Per uno spicchio d'Africa

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L'Africa non può lasciarti indifferente. O la odi, o la ami senza contegno.
De La Mia Africa, di Karen Blixen - libro letto molti anni fa - non saprei riportare una sola frase, una sola parola. Ciò che però mi è rimasto impresso dentro, come un sigillo indelebile, sono le sensazioni, i profumi e le movenze della grande anima africana.
Così, partendo per il Kenya, last minute, non mi pervade la sensazione di inadeguatezza, per non essermi preparata abbastanza... No! Avverto una grande frenesia, dentro di me, commista alla sensazione, immotivata, di aver già fatto quel viaggio; di aver già conosciuto quella gente, in uno spazio che non è quello terreno e in un tempo che non riuscirei a incastonare nella mia storia.
Già sull'aereo mi preparo a godere di ogni scorcio di terra; mi preparo a rubare momenti alla natura bizzarra, ma è notte ed ogni tentativo è assolutamente vano. Anche l'indomani, dopo una nottata trascorsa a tribolare per il freddo (ci sono i ghiaccioli tra le fessure del portellone...) la visibilità non è delle migliori. Sorvoliamo Nairobi e tutto ciò che posso carpire sono lastre impenetrabili di nubi. Il presagio è che piova, ma neanche questo mi spaventa. Stiamo per atterrare a Mombasa, dopo un'ora di sosta al "capannone- aeroporto" di Zanzibar. E' incredibile! Siamo tutti frastornati. Finalmente caldo. Caldo da incollarti gli abiti sulla pelle; caldo da offuscarti la vista e i pensieri. Caldo da confonderti al momento di passare il controllo alla dogana. Non hai niente di niente da nascondere, eppure cedi alle lusinghe dell'addetta e le lasci della roba, così, senza un'evidente ragione, incrementando la corruzione dei vertici e pestando principi e valori che pensavi d'aver messo in valigia.
Non ho più certezze. Sono disarmata. E la storia si ripete all'uscita dell'aeroporto, quando uno stuolo di inservienti si fionda sulle valigie e penso: fatene ciò che volete, ma non perdetele e non chiedetemi i miliardi, che non sono Briatore!
Salgo sul pullman, e alla partenza mi accorgo che non sono su una strada. Sono su una linea frastagliata e tratteggiata di un disegno di un bimbo al suo primo scarabocchio! Ogni buca è una voragine da cui posso scorgere le viscere della terra.
Poi guardo fuori e scopro un mondo che non avrei pensato, ma che risiedeva dentro di me, meno intenso, meno povero, meno toccante.
La gente è in cammino e mi chiedo dove vada. Le donne hanno grosse ceste, o taniche sul capo. La periferia di Mombasa è una costellazione di baobab e villaggi disarmanti, e cumuli di rifiuti, e gente che si affolla intorno ad improbabili bancarelle, che propongono improponibili mercanzie.
Non c'è turismo che artefaccia la loro realtà . Quella è la loro vita. Niente lustrini.
Quella è l'Africa degli adulti. I bambini sono altrove, forse, a scuola. Spero... a scuola.
L'arrivo al resort è festoso. Il personale al completo ci attende intonando Jambo Bwana. La colonna sonora è orecchiabile, semplice, allegra, umile, esattamente come i keniani.
Niente vorticosi giri di parole. Niente di niente.
Faccio solo in tempo a levarmi di dosso i residui della frenesia italiana, della mia routine, che crollo assopita in un'allucinazione onirica. Dormo qualche ora. Non dovrei? Sono stanca e se non lo facessi non godrei appieno dello spirito africano.
Akuna matata!

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Ci attende il teatrino dell'aperitivo cum proposta escursioni del tour operator annesso e connesso.
Ascoltiamo proiettati altrove, a incontrare la gente del luogo, quella vera, o chissà per quanto ancora tale.
Il turismo è contaminazione reciproca, mi dico. Spero solo di non ingenerare false illusioni.
Incontrando i ragazzi della spiaggia, capisco subito che la mia pellaccia è, per loro, binomio indissolubile di ricchezza economica. Chi glielo spiega che sono solo un'italiana "media"? Si, perché, per quanto "media", solo affacciandomi dall'albergo (pur sobrio e poco impattante con l'ambiente) mi accorgo che la comparazione è impensabile.
Mi faccio prendere dalla frenesia di vedere, andare, fare, comprare.
Programmo il safari e mercanteggio, per risparmiare qualcosina e per non farmi prosciugare del tutto, subito, fin dall'inizio.
La vacanza è appena cominciata, ma già mi manca il cielo. E' nuvoloso e non riesco a guardarlo. Eppure dovrei poterlo "toccarlo" da qui!
Le cene sono costellate dal gracchiare delle rane, che intonano concerti in sol minore. La natura è predominante, non si può ignorarla.
Anche allo Tsavo East mi turbano i paesaggi, sempre nuovi, sempre diversi, e gli animali che convivono, ormai, come domestici, al passaggio dei turisti e dei loro pulmini, vieppiù rumorosi e recalcitranti.
Due giorni immersi nella natura. Due giorni in cui mi sveglio all'alba e trovo inutile dormire.
Mi guardo allo specchio senza trovarmi. Inalo la mia dose di repellente insetticida e ingurgito la mia razione di antimalarica.
E' questo il prezzo da pagare per il mio spicchio di Africa?
Mi riguardo allo specchio: non mi ritrovo! Non ho mai dato del tu ai farmaci, di qualsiasi natura essi fossero...
Mi arrovello per cercare di capire se vivano meglio o peggio i keniani che entrano in contatto con noi turisti (per caso o per vocazione).
Un po' di ricchezza in più, è vero, ma anche nuovi desideri, forieri di malessere...

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Verdeggiante, lussureggiante. Questa la descrizione di quello spicchio di Kenya che è quello spicchio di Africa che mi è dato vedere: Watamu. Ma le persona di cosa vivono? Di turismo? Di agricoltura? Di commercio? Di espedienti? Non so. Mi sembra che tutte queste cose insieme possano appartenere a quella minuscola fetta di mondo che incespica sui miei passi incerti. Forse incontro chi vogliono che io incontri. E la gente vera? E' quella la gente vera?
Ritrovo le mie radici, mentre li vedo danzare. E' una danza antica la loro. Immediata. Diretta. Istintiva. Da lì veniamo tutti noi, imbellettati e sbiaditi. Mi sento un primate. Mi sento parte di quella terra stregata.
Non voglio che questa vacanza finisca, tra delfini e baracche di lamiera e pozzanghere, e buche infinite.
Ho bisogno di rubare ancora un po' di pace interiore ai loro sguardi e ai loro sorrisi.
Mi basta la veracità del loro mondo interiore e il candore di un'espressione imperturbata, impressa indelebilmente nelle mie memorie africane.

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Autore: 
Mariella Capparelli

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Iscritto: 10/2/2012

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Data del viaggio: 
20/04/2009
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