Notte in un villaggio Masai: qui gli strani siamo noi

Notte in un villaggio Masai: qui gli strani siamo noi

Testo e foto di:
Domenico Farnese - Vagabondo Doc Nicuz

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Avete presente gli squillini con il cellulare?
Per qualche tempo, dopo il mio rientro dal viaggio in Tanzania, Baraka mi faceva gli “squillini”. Una telefonata internazionale era fuori discussione e non aveva uno smartphone, per cui se gli capitava di pensare a me, quello era il modo per farmelo sapere. Io, naturalmente, rispondevo.

Il mio incontro con i Masai
 

Tutto iniziò ad Arusha, nel nord della Tanzania. 
Ero ospite di Anna, un’amica che ha vissuto lì per qualche mese e in vista dell’ultimo fine settimana pre-partenza mi dice che ha noleggiato un fuoristrada e partiamo.
Lei, io e Rossana, una ragazza conosciuta lì. Ed eccoci qui, dopo un’ora di strada affrontiamo una salita che mi fa capire il perché del fuoristrada e raggiungiamo Monduli per andare a trovare Baraka. Anna aveva conosciuto Baraka ad Arusha, mentre lui faceva qualche lavoro saltuario e lui l’aveva invitata a fargli visita al villaggio. Il villaggio masai.
 

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Non è il villaggio masai ricostruito per i turisti che si incontra uscendo dal parco Ngorongoro, no.
Qui siamo noi i tipi strani!
Ci sono decine di uomini e donne che affollano il mercato, con le loro stoffe a quadri e le scarpe ricavate da vecchi pneumatici. Baraka ci accoglie e da quel momento diventa il nostro cicerone: ci racconta storie e tradizioni in un discreto inglese ed è molto felice di rispondere a tutte le nostre domande.
 

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Iniziamo ad esplorare il villaggio masai. Assistiamo alla macellazione di un capretto, poi ci invitano in una sorta di saletta dove condividiamo uno spuntino (a base di capretto, naturalmente). Baraka ci racconta che alcune vecchie abitudini stanno scomparendo, come quella di forarsi ed allargarsi i lobi delle orecchie, e lui tutto sommato pensa che non sia male: sono tradizioni che trova inutili. Anche se noto che le scarificazioni sotto gli zigomi sono ancora piuttosto diffuse invece. E lui come molti altri ha gli incisivi spezzati.

Baraka continua a parlare. Ci racconta che i ragazzi che raggiungono la pubertà partecipano ad un rito di iniziazione; si riconoscono perché girano decorati con vistose pitture bianche. Prima del rito di circoncisione, passano un mese nel bosco con alcuni anziani, a forgiare il fisico ed il carattere. Durante questo periodo mangiano soltanto carne, ci spiega, essendo l’unico modo affinchè il loro stomaco resista ad un potente beverone che prendono per sviluppare le difese immunitarie. 

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I Masai sono grandi conoscitori delle proprietà delle erbe. E i consigli non mancano: “vedi questa cura il raffreddore, questa ci aiuta a superare la malaria, quest’altra è per lo stomaco”.
I più coraggiosi da grandi saranno dei bravi guerrieri.

Nella divisione dei compiti, agli uomini spetta la difesa del villaggio e dei suoi abitanti. A volte capita che un leone prenda di mira un gregge, ed i guerrieri masai hanno sviluppato una tecnica per avere la meglio sul re della savana. In situazioni di estrema necessità, imparano anche un modo per affrontare un leone da soli: Baraka ci spiega che il guerriero ha una sola chance di colpire al momento giusto, o il leone o lui.

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Zuppa in una capanna masai 

Nel pomeriggio ci spostiamo nel villaggio dove vive Baraka. Qui davvero è impossibile dire in che epoca siamo. Il nostro fuoristrada bianco è in contrasto con le capanne di rami, fango e paglia. Sono tutti curiosissimi, siamo i primi bianchi che vengono in visita. I bambini sono particolarmente colpiti dalla nostra peluria sulle braccia, la accarezzano e ridono!

Le capanne di varie misure sono intervallate da recinti per le capre e rispetto al villaggio appena lasciato con il mercato, qui non c’è nessuna costruzione in muratura.
“La vedi quella collina in fondo? Lì c’è la sorgente dove prendiamo l’acqua”.

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Al calare del buio, ci invitano ad entrare nella capanna della madre di Baraka, è più grande delle altre. Dentro oltre a lei vivono le sorelle minori di Baraka.
C’è un fuoco acceso, senza un camino per cui l’aria è satura di fumo e siamo costretti a stare accovacciati in basso. Gli occhi mi bruciano, quando mi abituo riesco a seguire la scena: le sorelle più piccole sono in un angolo, le più grandi trafficano attorno al fuoco per preparare la cena. Dall’altro lato c’è un minuscolo recinto che ospita le capre più piccole. La madre osserva, ogni tanto ci parla; le ragazze intonano delle canzoni che proviamo a seguire maldestramente.
A parte delle patate non distinguo bene gli ingredienti usati per prepararci la cena, fatto sta che la zuppa che ci offrono è molto buona.

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La notte nel villaggio masai: cosa è successo?

CI eravamo portati una tenda, ma Baraka ci offre la sua capanna e ci convince che staremo molto più comodi.
Ha ragione: il rivestimento di fango che copre i rami che costituiscono la capanna la tiene fresca di giorno e calda di notte. Peccato solo che il letto di rami, non propriamente ortopedico, sia per una persona mentre noi siamo in tre, ma questo non ci impedisce di addormentarci.
Tutto bene quindi... finché non vengo svegliato da Anna e Rossana allarmate. 

C’è un animale nella tenda! L’hanno sentito sbattere contro il letto, non è molto grande ma… “Cosa può essere?", "Come ha fatto ad entrare visto che la porta è chiusa?”. Mezzo addormentato passo in rassegna la mia conoscenza di piccoli predatori della savana, ma non trovo nulla di convincente. Soprattutto, una rapida ispezione della capanna non rivela ospiti indesiderati. Le ragazze sono troppo allarmate per non prenderle sul serio. Aguzziamo i sensi, provo a rassicurarle e veglio su di loro… No, mi addormento nuovamente di sasso, e dopo qualche minuto mi seguono anche le mie compagne di letto masai. Speriamo che la bestia non sia così vigliacca da attaccarci di nuovo nel sonno.

L’alba arriva senza nuove aggressioni, quando usciamo dalla capanna chiediamo a Baraka: “Quale belva può averci fatto visita questa notte?”.
Baraka non ha dubbi: è il suo gatto domestico, che convinto di trovare lui è saltato sul letto e si è spaventato più di noi.

Un po’ delusi dalla mancata avventura da raccontare ai nipotini, rimandiamo la lezione sulla lotta al leone e ci uniamo a lui e Sanara ed i ragazzini per portare al pascolo le capre.

 

 

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Questa storia è stata scritta e vissuta dal Vagabondo Doc Nicuz
Nico vive a Milano. Il primo passo è l'Erasmus in Svezia. Poi esplora Italia, Europa, Nordamerica, Africa. Ha iniziato con l’Asia, e presto l'America Latina. Sa che non riuscirà mai a fermarsi. Nel frattempo si è laureato e tiene a bada più di 20 ingegneri (ho detto ingegneri!). La sua specialità è fare mille cose allo stesso tempo. In ordine sparso, teatro mangiare fotografia ballo degustare. Gli piace viaggiare, certo. Ma gli piacciono soprattutto i viaggiatori… e gli incontri improbabili.
Se volete scrivergli, qui trovate il suo profilo: https://www.vagabondo.net/it/viaggiatore/nicuz

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