Kenya, Diani - prima parte

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Continuo ad avere le lacrime agli occhi da quando sono tornata da Diani. Il Kenya mi ha strappato anima e cuore, e dovrò tornarci presto per riaverli.

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Continuo ad avere le lacrime agli occhi da quando sono tornata da Diani. Il Kenya mi ha strappato anima e cuore, e dovrò tornarci presto per riaverli.

Come posso descrivere cosa sto provando?
E' come quando ti staccano il cordone ombelicale e non sei più legato al grembo di mamma.
E' come quando in seconda media sono andata a vivere da mia zia e ho dovuto per forza separarmi da mamma e babbo.
E' come quando avevo 17 anni e mezzo, e è morto Salvatore. E una parte di me è stata sepolta con lui. La mia adolescenza, il gruppo con cui uscivo, le emozioni di ragazzina. Tutto morto.
E' come quando mia sorella ha pasticciato la faccia di "Farfallina", la mia bambola preferita, nonché mia migliore amica immaginaria. E ho cominciato a capire che bisogna accettare che dalle cose ci si separa, con dolore e coraggio.

Si, forse stavolta è diverso. Posso riprendere possesso di me. E posso farlo solo ritornando li, magari per mettere radici.
Mi manca tutto. Visceralmente. E lo stomaco è in subbuglio ogni volta che un'immagine di quei giorni torna alla mente.

Svegliarmi a Milano lo trovo così inutile. Che senso ha lavorare qui? A chi serve? Che cosa produco ogni giorno? Che utilità ha questa fottuta produzione? Ho forse un'utilità in questo mondo di plastica?
Dove sono i sorrisi? Dove sono i Jambo jambo? Che ce ne facciamo di tutta questa fretta da cui ci lasciamo travolgere ogni giorno? Dove sono gli hakuna matata e i pole pole? Perché io sono nata nella parte "fortunata" del mondo?
Queste le domande che mi pongo dal momento in cui i miei piedi hanno camminato per le strade di Ukunda, fino a oggi. E domani sarà lo stesso.

Ma andiamo con ordine.

Il 4 agosto arrivo a Malpensa e non sono poi più così convinta che fare questo viaggio da sola sia cosa buona e giusta.
Regalerei il mio biglietto a chiunque. Mi sento così piccola.
Ma poi comincio a osservare la gente in coda, le facce pre-vacanza, le valigie immense, e ecco che subito ho voglia di comunicare. Inizio a chiedere dove stanno andando, cosa stanno facendo, quanto devono aspettare, quanto staranno via. E le prime ore di ritardo aereo passano così, tra mille chiacchiere con sconosciuti in partenza. Ok, ci siamo, mi dico, sto entrando nel mio spirito da vacanza.

Quasi tutti quelli diretti in Kenya vanno a Malindi e Watamu. Nessuno vuole venire con me a Diani? Perché? Cribio.
Ecco il bancone del visto per il Kenya. Faccio subito. Sono la prima a scoprirlo Che donna sveglia.
E dopo un'infinita attesa, ecco che spunta anche il baracchino dell'African Explorer.

Galeotto fu il baracchino.
E' li che incontro Chiara e Enrico per la prima volta.
"Dove andate?"
"Al Papillon!"
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"Anche io! Che bello!"
E' una garanzia. Saranno i miei nuovi amici di vacanza. Non ci posso fare niente. E' così che cominciano tutti i miei viaggi.
La tensione di qualche ora prima mi abbandona e comincio a rilassarmi sul serio. Sto andando in Kenya da sola.

Ma che figa sono?

In aereo dormo incastrata tra i sedili, nonostante il ronzio continuo della famiglia di fianco a me che si lamenta di quanto sia scomodo, di quanto faccia freddo, di quanto i videogames dell'Eurofly siano complicati, di quanto sia strano che io sia riuscita a giocare a tutto, e così via.
Alle 4 (il 4 è un numero ricorrente in questo viaggio) la sfiga è con me. Vado in bagno per cagar via le lasagne e scopro che le mie cose sono arrivate anche loro. Non sia mai che arrivino in ritardo. NO, in anticipo devono arrivare, e sull'aereo, così sono più comoda per cambiarmi e compagnia bella.
Donna previdente. Nello zaino c'è tutto quel che occorre. Mi cambio e vado di nuovo a nanna.

In aereo si gela. Grande escursione termica all'arrivo a Mombasa. Anche se non fa poi così caldo. C'è pure una lieve brezza.
In coda alla trafila passaporti ritrovo mama Chiara e papa Enri.
Credo che ci piaciamo da subito, perché si avverte una sorta di filo trasparente che comincia a tessere la tela della nostra imminente amicizia.
Al momento di portar le valigie sul pulmino, un ometto piuttosto svelto decide di aiutarmi e porta il mio trolley al posto mio. La mia prima mancia in Kenya. La prima di una lunga serie.

Ecco l'incontro con gli altri due. Arrivata al pulmino c'è un'altra coppia. Li saluto con un: "CIAO!"
Mi rispondono anche loro con un:"CIAO!"
Vito e Barbara. Bei sorrisi, voci allegre, piacere, piacere mio, anche mio. Si, anche loro mi piacciono da subito.
Basta, è fatta. Siamo tutti italiani. Aspettiamo Chiara e Enrico e progettiamo la conquista di Diani Beach insieme.

Il percorso da Mombasa al Papillon Lagoon Reef è pieno di gente in coda che attende di prendere il traghetto per recarsi al lavoro, persone a piedi, alcuni scalzi, altri in bici, donne con ceste enormi sulla testa, mercati, carni appese come nella vigna di zio Bastiano, baracche, case fatte di sterco e paglia, case fatte di mattoni. E allora cominci a capire che anche li ci sono i ricchi e i poveri. I ricchi non sono come i "nostri" ricchi. Sono solo meno poveri degli altri.

E cominci a vedere i bambini.
E cominci a sentire i primi Jambo.
E vedi quei sorrisi che ti si stamperanno nella mente e negli occhi. E lentamente ti strappano il cuore dal petto per tenerselo come pegno e insegnargli a guardare questo nuovo mondo con gli occhi giusti.
E comincerai a sorridere anche tu, perché oltre al cuore, ti strappano via anche le erbacce cattive che ti porti dentro.
E saluti tutti. E non vedi l'ora di incrociare uno sguardo perché sarà ricambiato quasi con un certo affetto.

Ti chiedi come fanno, perché sorridono? Perché questa gioia che a noi "fortunati" manca?

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Nasser, soprannominato cicciobomba, è il nostro punto di riferimento di African Explorer. Nel viaggio tra Mombasa e Diani, comincia subito a metterci in guardia contro i "terribili" beach boys.
Ci dice che sono inaffidabili, che se prenotiamo un'escursione/safari con loro, verremo imbrogliati, che invece di portarci all'eventuale Lodge scelto per la notte, ci porteranno altrove, che l'organizzazione con loro lascia a desiderare e compagnia bella.
Mentre spara le sue ragioni, io guardo fuori, faccio foto alle case, alla strada, alla gente, alle biciclette, al cielo, agli alberi. Mi sembra tutto così bello, così denso, così vero. E appena arriverò in spiaggia, mi regalerò la compagnia di quei ragazzi "terribili", perché io lo so già che di terribile c'è solo la condizione in cui sono costretti a vivere.

E mentre si viaggia, io e i miei nuovi compagnetti d'avventura ci raccontiamo chi siamo, da dove veniamo, cosa facciamo e cosa abbiamo intenzione di fare.
Io vorrei fare tutto. Tutto. Safari, gita a Wasini, a Funzi, a Malindi. Voglio fortissimamente voglio.
Dico che non è necessario che mi seguano nelle mie avventure, che farò anche da sola. Che da questo momento in poi facciamo un patto, ossia ognuno è libero di muoversi come, dove e quando vuole e nessuno si deve sentire in obbligo di seguire l'altro.
Barbara: "ma dove vuoi andare da sola? Tu sei pazza?"
Ecco. Cominciamo bene. Sono pazza

Nasser con l'orecchio teso segue i nostri discorsi e ci propone subito un pacchetto safari/gite che secondo lui non possiamo assolutamente rifiutare.
Ebbene, una volta al Papillon, lo salutiamo cortesemente, lui e le sue proposte, e con lui non faremo neanche la gita gratis a Ukunda
Veniamo accolti con un coctail di benvenuto. Succo di papaya credo. Ma non ricordo perché i miei pensieri erano totalmente rivolti al fatto di dover correre in stanza a cambiarmi l'assorbente.

La mia prima guardia del corpo keniana con cui ho a che fare è John. E' il ragazzo che si occuperà di me e della mia camera fino a fine vacanza. Comincio subito a parlare con lui, gli chiedo da quanto tempo lavora li, come si trova, come funziona questa fottuta cassetta di sicurezza, gli chiedo scusa ma devo andare in bagno, mi dice hakuna matata, ci vediamo dopo.
Da quel momento in poi, sono chiacchiere ogni mattina all'uscita dalla stanza, e ogni pomeriggio quando vado in camera a espletare i miei bisogni più importanti. E presto cominciamo a salutarci con un abbraccio ogni volta che ci si incontra.

Mambo? Poa poa.
Hakuna matata. Senza pensieri. Non c'è problema. Questo il motto della vacanza, insieme a Pole pole, con calma, senza fretta.
Cancello per sbaglio tutte le prime foto fatte a Mombasa. Hakuna matata.
A Wasini non vediamo i delfini e scoppia un temporale. Hakuna matata.
E' così facile farsi scivolare di dosso le piccole disavventure quotidiane.

Il secondo incontro è Sergio. Sergio verrà soprannominato "Tarzan" da Vito. Sergio è una statua di bronzo. Ha muscoli persino nelle orecchie. Fa parte del team di animazione. Così grosso ma così buffo e tenero.
Lo incontro in piscina mentre sto andando a cominciare una lunga serie di chiacchierate con quei ragazzi "terribili".
Mi chiede subito se una sera vado con lui a Ukunda a ballare. Gli dico che vedremo, che sono appena arrivata, che voglio correre in spiagga a gettarmi in pasto ai beach boys. Lui ride, mi dice che sembro "crazy".
E' un'impressione che do a molti di quelli che da quel momento in poi finiranno nella mia strada.

Ehi ehi ehi, devo proprio dirlo. Tutti quelli con cui ho avuto a che fare, parlavano inglese!!! Ergo, il mio inglese è venuto fuori anche lui, e s'è fatto capire!!! Troppo fiera di me.

Pensieri.

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Ho scoperto cosa significa aprire gli occhi.
Ho visto un mondo pieno di sorrisi e di persone che ti salutano a ogni angolo di strada.
Ho visto la povertà, quella dei documentari, quella che se non la vedi non ci credi. Ho visto i bambini con la mosca intorno.
Ho scoperto quale è il vero spirito di sopravvivenza.
Ho aperto una scuola di Italiano perché i ragazzi del posto hanno bisogno di poter comunicare con i turisti.
Ogni mattina alle 9, con la bassa marea, mi era possibile disegnarla sulla spiaggia.
All'arrivo di ogni nuovo studente, disegnavo una scuola più grande e un banco con il suo nome.

Ho disegnato sulla sabbia per rendere il mio inglese comprensibile.
Ho fatto lunghe passeggiate con i miei studenti. Partivamo verso le 10 dopo le prime frasi in italiano, e alle 13 circa ero di rientro per pranzo. E poi al pomeriggio, dalle 15 fino a sera.
E le interrogazioni sono state la parte più bella e divertente delle mie due settimane con loro. Ho riso a crepapelle e loro con me. E di me. E ho insegnato a dire "Che cazzo ridi?".

Parole chiave: cacca, caramella, noce di cocco, mzuri rafiki, the teacher is crazy, but "malaika" also.

Ho mangiato tutto per due volte. Ho cagato con la mia solita regolarità.
Ho fatto ridere a crepapelle i bimbi di Ukunda che impazzivano nel vedere la loro immagine sulla mia digitale.

Ho regalato palloni, penne, matite, caramelle e quaderni a ogni bambino che mi ha sorriso e a quelli che troppo timidi non osavano avvicinarsi a me, e mi guardavano incuriositi da lontano.
E dopo un mio Jambo e una carezza, il sorriso regnava sui loro volti. E anche sul mio.
I bambini Masai hanno ballato per me.

E anche loro si sono sbellicati dalle risate nel vedersi catturati nel mini-schermo della mia digitale. Non potevano credere ai loro occhi.
Quanto erano colorati in mezzo alla terra rossa.

Fine pensieri.

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Pranziamo? Non me lo ricordo. Ricordo il momento in cui mi sono affacciata sulla spiaggia. Ultimo gradino, tocco la sabbia con i piedi nudi, è come borotalco mi dico. E i primi omini del posto si fanno avanti, e prima che aprano bocca gli dico: "Jambo, sono vostra, sono qui per voi:)"
Si, aspettavo quel momento da quando sono riuscita a prenotare il viaggio. Avevo letto dappertutto che la gente del posto è la vera ricchezza del Kenya, e ne ho avuto conferma immediatamente.

Da lì in poi, ogni istante delle mie giornate si riempie di chiacchierate.
Non sono mai sola. E non voglio sentirmi mai sola. Ho sempre una o due o tre guardie del corpo che non mi abbandonano mai. Lo trovo bellissimo. Non ho mai paura di uscire da sola dall'albergo, perché da sola non sarò mai.

Cominciano le trattative per il safari, per i piccoli acquisti, per le gite, per qualsiasi cosa. E' tutto piacevole. Mi diverto come una pazza perché propongo dei prezzi fuori dall'ordinario e si fanno tante di quelle risate che mi prendono subito in simpatia.
Ottengo buoni prezzi da tutti. Sono un'affarista nata. E nei giorni a seguire li faccio contenti. Prendo cosine un po' qui e un po' là per non lasciare nessuno senza il suo guadagno.
Gertrude mi vende due parei. Non ci mette molto a convincermi. Le dico che non ne ho bisogno ma che li compro lo stesso. Lei mi sorride e mi dice che si vede che sono buona.
Claus mi chiede una passeggiata fin dal primo giorno e riusciamo a farla solo verso la fine delle mie due settimane li. Questo perché ogni giorno il mio tempo era un po' per tutti.

Richard mi osserva per giorni da lontano e con discrezione. Viene a scuola da me, ma non osa mai chiedermi di dedicargli ulteriore tempo.

Nessuno con me è stressante, nessuno insiste troppo, nessuno è maleducato.
Ogni mia discesa in spiaggia viene accolta dai Jambo Jambo, dai loro sorrisi, da tante richieste di passeggiate e chiacchierate. E mai mi viene chiesto qualcosa in cambio. Solo la mia compagnia, solo le mie notizie dal mondo, solo degli occhi che hanno visto cose diverse dalle loro.
La loro curiosità è forte quanto la mia. Li riempio di domande, di richieste e soddisfo ogni loro curiosità. E camminiamo e parliamo e ci arricchiamo. E nasce un amore talmente forte per loro che quando alla sera vado a dormire, non vedo l'ora che sia di nuovo mattina.

Ed è dalle prime chiacchierate che nasce il loro desiderio di imparare l'italiano da me. "Perché non me lo dici in italiano?"
Certo che te lo dico. Anzi, facciamo così, se voi siete d'accordo, da domattina alle 9 ci troviamo in spiaggia e apriamo la mia scuola.
"ma quanto costa?"... Ma come quanto costa? Non costa. Io insegno gratis. In cambio voglio i vostri cuori. Tutti.
E da qui "The teacher is crazy".

I miei primi studenti sono Richard, Giulio e Claus. Il più interessato è Giulio. Preparo un quaderno con frasi in inglese da una parte, e in italiano dall'altra. Giulio vuole copiarsele tutte sul suo quaderno. Non ha un quaderno. Gliene regalo uno.
Ogni giorno uno studente o due in più. Ho anche dei bambini che mi seguono. Sono in vacanza dalla loro scuola "vera", e vengono quasi ogni giorno alle 9 per stare con me e imparare un po' di italiano.

Una mattina dico ai ragazzi che voglio solo sdraiarmi sulla sabbia e godermi la spiaggia ancora deserta. Non fanno storie. Mi lasciano libera di sdraiarmi in solitudine. E mi accorgo anche che appena qualcun altro tenta di avvicinarmisi, loro pronti, gli dicono di lasciarmi stare, che è il mio momento di pace. Li adoro.

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Vedo due bambini che mi osservano. Li chiamo a me. Mi dicono che vengono da Ukunda, che hanno camminato 15 km dalla mattina presto, per venire in spiaggia a raccogliere fondi per la scuola. Mi fanno vedere il documento in cui ci sono segnati nomi, cognomi, provenienza e denaro ricevuto. Mi dicono che stanno ricostruendo un'ala della scuola e che c'è bisogno di aiuto.
E' Alì che mi parla. Il più grande. Quello più piccino conosce poco l'inglese e mi dice ogni tanto due o tre parole in swahili che io purtroppo non capisco. Dico a Alì che in camera ho tanti quaderni, penne e matite, e che se accettano anche quelli, io glieli regalo volentieri.

E lui si illumina in volto, mi dice che va bene, che così i bambini della scuola avranno su che scrivere. Gli dico che voglio che uno dei quaderni sia solo suo, che può tenerlo per lui. Lui mi dice che darà tutto al maestro e che sarà lui a decidere a chi andranno i miei regali.
Mi dice che non se l'aspettava. Mi dice che mi guardava da lontano, che non voleva disturbare, e che non pensava che quella ragazza che sembrava dormire, fosse tanto buona. Mi dice che sembro un angelo. Che i miei capelli sembrano quelli degli angeli.
E in cuor mio dicevo solo, "tutta questa gioia per così poco?". Subito lacrime agli occhi. Corro in stanza, prendo tutto e lo porto a Alì.

Ci facciamo una promessa prima di salutarci. Il 18 mattina alle 8.00 ci incontreremo all'ingresso principale dell'albergo e io gli porterò la mia borsa, delle saponette e delle magliette per la sua sorellina. Affare fatto. Quel che è promesso è promesso.
Alì si fida di me. E io mi sento piena di felicità per questa fiducia incondizionata.

Racconto poi ai miei quattro compagni d'avventura della mia scuola, e anche loro mi dicono che sono pazza. Ma dicono anche "che bello", "che brava", "tu non sei normale".

Ma perché, loro pensano di essere normali?

Vito. Parliamone. La sua faccia è un sorriso perenne. Allegro fino all'incredibile. Con una voglia matta di farsi conoscere da tutti e farsi capire. Il suo inglese fa acqua da tutte le parti, più del mio (il che è veramente un caso raro). Eppure diventa il paladino della popolazione della piscina. Ogni giorno si fa il suo bel combattimento di pallanuoto. Si, è un vero massacro. Pur di vincere, tenta di affogare tutti. Persino una bambina. La lotta più importante la deve affrontare sempre con il bimbo grasso Ted. E nonostante Vito diventi famoso per i suoi tentati omicidi, tutti impazziscono per lui. Viene chiamato Materazzi da tutti con un certo rispetto.
Quando lui combatte in piscina, il suo avversario si chiama sempre Zidane.
Martino diventa il super-fun numero 1 di Vito. Martino fa parte anche lui dello staff di animazione. Quasi ogni giorno è una sfida a ping pong o biliardo tra lui e Vito. C'è amore tra i due. E si vede a colpo d'occhio.

Barbara. Barbara ha la risata più sonora di tutto l'albergo e di tutta Diani Beach. Se lei ride, Chiara ride, io rido, tutti ridiamo e ci chiediamo che cazzo ridiamo, e che cazzo hanno gli altri da guardare. Sarà perché Barbara racconta a voce alta aneddoti tipo "quella ha visto più piselli della padella di non ricordo chi"?
La ginnastica alle mascelle ogni giorno rende le nostre facce sempre più sode e allenate. Siamo la compagnia più allegra dell'Hotel. E tutti cominciano a amarci e coccolarci e viziarci.
Grazie alla fama di Vito, riusciamo a ottenere che ogni pomeriggio alle 14.30 qualcuno si senta in dovere di portarci una noce di cocco già aperta. Che squisitezza.

I miei tempi in zona piscina sono limitati al dopo pranzo. Mentre gli altri sono in fase pennichella, alle 15 io sono già in spiaggia a parlare con qualcuno e a insegnare un po' di italiano.
E' stupendo perché anche i bambini mi aspettano fuori dall'albergo. E' straordinaria tutta questa voglia di trascorrere del tempo con me. Forse anche io ho un po' della loro magia, penso.

Chiara. La risata di Chiara è contagiosa quanto quella di Barbara, ma meno sonora. Fatto sta che se una di noi comincia a ridere, la stupidera regna sovrana. La pazienza di Chiara è qualcosa che va all'infinito. Per tutta la vacanza è stata tormentata da una famiglia di suoi clienti che non sono capaci di stare al mondo e chiamavano sul suo cellulare ogni due per tre.
Chiara è la paladina protettrice di tutte le scimmie che popolano il Papillon Lagoon Reef. Si, perché l'albergo è abitato anche da scimmiette che si divertono come matte a rovistare negli zainetti abbandonati dai turisti, alla ricerca di caramelle.
Ma ecco che la guardia, ogni giorno, deve inseguirle con la fionda. E Chiara a urlare: "SCAPPATEEEEE!" - e - "tanto non le prendi!" E così via.

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Un giorno abbiamo assistito allo spettacolo di 16 (sedici!) scimmiette che si sono impossessate della camera di chissà chi. E le abbiamo viste saltare e giocare sul lettone. Un casino. Che risate.
Chissà quanto saranno stati felici quei turisti al loro rientro in stanza.

Chiara è il capo della famiglia mamaChiara-papaEnrico. E' lei che ha il potere, è lei che diventa Big-mama per tutta la spiaggia.
Diciamo che è colpa di Enrico. Lui, grande affarista, in tre giorni riesce a finire tutto il suo budget portato dall'Italia. Come fa? Siamo sicuri di volerlo sapere? Ok, siamo sicuri.
Lui arriva in spiaggia. Gli dicono: "Questa splendida targhetta col tuo nome costa 70 dollari, la vuoi?"
E lui dice: "Si certo." Con l'atteggiamento di chi vorrebbe dare anche di più se glielo chiedessero, e si domanda perché non gli hanno chiesto 200 dollari per farla finita subito.

"Vuoi questa straordinaria puttanata che nessuno vorrebbe ma che io vendo all'eccezionale prezzo di 1200 scellini?"
"Ma come? Solo 1200?"
E pensa che darebbe anche le mutande. E infatti alla fine rimane anche smutandato. Da via scarpe, magliette, costume. Tutto, pur di dare.
Diventa chiaro che Chiara gli toglie la possibilità di avvicinarsi ai soldi! E da un certo punto in poi, senti solo Enrico che dice "per questo affare ti devi rivolgere a mama Chiara". E allora in spiaggia impera sovrano l'urlo "Mama Chiaraaaaa!"

Enrico,il suo inglese e la sua propensione per gli affari, fanno più ridere di Vito e della risata di Barbara.
Ogni tanto noi tutti si andava allo Shopping Center. Enrico no, lui andava allo "scioppin scenter"! Più forte di lui. Chissà se mai un giorno riuscirà a dire Shopping Center. Ce lo auguriamo tutti, perché a fine dicembre abbiamo intenzione di tornare proprio li!

Un giorno decidiamo persino di andarci a piedi a sto Shopping Center. Idea che mi piace subito tantissimo. Sono circa le 16 del pomeriggio e per strada è pieno di persone che tornano a casa dal lavoro negli alberghi.

La mia mania. Parlare con tutti. Ma proprio con tutti he. Riesco a far aspettare i fantastici quattro anche lungo la strada per lo Shopping Center.
Scusatemi, dico, sono un po' come loro. Ma Barbara dice: "No Roby, tu sei peggio!"

Lo prendo come un complimento. La mia fame di conoscenze non si sazia mai. Neanche la mattina del 19 agosto, quando alle 5 arriviamo all'aeroporto di Mombasa e creo una coda fermandomi a parlare con la guardia all'ingresso dell'aeroporto.
Barbara: "ma Roby, come fai a avere tutta sta voglia di chiacchierare anche alle 5 del mattino?"

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Una sera andiamo a mangiare le aragoste al villaggio dei pescatori. Sicuramente ci aspettavamo un ristorante "vero". E invece Maurice, che parla un buon italiano, ci porta in questa casa piuttosto malconcia a vedersi. Ci apparecchia una tavola in cortile e chiede a Rama, suo fratello, di avvitarci una lampadina così possiamo vedere qualcosa

Barbara dice che non mangerà niente in quel posto, e non toccherà neanche le posate.
Neanche finisce di pronunciare queste parole, che arriva un gran piatto pieno di aragoste, uno pieno di tranci di un pesce enorme, uno pieno di pomodori e insalate, e uno pieno di frutti vari. Papaya, mango, pompelmi e bananine. Le bananine! Che bontà.

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Ogni pensiero negativo va via. Applaudiamo il cuoco, sempre Rama, e ci sbraniamo tutto con gusto. Mangiamo senza posate, solo con le mani, e Maurice e Rama apprezzano. Si vede che sono felici nel vederci soddisfatti. E ci divertiamo, brindiamo, offriamo loro da bere e li ringraziamo di tutto. Maurice non beve per motivi religiosi. Rama è della stessa religione ma beve lo stesso. Quasi non volesse rifiutare la nostra cortesia.
Proprio una bella serata.

Torniamo all'albergo e prendiamo posto in una tavolata del ristorante ormai deserto. Parliamo, raccontiamo, ridiamo.
Ridiamo, si, perché è impossibile non ridere quando Enrico racconta di una volta in cui si è dato fuoco al culo in un tentativo di emulare Jim Carrey e di aver sparso per la taverna un gran odore di culo bruciato. Potere dello zolfo.
E per tutta la notte, come nelle notti precedenti e seguenti, le nostre risate echeggiano fino a Mombasa.

Parentesi.

I giorni prima della mia partenza avevo conosciuto una ragazza su un forum che mi aveva detto che sarebbe venuta al Papillon con il suo ragazzo nello stesso periodo in cui ci sarei stata io.
Bene, mi dissi, non sarò proprio da sola.
Fin dal primo giorno, scompare. Vengo a sapere in che camera sta, le lascio persino un messaggio, al quale non ottengo risposta nei giorni a seguire. Mi dico che probabilmente è qui per fare una vacanza romantica con il suo fidanzato, per cui non ha poi così tanta voglia di conoscermi.

Con Chiara e Barbara intuiamo chi sia perché di italiani ce ne sono ben pochi al Papillon. Per cui è facile.
Un giorno la individuo tra la folla del pranzo, e mi avvicino dicendole "ma quella che roba è?", indicando il nuovo piatto del giorno.
Lei mi rivolge la parola e io pronta: "Ma tu sei Paola?" e lei: "Si" e io: "E io sono Roberta, ti ho lasciato pure un messaggio e non ti sei fatta viva."
E lei: "he si, siamo stati al safari, a Wasini, per cui non c'eravamo!"
E io: "ah capisco!"

E tra me e me: Si, ma quando siete tornati e avete ritirato il messaggio - e io l'ho visto che l'avete ritirato almeno due giorni fa - avresti potuto anche rispondermi. Ho pensato. Ma chi se ne frega. Insomma, perché imporre la mia presenza a qualcuno che forse non ha tanta voglia di conoscermi?

Per fortuna ho trovato i miei fantastici quattro. E tutte le altre persone che ho conosciuto.

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Una delle ultime mattine, mentre prendevo il telo mare in piscina, si è avvicinata a me una donna, molto dolce e con un viso parecchio solare. Maria Grazia.
Mi dice: "Scusami se te lo chiedo... ma tu, sei qui da sola? Sei forse una ragazza che ha lasciato un messaggio su un forum dicendo che saresti venuta qui dal ... al...!"
E io: "oddio, può darsi! Beh, si, su diversi forum..."
E lei: "ma daiii, ti sto cercando dal primo giorno in cui io e mio marito siamo arrivati. Sapevo che ci sarebbe stata questa ragazza da sola e ero un po' preoccupata che potessi rimanere da sola. Ma a vederti in questi giorni, l'ho capito che non avresti potuto restare da sola a lungo."
E ci siamo fatte grandi sorrisi, abbiamo chiacchierato un po', ci siamo dette che siamo contente di esserci incontrate anche se alla fine, e ci siamo augurate un sacco di belle cose.
E li ho capito la differenza tra chi ha veramente voglia di conoscere e farsi conoscere, e chi finge di avere la stessa voglia e poi scompare.

Fine parentesi.

Il seguito del racconto si trova qui!image

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Autore: 
Roberta

Vagabondo0

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Iscritto: 10/2/2012

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Data del viaggio: 
11/06/2007
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