Polvere rossa e acqua salata

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Le due volontarie che lavoravano nella casa di accoglienza per bambini HIV positivi noleggiarono un matatu con autista per venirmi a prendere all'aeroporto di Nairobi. Arrivammo a Nanyuki e alla children's home dopo circa 4 ore di viaggio non molto confortevole poiché il manto stradale era piuttosto dissestato in diversi tratti. Le prime due settimane trascorsero velocemente nella casa, a giocare con i bambini e fare le commissioni quotidiane. Le bambine, in particolare, si divertivano a toccarmi i capelli e farmi lunghe treccine; i più piccoli, fino ai quattro anni, litigavano per conquistare un posto seduti sulle mie gambe. Erano belli e pieni di energia, difficilmente si sarebbero potuti distinguere da bambini sani.
Alla vigilia della mia terza settimana, con una delle volontarie decidemmo di andare verso nord, nella zona abitata prevalentemente da Samburu, ad Archer's Post. Avremmo dovuto prendere un matatu fino a Isiolo e poi proseguire con un altro mezzo. Partimmo la mattina presto e arrivammo nel tardo pomeriggio: la distanza in termini chilometrici non era eccessiva ma i tempi sono piuttosto dilatati in Kenya.
Aspettammo circa un'ora sedute nel matatu finché i posti non furono tutti occupati. In quel lasso di tempo si alternavano venditori di piccoli oggetti, cibi confezionati e bevande in bottiglia, alcuni dei quali infilavano completamente il braccio attraverso il finestrino che si ostinavano ad aprire dall'esterno. Il viaggio durò qualche ora e il matatu si fermava soltanto per far scendere qualcuno o per consentire all'autista e al suo aiutante di espletare i loro bisogni fisiologici a poca distanza dal bordo della strada. Io non portavo in matatu la consueta bottiglietta d'acqua per evitare di bere, poiché per le donne non erano previste fermate.
Isiolo è uno dei centri principali della zona, metà cristiana e metà musulmana, l'ultima città prima della savana e del deserto roccioso. La strada è particolarmente accidentata: in questi casi i matatu non viaggiano e vengono sostituiti dai camion. A differenza del matatu, il camion, oltre alla robustezza, è più spazioso e consente carichi particolarmente ingombranti anche all'esterno, sopra la tettoia. Dopo oltre due ore di attesa che il camion si riempisse di passeggeri, molti dei quali con i loro piccoli carichi sistemati ingegnosamente in qualunque spazio disponibile, dovemmo soffocare un sospiro di sollievo perché ci rendemmo conto che ora toccava alle cose. Per circa un'ora caricarono divani, casse, sacchi e altri grossi oggetti che venivano prelevati porta a porta. All'interno eravamo stipati: tutti gli spazi erano stati occupati, tra le due file di sedili erano stati sistemati dei bidoni occupati anche quelli da passeggeri. Sotto i sedili c'erano i sacchi che obbligavano a tenere le gambe sollevate.

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Dietro di noi una coppia di Samburu masticava ininterrottamente mirà, un'erba dalle proprietà allucinogene. L'uomo era vestito all'occidentale ma le sue origini tribali erano rivelate dai grossi fori nei lobi delle orecchie. A terra si stendeva un tappeto verde di rametti di mirà. A un certo punto vidi l'uomo, grondante di sudore, appoggiare la testa sulle spalle del ragazzo a fianco, leggermente curvo in avanti. Il ragazzo non fece una piega, non diede neanche il minimo segno di disgusto o semplicemente di fastidio.
Quando finalmente arrivammo ad Archer's Post e poggiai i piedi sulla sabbia mi sentii rapita da una sensazione di risveglio, ero piombata in un mondo completamente diverso da quello che avevo conosciuto fino ad allora, il mondo delle cittadine keniane. C'era soltanto una strada, larga e dritta, ai bordi della quale si ergeva una fila discontinua di bassi edifici e bancarelle riparate con tetti di fortuna. Era tardo pomeriggio e la sabbia sembrava avvolgere tutto. Il villaggio, che consisteva in capanne sparpagliate tra i cespugli, non era visibile da quest'area in cui avevano sede le piccole attività commerciali e artigianali. La zona era piuttosto arida e le ragazze e i bambini dovevano recarsi al fiume con le loro taniche gialle di plastica a prendere l'acqua, che facevano affluire ai bordi scavando delle piccole buche. Soltanto la missione era servita da una cisterna da cui si attingeva una caratteristica acqua salata, che nella doccia ricadeva rossa mentre mi lavava via la polvere argillosa stratificatasi addosso dopo un intero giorno di viaggio.
Il giorno dopo il nostro arrivo, il seminarista che viveva nella missione ci volle accompagnare al fiume, dove ebbi la fortuna di vedere un elefante che si abbeverava solitario e fare diverse foto. Non potemmo però andare in quella direzione perché dovevamo rimanere a debita distanza in modo che non si accorgesse della nostra presenza, era solo e quindi poteva essere pericoloso. Il fiume scorreva rosso, come rossa era la terra dalla quale si innalzavano acacie dalla chioma piatta, e gonfio. Sentivo una forte attrazione per il fiume, avrei voluto avvicinarmi a toccare l'acqua ma mi scoraggiarono dicendo che avrei potuto fare incontri spiacevoli con coccodrilli.
Proseguendo lungo il fiume camminammo su rocce scure, ampie e ondulate e su vaste distese di sabbia. Avrei potuto trascorrere ore in quel posto così calmo che mi ricordava il mare..

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L'indomani mattina visitammo una manyatta dove viveva un clan di Samburu. Le ragazze e le donne più anziane inscenarono per noi una danza al ritmo di canti e ululati; muovevano il petto in modo da far vibrare le numerose collane di perline che ornavano loro il collo. Non c'erano uomini nella manyatta, tranne alcuni anziani che ci mostrarono come accendere il fuoco con due bastoni di legno.
Nella missione sfogliammo alcuni libri, tra cui uno che descriveva usi e costumi tradizionali dei Samburu, corredato da bellissime immagini a colori, e uno che ricordava tutti i missionari uccisi in Africa. Tra questi c'era anche il missionario di Archer's Post, assassinato nel 1999 nella casa parrocchiale adiacente agli alloggi dove ci trovavamo noi. La scoperta ci turbò naturalmente ma non ci impedì di vivere quell'esperienza, in un luogo ancora in parte incontaminato, con la spensieratezza della vacanza.
Uscimmo quando il calore era più sopportabile, nel tardo pomeriggio, dirette verso un gruppo di ragazzi che costruivano i tipici sandali samburu con la gomma recuperata da grossi pneumatici ormai inutilizzabili dai camion. La mia compagna di viaggio voleva far risuolare un paio di scarpe trovate nella missione, la cui suola si era completamente polverizzata appena le aveva indossate. Subito intorno a noi si riunirono i ragazzi che normalmente stavano ai bordi della strada e che sembravano aspettare senza sosta che succedesse qualcosa, un diversivo qualunque, per ricavare qualche lavoretto probabilmente, o forse soltanto per vedere scorrere la vita. Due o tre ragazzi lavoravano alla suola mentre gli altri guardavano incuriositi. Ci fu una piccola discussione al momento del pagamento perché, naturalmente, ci chiesero una cifra spropositata.

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Ritornando verso la missione, ci avvicinammo a una donna che teneva in braccio una bambina piccola. Le donna disse "L'uomo bianco adesso ti mangia!" e la bambina scoppiò a piangere terrorizzata. Non servì a nulla cercare di consolarla dimostrandole che non intendevamo mangiarla: la bambina non smise un attimo di urlare, si nascondeva dietro la testa della mamma per non vederci. Pensai che davvero tutto è relativo.
Mentre aspettavamo il camion per il rientro a Nanyuki, finalmente vidi due guerrieri, quelli che conoscevo soltanto dai libri: due ragazzi alti e snelli, coi capelli lunghi raccolti in sottili trecce ricoperte d'argilla, la lancia alla mano. Li vidi nel gesto atletico di salire su un camion carico di merce che aveva fatto una breve sosta nel villaggio. Si sistemarono sopra il carico, fieri con le loro piume e i fiori fissati alla capigliatura, senza dire una parola.

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Autore: 
Paola Pinna

Vagabondo0

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Iscritto: 10/2/2012

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Data del viaggio: 
14/05/2009
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