Ci facciamo un giro a New York?

Times Square, 14  giugno 2015… in realtà non è proprio Times Square, ma non siamo poi così distanti. Siamo a cena, al riparo dalla pioggia che ha appena preso a scrosciare abbondantemente. Prima o poi dovremo uscire di qui, ma speriamo che i cieli di New York siano clementi e ci concedano una tregua. L’Ivana è appena tornata tra noi, dopo la sua digressione a Washington. Siamo di nuovo tutti insieme, anche se questa è l’ultima serata in cui lo saremo.  Quando viaggi, stai vivendo come in ogni giorno della tua vita, anche se fuori da una normale routine…e siccome stai vivendo, i tuoi compagni di viaggio sono una parte importante della tua esperienza.

Sembra sia passata una vita da quando ci siamo incontrati per la prima volta in aeroporto, tutti col sorriso in faccia perché ormai c’eravamo! In realtà non è neppure una settimana, ma abbiamo visto e fatto così tante cose che sembra passata una vita.

La prima cosa che abbiamo fatto è stata andar via da Manhattan! Penso che Laura, Lucia, Antonio, Michele, Stefano e Ivana quando lo rivedranno nella scena di qualche film, ora  lo riconosceranno e si ricorderanno dell’arancionissimo Staten Island Ferry.  Stiamo via poco, giusto il tempo di passare davanti alla Statua della Libertà, farle qualche trilione di foto, arrivare a Staten Island e riprendere lo stesso traghetto per tornare indietro.

E’ bastato un giro in metropolitana per cambiare completamente scenario: next stop Chinatown. Qui ci sono un sacco di negozi di paccottiglia ed architetture  orientaleggianti. L’obiettivo è arrivare a Little Italy, che è un gioiellino decorato, che pullula delle scritte in italiano dei ristoranti e di lucine. Chiudiamo il giro nel  vicolo di Cortland Alley. Ci sono due palazzi altissimi in mattoni rossi con un sacco di scale antincendio nere. Gli abbiam dato un occhio perché pare che ci abbiamo girato un sacco di film sulla malavita e vi dirò che in effetti mi è sembrato molto famigliare.

Il giorno dopo abbiamo voluto inaugurare il nostro primo giorno da Yankees, provando una grossa grassa colazione americana a base di Pancakes. In Italia quando ti spacciano qualcosa per pancake di norma è grande un terzo rispetto a quello che ti portano in America, sia per il diametro che per l’altezza. Un piatto di pancakes americano è una torre abbondante guarnita di  frutta gigante e panna montata (gigante anche lei!). La cosa buffa  è che sul menù ‘sti fetenti riportano anche le calorie di queste bombe! I miei French toast…ben 700 e passa!

Per smaltire cosa c’è di meglio di una bella passeggiata a Central Park? Nella bella stagione il parco è fenomenale, non solo perché è grandissimo, ma anche per il suo colore e per la miscellanea della gente  che lo frequenta. Con la storia che John Lennon è stato ucciso qua, c’è Yoko Ono ovunque. E’ lei la voce delle audioguide che si trovano qua e là per il parco.

Mi  piace molto la statua di Alice nel paese delle  meraviglie, credo perché adoravo il cartone della Disney. Prendiamo spunto dai personaggi.  All’ora di pranzo stendiamo la tovaglia di nonna Papera sull’erba e facciamo un bel pic – nik all’ombra degli alberi. Che bello camminare a piedi nudi sull’erba di Central Park!

Il pomeriggio viene  dedicato alla cultura, tra Metropolitan e museo di Storia Naturale. Io vado a cercare i biglietti per il baseball, ma scopro che allo stadio costano meno. Io, Laura e Ivana siamo troppo gasate e prendiamo la metro per andare nel Queens al Citifield: e ti pareva se anche lo stadio, come ogni cosa qua, non è megagalattico!!! Salutato il tenerissimo bigliettaio Kenneth, cominciamo ad aggirarci nello stadio. La partita è già cominciata. Ovviamente in tre non capiamo niente di quello che sta succedendo in campo e quindi cominciamo a prendere in giro le foto dei  giocatori che passano sul maxi schermo. La partita è accompagnata da jingle, lanci di magliette e riprese a quelli che si baciano nel pubblico. C’è anche un tipo che si guarda la partita per tutto il tempo travestito da aragosta.

LA fae comincia a farsi sentire, così abbiamo la scusa per provare  l’emozione di mangiare un vero hot dog americano super imbottito guardando uno sport!

Torniamo a Manhattan sazie e divertite, senza sapere chi ha vinto. Di nuovo tutti insieme, decidiamo di chiudere in bellezza bevendo un cosmopolitan in cima a  un roof - top bar. La genete che è qua è tutta vestita bene, io sono in ciabatte, ma a nessuno sembra importare e questo mi piace. Dalla terrazza sembra di toccare la punta dell’Empire State con un dito. Stasera è giallo: giallo non l’avevo mai visto.

Venerdì mattina abbiamo i biglietti prenotati per salire sul One World Trade Center: saremo i primi vagabondi a salire, perché hanno aperto le terrazze  giusto un paio di settimane fa. Sono proprio curiosa di vedere il panorama da qui, perché io non sono mai salita sulle due torri. L’ascensore schizza su  a più non posso. Sulle pareti proiettano delle immagini di Manhattan che fan sembrare l’ascensore trasparente. All’uscita cominciano a proiettare un filmato. In realtà penso che non interessi a nessuno perché non vediamo l’ora di guardare fuori. Ma la cosa sorprendente è che alla fine della proiezione,  la parete si apre rivelando il panorama. In realtà rimango un po’ delusa, forse per la nebbia, o forse perché da qua vedi più  New Jersey che Manhattan e… Uff! Non è proprio uguale.  Non importa: qui si sale perché ci sono voluti più di 10 anni per rifare tutto, per quello che purtroppo è successo l’11 settembre, perché è giusto ricominciare. Siamo in un luogo che ha fatto e farà parte della storia dell’umanità, per quanto in negativo.

Una volta tornati giù, facciamo un giro al memoriale dell’11 settembre, dove ci sono due vasche profonde nel luogo in cui sorgevano le due torri. Sui bordi sono incisi i nomi delle persone che sono morte. Qualcuno ha lasciato una rosa bianca…sembra una lacrima, in mezzo a tutti quei nomi. Nel pomeriggio ci sparpagliamo un po’ per ritrovarci al Moma che di venerdì è gratis: naturalmente questo fa sì che ci sia una fila lunghissima, ma che in realtà va velocissima. Si fa più fatica a capire dove finisce che non a farla tutta. Mentre gli altri vanno al museo, io vado a prenotare i biglietti per salire sul Top of the rock, la terrazza panoramica che c’è in Rockfeller Center. Saliamo solo io, Ivana, Michele e Laura. Gli altri rimandano a un’altra sera. Il cielo è limpido e la visuale è perfetta. Dalla cima di vede tutto Central park in un colpo d’occhio. Sulla terrazza più alta la gente si ammassa per far foto all’Empire State, che stasera è banalmente bianco, ma sempre bellissimo. L’ Ivana ha un colpo di genio ed estrae il bastone dei  selfie per scavalcare le teste di quelli davanti e fare foto senza impedimenti. Naturalmente ci facciamo anche dei bellissimi selfie tutti assieme con l’Empire State. (Le prime quattro foto qui accanto sono state gentilmente prestate da Ivana). Vedere il panorama di notte comunque è tutta un’altra cosa!

Dopo questa gioia per gli occhi, torniamo dagli altri. L’Ivana ci saluta perché andrà a Washington con un’amica fino a domenica.

Sabato mattina molliamo Manhattan per Brooklyn e facciamo bene, perché c’è un sole stupendo! Ci aspetta  un’altra super –colazione con un cheesecake che probabilmente hanno messo sotto un raggio ingigantente  e poi andiamo a Brooklyn Heights. Ci sono dei getti d’acqua dove giocano i bambini… ne approfitto anche io perché fa proprio caldo. Non c’è una nuvola e Manhattant da qua è semplicemente splendida. IL Ponte di Brooklyn è un colosso. Passiamo sotto per andare a Dumbo a vedere il carosello degli inizi del ‘900. Prima di attraversare il Ponte facciamo benzina con una limonata fresca e cominciamo la traversata. E’ una bella marcia verso Manhattan che si fa sempre più grande. Ci lasciamo Brooklyn alle spalle ma per poco, perché dopo pranzo, prendiamo la metro e facciamo un lungo viaggio in metropolitana per arrivare a Coney Island. Qui lungo la spiaggia di Brighton Beach si estendono ben due  lunapark . Fino a qualche tempo fa era un’area lasciata al degrado: ora…non si direbbe proprio. C’è un gran via vai e l’atmosfera è tutto meno che degradata. La gente è qui per divertirsi e per riposarsi. C’è Nathans, il posto dove sono nati gli hot dog. Un tabellone scandisce il count down fino al 4 luglio, quando si terrà la gara a chi si mangia più hot dogs.

Michele e Stefano in particolare approfittano della spiaggia per recuperare un po’ di sonno (Michele si ela mattina si sveglia sempre  prestissimo e si fa mezza  Manhattan a piedi, sospetto lo faccia correndo…). Io, Lucia, Antonio e Laura invece facciamo una bella passeggiata sul lungo mare. L’oceano qui non ha un colore particolarmente splendido, ma per chi vive lontano dal mare, la presenza dell’acqua è sempre un pregio. Dopo la passeggiata ci rilassiamo tutti in spiaggia. Nel tornare alla metro passiamo in mezzo a un folto gruppo di persone che ballano sulla promenade. Impossibile pensare che questa fosse una zona di disagio e abbandono.

Domenica mattina andiamo ad Harlem ad assistere a una messa Gospel, che sarà un vero spettacolo. Ci accolgono con molta cordialità e con doti canore davvero pregevoli. Andiamo a mangiare in un buffet che serve soul food a peso e il nostro pranzo viene allietato da una coppia di musicisti del posto, che sono davvero in gamba. Non vorremmo più andar via!  Harlem ha un’essenza melodiosa: è diversa dal resto di Manhattan, sembra di stare da un’altra parte. Questo ci piace davvero un tanto. Facciamo un giro in un negozio enorme dove vendono solo palloncini (anche se –ini è una parola…piccola) e articoli per le feste. E’ un posto coloratissimo, con ogni genere di sciocchezza. Usciamo e vediamo una signora con un improbabile caschetto e zazzera blu che ci fa veramente sorridere.

Il pomeriggio sarà tutto per Times Square, ma prima di abbandonarci allo shopping sfrenato, facciamo un’ultima tappa culturale alla biblioteca di fronte a Bryant Park. E’ la biblioteca dell’Alba del giorno dopo. La famosa Bibbia di Guthenberg è in esposizione sotto una teca di vetro, in modo che a nessuno venga in mente di bruciarla per salvarsi dalle glaciazioni. La biblioteca è quieta ed elegante, ed è bello che sia aperta a tutti.

Times Square è il solito casino caotico compulsivo.  Ci separiamo ciascuno per fare il suo shopping. Io ovviamente faccio tappa da Hershey’s perché so che mi daranno dei cioccolatini da assaggiare. Mi lascio infatuare un po’ dall’odore persistente del cioccolato, però alla fine scappo e vado in un negozio di giocattoli a vedere la Barbie da collezione. Non le colleziono, ma mi piacciono tanto. Mi ricordano la mia infanzia e la mia casa delle Barbie con l’ascensore fucsia che si tirava su con una cordicella.

Eccoci all’ultima cena, quella dell’inizio di questo racconto. In questo locale  i giovani studenti di Broadway si pagano gli studi lavorando come camerieri e cantando sui tavoli. Mi dicono che c’è una serie tv basata su una storia del genere, ma io non la conosco. Stiamo aspettando che  l’ Ivana torni  con noi per sentire i suoi racconti su Washington. Oltre a raccontare Ivana, ci fa vedere anche un sacco di foto  (molte fatte sempre grazie all’ausilio del mitico bastone dei selfie) .

Ci arrendiamo alla pioggia che non smette.  Peccato che  nella fretta di corre re al riparo, mi dimentico di guardare verso l’Empire State che stanotte, mi dicono, era di tre colori: rosso, bianco e blu. Dovrò tornare, per rivederlo…e chi non vorrebbe tornare a New York? Boh...

 

 

 

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Ringrazio Ivana e il suo bastone per i Selfie per le foto che mi ha prestato :-)

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Cinzi@

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Data del viaggio: 
10/06/2015
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