Ural 2002, Alla ricerca di Rasputin.

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Rasputin? Chi era questo avventuriero? Questo contadino? Questo profeta? Questo diavolo? Questo benefattore?

Con queste domande e tanta curiosità mi sono immerso nella letteratura russa, di fine ‘800, inizio ‘900: praticamente la famiglia Romanov, l'ultimo zar Nicola, l'ultima pagina della storia dei Romanov, e dopo 300 anni di potere.... la fine. Colpa di Rasputin?

Sarebbe bello ripercorrere la storia in un viaggio dall'italia a Porovoskoe, il villaggio di Rasputin, a san Pietroburgo, dove lo trovarono morto in una notte gelida di gennaio.

Si parte, con Alessandro, Luciano e gli altri a bordo di tre piccole Yaris, l'avventura inizia.
Partiamo dall'italia, attraversiamo velocemente Austria, Slovacchia, Repubblica Ceca e verso sera ci fermiamo in un piccolo motel alle porte di Katowice, Polonia. La mattina dopo ci aspetta una bella tappa: Varsavia, attesa dell'amico bielorusso Alioscia, per raggiungere il confine polacco-bielorusso, per poi arrivare a Minostrk, la capitale della Bielorussia.
Tutto bene, le strade sono pulite e si va a velocità sostenuta; ma arrivati sul confine i polacchi ci trattengono quattro ore per adempimenti vari, i bielorussi un'altra ora, ma finalmente le nostre Yaris toccano la Bielorussia: siamo a Brest, è notte fonda, ci fermiamo a mangiare qualcosa in un piccolo locale dimenticato.
Fuori fa freddo, ripartiamo per Minostrk dove saremo ospiti nella casa di Andrei, arriviamo verso le 4 del mattino, stanchi ma contenti d'aver rispettato la tappa.

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La mattina dopo, si fa per dire, abbiamo dormito si e no un paio d'ore, andiamo tutti a visitare la città.
Una bella e pulita capitale, dove il socialismo reale si fa sentire e vedere, entriamo nel Gum, grande magazzino, camminiamo per il centro in cerca di qualche foto particolare, parcheggiamo le nostre macchine sotto la statua di Lenin che con sguardo severo ci fa capire che dobbiamo essere veloci.
Passiamo due giorni in allegria, ma le nostre menti sono già rivolte alla Russia, agli Urali, alla Siberia, a Rasputin...

Si parte: destinazione Mosca.
Le strade russe sono molto larghe e con poco traffico, in un'ora scarsa completiamo le solite e noiose pratiche del confine ed entriamo con emozione in Russia, i nostri visi esprimono felicità, ci si ferma in un bar per saggiare il cambio e per mangiare qualcosa, un piccolo boss ci offre sigarette, vodka e donne tutto a mercato nero; ai tempi di Breznev sarebbe stato inimmaginabile, i tempi cambiano.
È' sera quando vediamo il cartello Mosca, ci fermiamo per le foto di rito, fa freddo, il cielo è sereno, dobbiamo solo cercare la casa di Miscia, il papà di Andrei: un'impresa, infatti vive a 30 km dal centro, nell'ultima casa, nell'ultimo piano di un blocco stile socialismo reale, in un quartiere satellite vecchio stampo comunista.
L'appartamento è piccolo e trascurato, ma Miscia nonostante siano le 2 del mattino, ci accoglie con un sorriso, sistema i cartoni sul pavimento e noi ci adattiamo con qualche risata alla situazione.

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La mattina dopo tutti a Mosca, la piazza rossa, le riprese alle macchine, l'arbat, il vecchio centro commerciale, il gum, il Cremlino i ceceni... che arrivano e paralizzano la capitale occupando un teatro e minacciando d'uccidere 800 ostaggi.
Di questo noi veniamo sapere il tutto solo alla sera, guardando la televisione; brutte immagini che ci mettono tristezza e ci fanno penostrare alle miserie umane, alle lotte di potere, alla politica, alla religione, forse, pensiamo, se fossero tutti come noi amanti dell'avventura e del mondo non ci sarebbero tanti guai.
Ma sono le nostre utopie, i nostri sogni, i nostri momenti.

Adesso incominciano le tappe sempre a est, verso la Siberia.
imageIl tempo tiene, le strade sono pulite, la polizia ci ferma sempre, più che altro per curiosità e per osservare le vetture; visitiamo Vladimir, Nizninovygorod, dove ci fermiamo due notti.

Il giorno dopo intervistiamo il pope Serafino. Con non poche difficoltà, ci parla di Rasputin e ce lo dipinge come un santo, come un uomo che rubava ai ricchi per dare ai poveri. Tentiamo qualche domanda, velata, sulle donne dello starec, ma lui glissa in maniera scaltra: solo favole, inventate per creare il personaggio...
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Il tempo è scaduto dobbiamo chiudere l'intervista, L'aria punge, il cielo sa di neve, il cielo russo emana un fascino tutto particolare o sono i nostri occhi cambiati?
Il tempo sembra porti neve, noi raggiungiamo Tyumen e il giorno dopo arriviamo a Porovoskoe, il villaggio di Rasputin, un pantano eccezionalmente profondo ci fa capire che il tempo si è fermato, le casette colorate ma sbiadite non danno segni di vita, un piccolo market è l'unica cosa nuova del villaggio.
L'emozione è grande, il sogno è diventato realtà: siamo a Porovoskoe, da dove il santone un giorno è partito a piedi per San Pietroburgo, anzi alla conquista di San Pietroburgo.
Cerchiamo Victor e lo troviamo, ci porta nella sua povera casa: vive con una zia, cieca, novantatreenne, la casa sa di storia, di fumo, di vodka, di solitudine.
Questo personaggio ci racconta la sua storia, impreca, gesticola, chiede una sigaretta, ci guarda, ma non ha timore delle nostre macchine fotografiche, si crede personaggio, forse un po' lo è, ci guarda con i suoi occhi chiari, cerca la penetrazione (ma quello poteva farlo solo Rasputin), ma lui si immedesima, si mette in posa palastica e si racconta.
Parliamo circa un'ora e veniamo a sapere, come avevo letto in un libro di storia, che la sua bis nonna aveva avuto una relazione con Rasputin, così c'è questa strana somiglianza: nel fisico, negli occhi, nel vestire, nel portamento, nella sua storia.
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E' simpatico, ci offre patate e un bicchier acqua, ci racconta che attualmente non lavora e lui vuole lavorare, perché la casa è semidistrutta e lui con l'anziana zia vive in un quarto di casa, se così si può chiamare.
Lo lasciamo ai suoi deliri, dopo averlo salutato calorosamente, e ci dirigiamo nella piccola scuola di Porovoskoe, dove consegniamo regali a tutti i bambini, le maestre si prodigano per farci vedere le classi, la mensa, il giardino, quanta tenerezza e quanta differenza di vita, di ospitalità, di sorrisi.....notiamo tutto questo, è un nostro sentimento inespresso, ma ce lo leggiamo in faccia, osserviamo ed incameriamo esperienze di vita.
Faranno bene per il futuro, noi che ci lamentiamo sempre ed abbiamo tutto; loro invece ... hanno un sorriso spontaneo, trasparente che commuoverebbe anche un toro.
Siamo un po' tutti più tristi, ma la strada ci aspetta. Una piccola passeggiata nel fango di Porovoskoe per ricordare la storia e sentire antichi profumi ... chissà se Rasputin è passato per questa via? Chissà se ha notato quell'albero senza foglie che sembra chiedere aiuto? Chissà? Chissà...?

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Si riparte alla volta di Kazan, territorio tataro.
Lungo le strade russe osserviamo con curiosità lo svolgersi della vita russa: piccoli villaggi, quasi modellati dal tempo, le babusche, nonne, lungo il ciglio della strada a vendere i loro prodotti: funghi, mirtilli, pesce secco salatissimo, caviale, caffè e tè.
Ci stringe il cuore, per un dollaro, le più fortunate per 2 o 3 dollari, passano tutta la giornata sulla strada, dove il freddo non ti da pace, per portare a casa qualcosa, eppure i loro visi, vissuti, sono sorridenti e disponibili. Anche quando entriamo in qualche casa russa, isba, l'ospitalità è sacra, il tè è subito pronto. I loro visi in cerca di un contatto ci guardano con ammirazione e stupore, noi con i nostri potenti obbiettivi scattiamo e scattiamo. Forse rubiamo qualcosa con le nostre potenti macchine fotogtrafiche, ma il contadino ci guarda con un sorriso che ci mette a nostro agio, le solite strette di mano e le raccomandazioni di sempre: fate attenzione, la Siberia è lontana, esistono mille pericoli, ci sono i banditi, avventurieri, gente senza scrupolo disposta a rubarvi tutto....
Per me, che ci sono già stato parecchie volte, sono le solite leggende siberiane; la gente del posto non poteva e non può viaggiare, per mancanza di soldi, in un territorio immenso come la Russia, avranno sentito delle storie per poi ingigantirle nelle lunghe notti invernali, dove la neve, il gelo, la notte, avvolgono tutto e tutti nel mistico mistero siberiano.

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Da Kazan tentiamo, si fa per dire, una scorciatoia per arrivare a Perm, le strade incominciano a farsi pessime, la velocità si riduce, lo sterrato non ci da pace; arriviamo in prossimità di un fiume, dove un traghetto ci porterà nell'altra sponda. Dopo 10 minuti di navigazione e tante foto, sbarchiamo in un altro mare; fatto di pantano e solchi profondissimi. Thomas si prodiga, ma le piccole Yaris pur facendo i miracoli si devono arrendere dopo 100 metri. I camion, kamaz, lasciano su queste piste dei solchi spaventosi: le macchine sono immerse nel pantano, a stento dopo un paio d'ore siamo di ritorno al traghetto e riprendiamo la strada ordinaria, la nostra scorciatoia ha allungato il tutto di 300 km, ma siamo contenti d'aver visto una parte inaccessibile ai più.

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È sera quando arriviamo a Mamamdys, piccolo paese, dove troviamo rifugio in una Casa del Popolo, manca l'acqua, i termosifoni non funzionano, in compenso c'è un piccolo bar che offre caffè, birra e disperazione, meglio che niente! ci adattiamo alla situazione.
Dormiamo per 100 rubli, scarsi 3 dollari.
Di nuovo in pista alla volta degli Urali, tocchiamo Ufa. Incomincia la dolce salita che ci porta al confine tra Europa e Asia a 1777 km da Mosca; siamo al centro degli Urali, il tempo è ancora bello: siamo fortunati.
Ci si ferma sotto un cippo, dove in bella evidenza è scritto: lasci l'Europa ed entri in Asia; una leggera emozione si legge sui nostr visi.
Solite foto di rito, ma la routine è rotta dall'arrivo di un piccolo bandito del posto, si lascia fotografare e si lascia andare, sono talmente pochi i turisti da queste parti che sarebbe un peccato non raccontare e raccontarsi.
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Ci spiega in breve il suo lavoro, si occupa di traffici non tanto puliti, prende dei soldi e corrompe la polizia per fare passare certe auto senza problemi, è un ex pugile e si vede, si fa fotografare nel bosco, ci raccomanda di non pubblicare le sue foto sui giornali russi, si pavoneggia un po', si crede importante, noi lo assecondiamo e lo salutiamo come se fosse un vecchio amico.
Kak daroga? Com'è la strada?
Questa è la domanda che ricorre più frequente, ma in Russia ognuno ha un versione, una storia, una leggenda da raccontare. Il bello è anche questo, non ci sono certezze. L'avventura continua.
Attraversiamo gli Urali senza grosse difficoltà, i panorami sono stupendi, la natura sembra intatta, peccato che manca la neve, pensiamo.
Ma avremo tempo per rimpiangere questo tempo, mai affrontare la Siberia, bisogna subire il suo fascino, il suo clima, i suoi improvvisi cambiamenti di tempo.

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Vagabondo0

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Data del viaggio: 
01/02/2005
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