Il Castello di K.

K. si svegliò alle 6,45, come tutte le mattine. Il Castello di Praga invase la sua stanza, come tutte le mattine. Quella mansarda al quinto piano, senza ascensore e senza scuri alla finestra era stata la sua maledizione. Appena l’aveva vista se ne era innamorato, sulla Karlova! A quel prezzo! Non ci aveva messo molto a capire il perché: il prezzo era svegliarsi tutte le mattine con un mostro che ti fissa dalla finestra, ti scruta, ti osserva, ti mette in soggezione.

Secoli di storia non erano riusciti a scalfire il mito di questo luogo leggendario, che, come la luna che pian piano spariva all’orizzonte, aveva due facce, e nessuno avrebbe potuto affermare quale delle due fosse più rassicurante. Il Castello, simbolo inconfutabile del potere ufficiale, o il Castello, sede inquietante di misteri occulti?

K. si era immerso nel Castello con la sicurezza di un giovane convinto di potersene liberare quando avrebbe preferito, invece vi si era ritrovato invischiato come una mosca in una ragnatela, che più si muove e più resta avviluppata.

Velocemente K. si ritrovò in strada, il Castello, dall’alto della collina, come una calamita attirava il suo sguardo e le sue gambe. Era arrivato a Praha con l’idea di studiare e bere birra, non necessariamente in quest’ordine, presto però aveva trovato lavoro al Castello e aveva smesso di studiare. Aveva dovuto smettere anche la birra, perché al Castello non volevano.

Il Castello... il Castello... ormai esisteva solo più lui: tutti giorni pensava a lui, parlava solo di lui, giorno e notte non vedeva che lui.

Attraversò velocemente Ponte Carlo, con la sua monumentale teoria di Santi in posa, si fermò pochi secondi all’altezza dell’Isoletta Kampa, ma riprese quasi subito a passo sostenuto, quasi che il Castello lo richiamasse con voce ipnotica e martellante.

Risalendo lungo la Nerudova, gli scappò un mezzo sorriso: i monumentali palazzi color pastello erano una gioia per i suoi occhi, e il respiro che, salendo, diventava più affannoso in qualche modo lo faceva sentire vivo.

Man mano che camminava, il Castello si faceva sempre più incombente su di lui. La gente che camminava al suo fianco sembrava non rendersene conto, ma lui quasi si sentiva mancare il respiro.

Ormai conosceva ogni finestra, ogni guglia della Cattedrale di San Vito, ogni pietra del palazzo, aveva camminato così tanto all’interno di quello che veniva considerato il più antico Castello medievale al mondo, che poteva riconoscere il segno dei suoi passi sul selciato.

Entrò senza essere notato: “Oggi sei al numero 6” gli disse meccanicamente la ragazza allo sportello. Non era nemmeno il caso di rispondere, perché lo sguardo della ragazza era già tornato su documenti da timbrare, carte da francobollare, buste da leccare...

Ore 8,45. Il momento sta per arrivare, anche oggi il Castello avrebbe inghiottito K. nei suoi meandri, costringendolo a camminare attraverso interminabili corridoi, a immergersi nei suoi segreti inconfessabili, a rivivere ancora una volta un mistero che dura da più di 1000 anni...

Ore 9,00, K. prende il suo cappello, alza il braccio quasi a voler attirare l’attenzione su di sé, quindi si schiarisce la voce e con forza avvisa: “Italian Tourists? Da questa parte, prego, la visita guidata comincia qui...”   

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Autore: 
Antonio Verteramo

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I viaggi di vagabondo nei luoghi del racconto

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Hantonio

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Data del viaggio: 
31/01/2014

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