Thailandia scroscia

Il monsone con le piogge che porta è invocato e temuto. Che non sia fiacco, ma neanche troppo distruttivo, la speranza di chi ne dipende per l'agricoltura, perché il confine tra vita e morte è poca cosa agli elementi. Così dovrebbe fare lo stesso ogni viaggiatore e s'inganna chi crede che il meteo distingua una buona da una bassa stagione. Certo quando arriva cambia ogni cosa e a volte cancella tutto il resto ma in qualsiasi caso riesce ad amplificare le sensazioni e a rendere l'intera faccenda indimenticabile, spesso, e forse proprio per questo, paradossale.

 Nel primo nubifragio c'è una piscina d'hotel in un pomeriggio tardo, già grigio in partenza. Non da bagno sicuro, ma che dopo tanti wat e chedi si presta all'abbandono. Perfetta la compagnia e già tutta una serie di vuoti di Singha beer allineati sul bordo quando scendono le prime gocce... in pochi valutano l'uscita ma faranno giusto in tempo a mettere in salvo qualcosa prima d'essere travolti dal rovescio, per poi decidere ovviamente di rituffarsi in acqua.

 Il secondo acquazzone ci sorprende nel corso di una visita: un tempio sulla cima di una scalinata infinita, banchi ai gradini più bassi e di lì un caos di persone e vetture fino al fermento della strada. Arriva il muro d'acqua, chi ha un giacca da pioggia la indossa mentre la mia è in prestito per avallare le regole del tempio che accetta solo spalle coperte. Comincia così la corsa al riparo mista al piacere di osservare le reazioni degli altri, quello che si immobilizza in uno spazio rimediato che esiste appena, quello che dichiara la resa e ormai già si muove con lentezza fradicio sotto l'acqua. Il tempo scorre e il piovasco non accenna a fermarsi, è il momento di cercare i dispersi così prendo in prestito un ombrellone in disuso e ci stiamo in quattro. I piedi sono immersi ma quello non è un problema, per ridurre all'osso lo zaino indosso scarpe da scoglio, tarate per l'uso.

 La terza sferzata ci accompagna ininterrotta durante una camminata di oltre un'ora a rendere più vivo il colore della terra rossa e il verde carico della vegetazione, come pure i profumi della giungla. Stesse scarpe e stesse emozioni.

 Nel quarto caso solo una precipitazione leggera e niente più mentre in bicicletta siamo in esplorazione altrove. La stessa pioggia che annaffia da secoli la pietra delle tante statue del Buddha disperse tutto intorno a noi congelate nelle loro diverse posizioni immobili e che rinfresca appena per poco i nostri muscoli tesi tra cinetica e l'attrito delle catene non unte a dovere.

 La quinta tempesta si inscena in un ambiente completamente diverso: un'isola, spiaggia, notte, musica ed evoluzioni con fuochi. Sofferenza iniziale per la situazione troppo simile ai due giorni precedenti, così vagavo solo e inquieto lungo la battigia deserta, ma l'arrivo della pioggia rovescia la realtà. Di colpo guadagno un tavolino con tutti gli altri intorno, e poi direttamente nel torrente che in pochi minuti si è formato ai nostri piedi. Deus ex machina, la pioggia che riporta sulla giusta via. Quella di Calibano. E proprio sulla via non darà tregua fino al rientro in stanza, venti minuti di saliscendi e folli serpentine nel buio più assoluto, io alla guida di un pick-up, marcia sulla sinistra e volante sulla destra con diciassette persone a bordo... Thailandia estrema scroscia pure, annega e disseta.

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I viaggi di vagabondo nei luoghi del racconto

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Giampaolo.KABKA3

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Data del viaggio: 
06/08/2015
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