La Giornata della Memoria ad Auschwitz: le storie

La Giornata della Memoria ad Auschwitz: le storie

di Gitanilla

image

Ben era stanco. Non sentiva più i piedi per il freddo. E l’ora del rancio era ancora troppo lontana. Gli inverni polacchi non perdonavano e lui, in quasi quattro mesi di permanenza in quell’inferno, ne aveva visti morire a centinaia. Era arrivato all’inizio dell’autunno, stipato in un vagone assieme ad altri 200 suoi concittadini. Ora, quel calduccio che si provava in quella specie di carro bestiame, tutti attaccati come sardine, non gli sarebbe per niente dispiaciuto.

Le scarpe erano rotte in più punti, le bende che tappavano i buchi erano lacere e camminare dalla baracca alle rotaie con quel gelo lo gettava in uno stato catatonico. Quando il piede scivolava nella neve soffice fino a toccare il suolo, quando il dolore per i geloni e le vesciche era più intenso, Ben pensava a Ferenc. Al ritorno dal lavoro riusciva a pensare solo alla zuppa che gli sarebbe toccata, ma all’andata pensava al suo unico, grande amore. A quando la neve cadeva piano sul ponte Elisabetta e il Danubio si copriva di una sottile patina di ghiaccio e loro si tenevano per mano. A quando Ferenc era entrato nella sua bottega per farsi confezionare un abito, e a quando, correndo tra la folla che lasciava la sala da ballo, l’aveva visto a terra, ormai senza vita, l’abito macchiato di sangue. Era stato fortunato, Ferenc: non avrebbe passato gli ultimi mesi della sua vita a spalare via la neve dai binari del campo, guardando i suoi compagni di baracca che si buttavano per disperazione sulla recinzione elettrificata, nell’attesa di farlo anche lui.

image

Anche Luta era disperata. Da quando era stata internata, undici mesi prima, sognava Piotr ogni notte. Suo marito le parlava, le raccontava cosa faceva nel suo blocco, dei contatti che aveva creato e delle voci di insurrezione nelle fabbriche che giungevano in quella che poteva essere considerata una sezione privilegiata del campo, con case di muratura invece che baracche di legno. Era internato nel primo nucleo di Auschwitz, e lì ci finivano i prigionieri di guerra russi o gli intellettuali polacchi.

Erano passati due anni esatti dall’uscita del suo articolo “Per una Polonia libera” e, il giorno dopo, era dovuto fuggire per sempre dalla loro bella casa di Katowice. Una settimana dopo Luta aveva ricevuto una lettera con un indirizzo a Cracovia. Appena aveva suonato al campanello con scritto “Targosz”, in quel palazzo dall’aspetto modesto nel sobborgo di Podgorze, si era sentita più leggera. Piotr si era tolto gli occhiali e l’aveva abbracciata. Da allora, era andata a trovarlo a Cracovia almeno due volte al mese. Le SS l’avevano fermata numerose volte, alla stazione e nel centro di Katowice, e lei aveva sempre mostrato i suoi documenti, con scritto “Danuta Targosz”, con la stessa leggerezza. Poi una volta l’avevano arrestata, e nella stanza in cui era entrata c’era anche il suo macellaio di fiducia. Il signor Jablon aveva assicurato che non si trattava assolutamente di Danuta Targosz, ma della signora Janik, sua cliente da anni. Suo marito si trovava già nella stanza accanto. Si guardarono negli occhi sul binario, prima di salire su vagoni diversi. Poi lei non l’aveva più visto, ma sapeva che era vivo perché le parlava ogni notte, come faceva da 30 anni, al buio.

Quella notte, però, non le era apparso in sogno. E lei desiderava solo morire con lui.

image

Il corpo di Anna giaceva sotto un paio di grosse coperte grezze, nella sezione femminile del padiglione medico del campo. Tremava e al contempo aveva caldo, la sua vicina di letto e amica Etta non si era mai svegliata e lei era in cerca di uno sguardo di conforto da parte di qualcuno. Se fuori dalle baracche venivi picchiato per la minima richiesta, nel padiglione medico c’erano persone gentili, compresa un’infermiera che le aveva portato una seconda coperta quando aveva iniziato a tremare per l’infezione. Il dottor Heissler era passato da poco, anche lui era stato gentile, sebbene lei sentisse un brivido sulla schiena ogni volta che le si avvicinava. Lui la chiamava Kleine Zigeunerin , Piccola zingara, e l’aveva sentito spesso dire che la sua vita era indegna di essere vissuta. Non capiva perché.

Da quando era nel padiglione medico, era stata nello studio del dottore quasi ogni giorno. Lui le prendeva il braccio, le faceva un’iniezione e lei si svegliava nella sua branda senza sapere cosa fosse successo. A volte vomitava, altre aveva un dolore così forte che avrebbe voluto gridare, ma non osava per paura che lui tornasse. Quando il male alla pancia era insopportabile, Anna fissava il brandello di coperta con il quale aveva ricreato i suoi due personaggi: Pabst e Mila, due fratelli separati dai loro genitori che giocavano di nascosto sotto le coperte, sulle sue due dita. Era stato suo padre a insegnarle come creare burattini che divertissero la gente, e quando con la famiglia girava per le fiere nei dintorni di Monaco, mentre suo padre intratteneva i bambini con le sue marionette, lei tirava fuori le sue, Pabst e Mila, e intratteneva il suo pubblico immaginario.  

Quel giorno, la sua amica Etta, che a Frisinga viveva nella carovana vicino alla sua, non si sarebbe svegliata. Sperava di poterla raggiungere presto, dovunque fosse.


Foto: Shutterstock


Sulla mappa: 
Ritratto di dyante
Offline
Last seen: 7 ore 26 min fa
Iscritto: 22/02/2011 - 12:24
grazie!

Grazie Gitanilla per questo articolo!

Ogni nome ogni parola è pesante come un macigno... Ma è la MEMORIA

Per lavoro mi capita di andare più volte in un anno nei campi di Auschwitz e Birkenau; io invito tutti a fare una visita almeno una volta nella vita: non ci sono film, o libri, o documentari che possano raccontare quella verità come quando ripercorri gli stessi passi dei nostri fratelli e sorelle in quello che è stato l'inferno sulla terra.

gitanilla

Ritratto di gitanilla
Offline
Last seen: 8 ore 30 min fa
Iscritto: 15/7/2006

Lo sapevi?

Ven, 30/11/2018 - 09:32