione umida e a volte opprimente che cede il posto a spazi sempre più ampi e aspri.

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RUTA 40

Uno scossone mi sveglia di soprassalto nella tenda. Mi sollevo a sedere ancora chiuso nel mio sacco a pelo e per qualche secondo non ricordo dove sono, dove ho allestito il campo la sera prima quando, ormai buio, mi sono fermato. La luce azzurra surreale che penetra dal telo mi avvolge e mi separa dalla realtà. Vedo la tenda sopra di me agitarsi in modo drammatico scossa da un vento incredibile. Mi ricordo che per la stanchezza non ho affrancato i tiranti di sicurezza e corro il rischio di vedere volare via tutto. Uscendo, ancora assonnato, vengo quasi sbattuto a terra, ma riesco a legare i tiranti a grosse pietre come un marinaio in balia di una tempesta. Eppure Capo Horn e l'oceano distano ancora molto. La bici appoggiata dritta a un masso priva del suo carico è stata sbattuta sulla tenda causando una lacerazione per fortuna facilmente riparabile. Mi circonda un cielo minaccioso, denso di nuvole che rotolano sbattute prepotentemente dal vento. Anche i contorni lontani dell'orizzonte, così statici nella loro immensità e monotonia, sembrano agitarsi e prendere vita. Al riparo mi calmo. Sono le quattro del mattino del quinto giorno di traversata della RUTA 40, una pista durissima che porta a CALAFATE, circa 700 km a sud. Lasciato il paese di Perito Moreno, ci sono solo due punti di rifornimento: uno è Bajo Caracoles, minuscolo villaggio di 101 abitanti, dove l'arrivo di un turista è un avvenimento. Di solito la sveglia è all'alba, il che mi permette di percorrere una buona distanza con vento debole, prima che nel pomeriggio si faccia troppo impetuoso.
La Patagonia è una terra così dinamica, viva e imprevedibile che per commentare il terribile clima le popolazioni locali sono soliti ripetere "esta es la Patagonia...!". Impossibile pedalare in queste condizioni. Costretto nella tenda, la mia ansia maggiore è per i quattro litri d'acqua che mi restano, perchè, dalle relazioni di un ciclista australiano, per i prossimi giorni il rifornimento sarà difficoltoso. L'obbiettivo è raggiungere una estancia verso la fine della pista, a centonovanta chilometri, entro tre giorni. L'unico modo che ho per razionarla al meglio è bere l'acqua usata per cuocere la pasta ed evitarne l'uso per l'igiene personale. Mi trovo a centinaia di chilometri dal più vicino centro abitato su una pista sterrata a pedalare per otto ore al giorno lungo rettilinei infiniti, spesso rallentato a non più di 10-12km/h dalle condizioni del terreno o dal vento. Intorno, desolate steppe dove la fauna locale, come guanachi (una specie di lama), struzzi e aquile sono gli unici esseri a interrompere l'immobilità di questi spazi e quietare il senso di solitudine che, nei momenti difficili, trova maggiore vigore. Il giorno seguente decido di partire lo stesso, il vento si è attenuato di poco, ma l'ansia provocata dalla totale inattività diviene insopportabile e il senso di impotenza generato dalla rassegnazione è inaccettabile. Una buona colazione a base di panettone e "dulce de leche" mi da le energie necessarie e in poco tempo mi ritrovo in sella. La temperatura é intorno ai 5C°, ma la sensazione termica causata dal vento è molto più bassa; mi si gelano le mani, ma sono felice e carico, ho di nuovo accettato la sfida, sono di nuovo in strada e questo mi spinge avanti con forza. Il senso di libertà che provo è indescrivibile, quando si accettano incondizionatamente la natura e si decide di non combatterla, ma di viverla come parte di essa, superando le tentazioni alla rinuncia, i confini del possibile e del sopportabile svaniscono.

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VIVERE NEL VENTO

Il vento forte e contrario ulula incessantemente nelle orecchie, non sento neanche lo scorrere delle ruote sulle pietre, la guida si fà sempre più impegnativa a causa dei sassi e delle raffiche che, a tratti, mi costringono a correzioni acrobatiche per restare in piedi. Il senso di frustrazione è grande, mi sforzo di non guardare ogni cinque minuti il contachilometri che non avanza. La strada è dritta, interminabile e sfida i miei nervi schiaffeggiati dal vento. Sono costretto a pedalare anche in discesa e a spingere per lunghi tratti. La concentrazione è massima, la mente affilata come un rasoio, e cerco di non reagire alla sfida del nervosismo, l'istinto mi chiede perchè sono qui e mi dice di fermarmi, ma a fare cosa ? Non è vero che la forza per portare a termine certe cose risiede nel non provare paura o ansia, ma nel saperla dominare. Perdo per un attimo il contatto con l'ambiente che mi circonda e mi ritiro in me stesso trascinato dal disordine, poi reagisco, mi adeguo al ritmo della natura e del vento fino ad essere un tutt'uno con essi. Ora non c'è più contrasto, mi sento sereno, ho tempo per cantare (non riesco a sentirmi per fortuna !) e per apprezzare questi panorami eccezionali.

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NON SOLO DESERTO

40 km a ovest di Tres Lagos inizia la pista che costeggia il lago Viedma e 80 disagevoli chilometri e due giorni di vento contrario mi portano al cospetto di due delle più belle e famose cime del pianeta: il Cerro Torre e il Fiz Roy, chiamato dagli indios "Chalten"( la vetta blu). Ai loro piedi c'è Chalten, un piccolo paesino in cui la gente vive in una sorta di "non luogo" sconvolto costantemente dal vento. Qui mi concedo tre giorni di trekking fino ai campi base, dove sono state scritte alcune delle più suggestive e tragiche pagine dell'alpinismo mondiale. Sono nel parco Naturale los Glaciares, inserito nel 1981 nel Patrimonio Mondiale per le sue spettacolari caratteristiche naturali. Abbracciando anche la zona intorno al lago Argentino include una grande fetta del famoso Hielo Continental Sur, immenso ghiacciaio che si estende per 440 km, largo tra i 50 e i 90 km. Da una delle sue lingue terminali nasce il Perito Moreno, unico ghiacciaio al mondo in fase di espansione, che termina nel lago Argentino fino quasi ad ostruirne un braccio. E' impressionante il senso di impotenza che si prova a poche decine di metri dal suo fronte, alto fino a 70 metri e dal quale si staccano enormi blocchi di ghiaccio con assordanti boati.
Da Calafate tento di inoltrarmi lungo una pista secondaria che, dai pressi del Perito Moreno, mi porterebbe dritto verso il parco naturale Torres del Paine in Cile a sud. La sua esistenza è pressochè sconosciuta e non risulta su tutte le carte, essendone vietato l'accesso per motivi militari. Decido di tentare dopo che due trekkers americani mi hanno assicurato di non aver visto tracce di controlli. Pochi chilometri dopo mi raggiunge un veicolo fuoristrada della "policia" e subito mi viene intimato di seguire i due occupanti al comando a Calafate caricando me e la bici sul mezzo. Ne nasce subito una discussione che riesco a risolvere spacciandomi per un giornalista in missione. I due confabulano alcuni istanti tra loro, poi mi lasciano con l'invito di rientrare. A questo punto preferisco non rischiare e affrontare i quattro giorni per aggirare la Meseta Vizcacnas sul prolungamento della Ruta 40. Assolutamente affascinante è questo continuo passaggio dalle montagne al desolato deserto, dal ghiaccio alla sabbia. Mi inerpico verso il Passo Cancha Carrera, per entrare in Cile, su una strada dal fondo abbastanza agevole, ma il vento contrario mi costringe a percorrere gli ultimi sette chilometri in un'ora. Il parco, situato tra la steppa patagonica e le pendici orientali della cordigliera, è un incredibile alternarsi di lagune verdi smeraldo, fiumi impetuosi e cascate con pinnacoli di roccia alti più di 3000 metri. L'impressione è quella di pedalare in una favola, dove la natura è al suo stato primordiale, con ghiacciai color cobalto e una vegetazione rigogliosa. Sorprendente è la fauna che, in questo habitat, riesce a sopravvivere in condizioni ideali: guanacos, volpi, fenicotteri rendono vive le ampie e verdi praterie. Ormai il clima va cambiando, scendendo di latitudine, e mi obbliga ad un abbigliamento sempre più pesante. Sempre più spesso la pioggia mi tiene compagnia durante il giorno e faccio fatica a fare asciugare la tenda, unico rifugio umido dove cucinarmi un pasto caldo e gioire di libertà.

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LA FIN DEL MUNDO

E' trascorso più di un mese dal giorno in cui le prime pedalate incerte mi hanno portato dentro quest'avventura. Ora mi ritrovo di fronte allo stretto di Magellano e in poche ore sbarcherò sulla Tierra del Fuego. Mi commuovo a vedere dal "barco" quella terra avvolta nel fascino di un passato di mistero, avventura, leggenda. Il mio luogo lontano per eccellenza, l'ultima frontiera dell'esotico. Capisco che fino ad ora ho pedalato per questo: per essere su questa terra lontana, silenziosa, sola, incastonata all'estremità meridionale del continente Americano, alle porte dell'Antartide.
Seguo la pista Y 71 che, dal minuscolo porto di Porvenir, raggiunge la Baia di San Sebastian in 250 km tagliando verso est il nord del'isola. Le difficoltà sono sempre le stesse, ma per me è un nuovo inizio, sono ricco di nuove energie e nuove emozioni. Sono alla "fine del mondo". Giorni di pioggia rendono il terreno umido e pantanoso lungo steppe di erbacee varie chiamate "coiron". Avvicinandomi all'oceano Atlantico, il vento all'improvviso inverte la direzione e comincia a soffiare da est: significa che purtroppo è di nuovo frontale !

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IL SIGNORE DEL SILENZIO

Oggi ho pedalato per 110 km controvento. Sono stremato e comincia a piovere. Una ruota di carro e una freccia di legno indicano la presenza di una estancia e in pochi chilometri sono alla porta. Chiedo acqua e un luogo dove potermi accampare ad un uomo alto e giovane, ma con i tratti del viso estremamente consumati. Si chiama Juan Vargas ed è un gaucho. L'estancia, unica abitazione nel raggio di 200 km., si affaccia sull'oceano con alle spalle infinite colline dorate spazzate dal vento su cui corrono liberi alcuni cavalli. "De donde llegas ? venis con migo.. !" e con i larghi pantaloni da campo (bombacha) si volta e mi invita a seguirlo. I gauchos sono il simbolo della Patagonia, personaggi attorno ai quali mito, storia e leggenda s'intrecciano. Cavalieri liberi e selvaggi sono presenti dal sedicesimo secolo, quando gli spagnoli introdussero i cavalli e pecore. Oggi lavorano nelle estancias come "peon" e prestano servizio ai latifondisti. Juan mi offre un letto nella sua umile dimora, mi accende la stufa mi sorride e torna ai suoi cavalli. Per cena mi cucina il tipico cordero asado (agnello) accompagnato dal pane che egli stesso produce. Fuori soffia il vento e la tenue luce di una lampadina crea ombre magiche sul tavolo. Alle mie domande le risposte sono sempre secche e concise, intervallate da lunghi minuti di silenzio interrotti solo dal rumore coltello sul piatto. Vive solo, una volta al mese raggiunge un piccolo villaggio, a un centinaio di chilometri, per fare festa dopo infinite giornate trascorse a radunare pecore. Come vuole la tradizione ha un'aria ombrosa e taciturna. Cerco di rispettare la sua natura e i suoi ritmi pesando le parole e lasciandomi assorbire dal silenzio. Capisce che non sono e non voglio essere il "turista per caso" anche se nei suoi occhi brilla l'incomprensione per un viaggio in un luogo inospitale come la sua terra e per di più in bicicletta. La mia esperienza eccezionale è il suo quotidiano malinconico da sempre. All'alba Juan è già uscito per raggiungere in alcuni giorni le sue pecore ai pascoli invernali lasciandomi pane e marmellata di "rudivarvo" per il viaggio. Riprendo a pedalare e grazie a Juan il sole, oggi, è più caldo e il cielo più blu.

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NATURA INCONTAMINATA

A Rio Grande lascio la "ruta 3" per seguire una pista indicatami da un mandriano verso l'interno più selvaggio. A questa latitudine la steppa, dolcemente ondulata e priva di alberi, cede il posto a grandi catene montuose coperte da ghiacciai e nevi perenni. Inizialmente la strada, nonostante le salite, non mi crea problemi e decido di continuare in un ambiente straordinariamente bello.
Questa è una zona sconfinata, impervia senza traccia dell'intervento umano, dove impressionanti pareti di roccia e cascate spettacolari mi suscitano emozioni intense e primitive. Pedalo tra fiori dalle forme strane, alberi dai tronchi contorti e soprattutto nel silenzio ovattato dei boschi ricchi di felci e muschi. Purtroppo il secondo giorno la pioggia rende la strada impraticabile, devo spingere con il fango alle caviglie in una nebbia spettrale. A volte provo sgomento per questa solitudine selvaggia, ma contemporaneamente una coscienza di incredibile serenità ed energia, che s'accresce e mi pervade l'intimo, si fa spazio nel mio cuore; questo è il vero volto di tanta durezza, silenzio e purezza. Finalmente, dopo due giorni, stanco, ritrovo la pista principale nei pressi del Lago Yehuin e in pochi chilometri sono sulla strada per Ushuaia. Gli ultimi giorni li percorro in compagnia di un ciclista svizzero, Christian, con il quale affronto fatiche e "nevicate". Domani arriverò a Ushuaia, la città più australe del mondo, meta del mio sogno e fine geografico del mio viaggio. Sarò di fronte al canale di Beagle e al temutissimo Capo Horn, come i grandi esploratori, ma non riesco a vivere questo momento come lo scopo, il fine del mio viaggio.Il viaggio stesso è stato lo scopo, con tutte le emozioni, le esperienze mie e delle persone conosciute. Ora penso al viso dei bambini che mi rincorrevano per farsi fotografare, alla forza e ai valori della gente che vive questa terra così disagiata, ma infinitamente libera. Non ho viaggiato per arrivare, ma per viaggiare.

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Informazioni e consigli

DURATA :
60 gg e 3332 km.

PESO:
45 chilogrammi più 5 litri di scorte di acqua

DIFFICOLTA':
Sollecitazioni meccaniche, distanze tra i centri, notevoli variazioni climatiche, venti fortissimi sugli altipiani, notevole escursione termica tra giorno e notte.

ANIMALI :
Guanachi, nandù, volpi colorate (zorro colorato, puma patagonico(felis concolor) poco più grande di un gatto, pinguini a Punta Arenas

GLI ITALIANI IN PATAGONIA
Ovunque andrete, sarete coccolati quasi come figli, dal momento che quasi tutti discendono da emigranti italiani. Alcuni vi pregheranno di portare i saluti a parenti lontani o una lettera di preghiera per S. Pietro. Troverete affetto e calore sincero.

QUANDO
Il periodo migliore per pedalare è tra novembre e marzo, durante l'estate australe. Questi sono i mesi più caldi, ma il vento costante da nord ovest aumenta di intensità spostandosi verso sud e sugli altopiani desertici l'escursione termica si fà altissima, con giornate infuocate e notti gelide. A nord le temperature vanno da un minimo di 15° a un massimo di 30°; a sud massima 17° minima 0°

COME
Si può raggiungere Buenos Aires in Argentina o Santiago in Cile e successivamente volare con linee interne verso la località scelta per l'inizio della pedalata. Tra le compagnie: Alitalia, Iberia, KLM, Air France, oltre ovviamente Aerolinas Argentina e Lan Chile che propongono biglietti per più tratte interne a prezzi vantaggiosi.
Costo da Lit. 1.500.000 a 2.200.000 in base al periodo e alle condizioni.

DORMIRE
In tutti i centri, anche i più piccoli è facile trovare un tetto per dormire. Se non si hanno grosse pretese consigliabili sono le tipiche "Hospedaje", camere in affitto presso famiglie locali che permettono di usufruire di tutti i servizi, cucina compresa, (ottimo modo per entrare a contatto con la gente del posto). Nelle zone più disabitate l'ospitalità presso le "estancias" (fattorie) non è mai negata, infine una buona tenda è indispensabile per coprire le lunghe distanze tra i centri abitati. Economico il Cile, cara l'Argentina.

ACQUA E CIBO
Quasi ovunque è potabile, fare attenzione alla vicinanza di animali. Nel dubbio utilizzare pastiglie potabilizzatrici (katadyn). Non c'è difficoltà a trovare pasta nei centri più grossi, mentre la frutta e la verdura non sono invitanti nei villaggi più piccoli. Assolutamente da avere sempre nella borsa il "dulce de leche"; una crema di latte e zucchero cotti, estremamente energetico e reperibile ovunque. La specialità è la carne di agnello o vitello arrostita alla brace (asado)o alla griglia (parrilla).

CARTOGRAFIA
Tra le guide utilissima la famosa Lonely Planet da portare al seguito, mentre sono da leggere : "PATAGONIA E TERRA DEL FUOCO", di (A.V.Anania-A. Carri), e la guida di D. Nucera & G Nicoletti. In Italia sono poche le cartine dettagliate, ma sono sufficienti ed è possibile reperirle presso: IL GIRAMONDO, via Carena 3 (Pz. Statuto) Torino tel. 011-472815 ; LIBRERIA DELLA MONTAGNA via Sacchi, Torino tel. 011-5620024; LIBRERIA DEL VIAGGIATORE, Via del Pellegrino 78, Roma tel. 06-68541048. Ottima la carta n° 44 della serie AUTOMAPA

MATERIALI E RINGRAZIAMENTI
BICICLETTA : rigida in alluminio, cambio xtr e ruote semislick fornita da DREAM TEAM ski & bike service ASTI. (V. Morando , tel. 0141-217081)
La ditta FERRINO (S : Mauro torinese , tel. 011- 2230711) mi ha fornito le BORSE posteriori, anteriori e da manubrio impermeabili e antistrappo della "ORTLIEB"; la tenda (mod Blizzard) ottima conto il vento; il sacco letto mod. Down micro HL, ideale per il cicloturismo in luoghi freddi (800gr. e resistente a -10°). Per proteggere i miei occhi da vento e sole mio sono servito degli occhiali della ditta ARS optical (Vergiate VA). Materiale fotografico consigliato e fornito da Asti Color laboratorio fotografico.

ABBIGLIAMENTO
Il clima assume molteplici caratteristiche in relazione all'altezza, la latitudine ed ai venti.
Sono necessari sia abbigliamento leggero sia pesante. A nord si può pedalare in maniche corte, a sud servono capi tecnici in gore-tex leggeri, protettivi e traspiranti. Indispensabile una giacca a vento. Utili i copriguanti impermeabili.

CONSIGLI
Controllate che le strutture portaborse non presentino saldature deboli, se è il caso rinforzatele. Siate autosufficienti meccanicamente e portatevi due copertoni di scorta (le pietre della ruta 40 sono particolarmente taglienti).
Armatevi di un buon cavalletto se fate autoscatti (vento).
Organizzatevi con le scorte d'acqua per 3-4 giorni (8 lit.).
Necessaria una tenda robusta contro il vento. Utilissimo il filtro polarizzatore.


Sito correlato:
Autore: 
Daniele Robino

Vagabondo0

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Iscritto: 10/2/2012

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Data del viaggio: 
01/02/2005