Natale a Lalibela

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A Lalibela ci si dovrebbe arrivare all'alba, a piedi, dopo mesi di cammino, come i pellegrini vestiti di bianco che durante il viaggio abbiamo superato a frotte, macchiando i loro shamma candidi con le nuvole di polvere rossastra sollevate dalla nostra jeep. Ma non abbiamo tanto tempo, nè altrettanta fede. Undici ore e 642 chilometri di sterrati, polvere e scosse da Addis Abeba paiono abbastanza ai noi curiosi della Gerusalemme d'Africa. E ancora, arrivarci. Fino al 1997 la strada era praticabile solo nella stagione secca. Questo è il luogo remoto, perso sull'altopiano etiope a quasi tremila metri d'altezza dove un re leggendario, Gebre Mesqel Lalibela, nel XII° secolo realizzò il suo sogno: una cittadella della fede, testimonianza della volontà dei più antichi cristiani del mondo di resistere all'incalzare dell'Islam. Scavata interamente nella roccia, fatta a somiglianza non della Gerusalemme terrena, lontana e appena sottratta alla cristianità dal Saladino, ma di quella celeste, ammirata da Gebre in Paradiso mentre giaceva tra la vita e morte dopo che il fratello maggiore, Harbay, erede al trono, aveva tentato di avvelenarlo. Geloso, comprensibilmente, di un neonato che le api, animali sacri per gli etiopi, alla nascita avevano avvolto amorevolmente in uno sciame e che per questo era stato battezzato con quel nome musicale che in ghezz, l'antica lingua sacerdotale amarica ancora oggi usata per le liturgie, significa "le api riconoscono la sua sovranità".
Noi invece giungiamo a destinazione a notte fatta, guidati dalle luci artificiali e moleste che sormontano gli orribili tetti bianchi di plexiglass eretti dall'Unesco a protezione delle chiese. E' il prezzo che il sito paga per essere diventato patrimonio mondiale dell'umanità: le undici chiese scavate nel friabile gress vulcanico, senza pietre, legname o muratura a sostenerle, sono fragili, soggette all'usura del tempo, richiedono protezione. I fedeli non fanno nemmeno più caso a questi tetti avveniristici che paiono astronavi nè ai pesanti pali in acciaio che li sostengono; ma io non posso fare a meno di fantasticare su come potesse essere bello e ancora più suggestivo arrivare qui quando le chiese, come un miracolo, si aprivano davanti all'improvviso fra i fianchi delle colline coperte di ginepri e ulivi.
Eppure nemmeno il turismo, nemmeno gli aggressivi tour tutto compreso che ormai sbarcano gruppi su gruppi grazie all'aereo che da una quindicina d'anni ha reso, nel bene e nel male, questa meta accessibile a tutti, potranno mai rovinare Lalibela. Il luogo appartiene ancora interamente ai pellegrini che in questa notte della vigilia di Natale, laceri, sfiniti e radiosi si stipano nelle chiese, mescolandosi quieti, senza spinte e senza liti, accucciandosi tranquilli sui gelidi pavimenti di pietra coperti qua e là da stuoie lacere. Veglieranno pazienti fino all'alba e oltre fra canti e preghiere, digiuni ed esposti al freddo intenso della notte come al caldo da ovile generato dalla folla assiepata, semisoffocati dalle esalazioni acri del sudore e dell'incenso, storditi dal fumo delle candele e dal salmodiare ipnotico dei sacerdoti.

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A Bet Medhane Alem, "Il Salvatore del mondo", la chiesa più grande del gruppo principale, forse la più bella con il suo incredibile colonnato ad archi, nella penombra i devoti fanno la fila per inginocchiarsi almeno per un po' nelle tombe dei patriarchi, simbolici sepolcri vuoti dedicati ad Abramo, Isacco e Giacobbe e scavati nella roccia. Ci passerebbero la notte così, genuflessi, il viso contro la pietra, se gli altri non incalzassero. Tutti si accalcano per baciare con devozione la croce offerta quasi con negligenza da un prete sgargiante di ori e di tessuti preziosi. Sacro e ricchezza sono appaiati tanto come povertà e fede in questo angolo di Medioevo dove nemmeno il calendario obbedisce alle regole che conosciamo. Questa notte della vigilia nel nostro tempo è un ricordo di 15 giorni fa, siamo al 6 gennaio. Ma la chiesa etiope che dal 1959 non è nemmeno più copta ma totalmente autonoma, anzi autocefala, segue un antico calendario lunare che fa slittare in avanti tutta la teoria di feste natalizie: Timkat, l'epifania cade il 19. Genna, Natale, è domani. Non è nemmeno il 2009, bensì il 2001. Arrivando in Etiopia si "ringiovanisce" di 7 anni e 113 giorni. Manco l'ora corrisponde, perché il giorno non inizia alla mezzanotte ma al sorgere del sole, come è giusto, alla fine.
Il Natale vero, mi dico vagabondando per le strade fiancheggiate da capanne di paglia, dev'essere stato così, uno scenario popolato di pastori e di mendicanti orgogliosi che chiedono la carità senza prepotenza e senza timidezza perché dividere i doni del Signore con chi ha meno è normale. E qui siamo tutti pellegrini, autorizzati a dividere la focaccia acida e le verdure speziate distribuite nelle rudimentali cucine da campo, a dormire nei campi, avvolti nel mantello, come duemila anni fa.

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Vietato soffrire di claustrofobia se ci si vuole addentrare nel dedalo di gallerie, passaggi e cunicoli che collegano tra loro gli edifici, che formano una geografia insieme aliena e ricca di reminiscenze familiari. Il fiume, un rigagnolo che scorre in uno scavo titanico che taglia in due la montagna, è il Giordano, le chiese che nella lingua amarica parente stretta dell'ebraico e dell'arabo si chiamano tutte Bet, casa, sono dedicate a Mariam, Maria, alla Selassiè, la Trinità, ai santi locali. Il loro nomi formano una cantilena devota e musicale: Medhame Alèm, Bèt Mariàm, Bèt Danaghèl, Bet Golgotà, Bet Debrè Sina, Bet Ghiorghis, Bet Emanuel, Bet Markorios, Bet Abba Libanos, Gabriè Rafael. Tutte fondate da Lalibela e costruite di giorno dagli uomini e di notte dagli angeli. Gli storici che vi individuano stili ed epoche diversi e citano relazioni su maestranze fatte arrivare dall'Egitto non godono di grande credito a Lalibela. Le guide sorridono, mostrano con la mano gli spazi scavati alla montagna e affermano sicuri: Quante decine di migliaia di uomini ci sarebbero voluti per fare questo? E quanto tempo ci avrebbero impiegato?
Il prodigio è merce quotidiana. Nei cortili ci sono vasche di acqua miracolosa, lungo le pareti sono scavate nicchie per attirare le api e convincerle a produrre qui il loro miele curativo, piccoli antri nascondono fonti purificatrici a cui ci si può bagnare, purché si sia a digiuno. Il custode si fida, alza una tenda lercia, ti dà il benvenuto e ti aiuta versandoti secchiate d'acqua gelida sul capo. Non dappertutto è così: alla tomba di re Lalibela, nella cappella dedicata ad Hailè Selassié e cioè alla Santissima Trinità, sono ammessi soltanto gli uomini.

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Dalla chiesa circolare di Bet Merkorios parte uno stretto corridoio che sparisce sottoterra. Mi ci addentro insieme a una folla di uomini e donne: è uno dei tunnel più lunghi e tortuosi del complesso e appena perso di vista l'ingresso svanisce ogni riferimento. Potrebbe essere uno spazio immenso come minuscolo, il buio assoluto echeggia del canto sommesso, arcano, mormorato dai fedeli. Si procede mano nella mano, in fila indiana, come ciechi, tastando ogni tanto le pareti umide. E' un tempo sospeso, che ritrova il suo ritmo solo quando il cunicolo, con una breve scalinata verticale, riaffiora nella chiesa di Bet Emanuel. Tornando all'aperto la folla ride e le donne lanciano lo zagharid, l'acutissimo urlo di esultanza e di festa di tutti i Paesi arabi e maghrebini, un "lalala" impossibile da imitare. Dalle tenebre alla luce, dall'oscurità all'illuminazione; è più di un cunicolo, è un percorso iniziatico.
L'alba, annunciata da una lama di luce improvvisa, tra i monti e da un soffio di vento, è salutata da altre preghiere e da nuovi canti. Segna l'inizio della cerimonia solenne del mattino di Natale. I sacerdoti raccolti a gruppi sotto i grandi e fastosi ombrelli cerimoniali invitano i fedeli a gioire perché Gesù è nato. Come dubitarne, nella terra che custodisce la perduta Arca dell'Alleanza?

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Autore: 
Carla Reschia

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Iscritto: 10/2/2012

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Data del viaggio: 
11/05/2009
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