PERICOLI IN BOLIVIA - [Angelo]

Scritto il 19 Ago 2003 da:
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Vagabondo0  

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Ciao,siamo un coppia,vorrei sapere da qualcuno che è stato in Bolivia se è davvero pericoloso come dicono per due persone e magari un itenarario e che tipo di sistemazioni è meglio trovare in questa nazione grazie a tutti

A.

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anonymous (non verificato)

Io in bolivia si sono stato 2 vv. e sinceramente, a parte il rischio di morire assiderato sugli autobus non mi ha dato l'impressione di presentare molti piú rischi che qualsiasi altro paese.

A voi di che pericoli hanno parlato ?

Ciao

Dom, 09/14/2003 - 08:21 Collegamento permanente

dimenticavo, se mi fate sapere il periodo e quanti giorni avete intenzione di stare, sarò lieto di darvi le informazioni che desiderate, per quello che posso !!! xopo@libero.it

Lun, 09/15/2003 - 07:46 Collegamento permanente
anonymous (non verificato)

Ho girato, assieme a un amico - anche noi in due quindi - la Bolivia con la bici e posso assicurarvi che di pericoli non se ne corrono. State solo un poco accorti quando ci sono grandi feste di piazza, lì si beve molto e come in tutti i paesi quando il tasso alcolico si eleva c'è sempre qualcuno a cui si annebbia il cervello e pensa di rompere le scatole agli altri; però questo è un pericolo che potreste trovare in ogni posto, quindi valga la prima info: in Bolivia nessun pericolo.

Ciao Davide

Mar, 09/16/2003 - 09:59 Collegamento permanente
anonymous (non verificato)

Anche io l'anno scorso sono stata in Bolivia, ed era addirittura il periodo di quelle terribili elezioni manovrate dagli USA (ne sapete qualcosa, no ovviamente, qui non se n'è parlato).

Il turista non corre pericolo... a meno che non sia statunitense. Ah ah ah.

Sab, 09/20/2003 - 04:30 Collegamento permanente

Io ci sono stato 2/3 giorni lo scorso anno.

E' stato il periodo della grande rivolta iniziata a metà gennaio (in quei giorni ero in Cile e avrei dovuto entrare in Bolivia per attraversarla da solo) con 11 morti in una settimana. Visto che ero solo e per evitare rischi inutili ho allungato la mia permanenza in Cile e sono andato alla sola La Paz.

La situazione era effettivamente piuttosto tesa, centinaia di manifestanti nelle principali piazze, decine di poliziotti armati in assetto da guerra. Tentavano di evitare che i vari gruppi si riunissero e potessero diventare davvero pericolosi.

Io ero lì, nel mezzo, cercando di evitare di farmi coinvolgere e tutto è andato bene. Dopo il mioritorno ho sentito di 20 morti in una notte in Plaza Murillo.

Credo che ora tutto sia rientrato nella normalità (erano problemi legati alla droga e alla politica repressiva), non credo esistano problemi particolari per i turisti. A dire il vero anche allora non esistevano problemi particolari (a patto di non farsi coinvolgere) e, aprlando con altri turisti, mi raccontavano che il grosso problema erano le manifestazioni in mezzo alle principali città che impedivano un regolare servizio di trasporto pubblico.

Per il resto niente di particolare, ripeto io ero solo e ho preferito stare tranquillo.

Lun, 09/22/2003 - 10:24 Collegamento permanente
anonymous (non verificato)

A dire il vero non so se c'entrasse la droga. Di sicuro c'é che il governo del "gringo" non sa piú dove trovare soldi per sostenere la sua politica rigidamente neoliberista (il soprannome che ha non é un caso...) e non ha trovato di meglio che aumentare del 12,5% il prelievo fiscale sugli stipendi di alcune categorie (fra cui i poliziotti, che si sono presi a fucilate con i soldati che difendevano il palazzo presidenziale) che giá adesso non sanno come fare per arrivare alla fine del mese.

La storia é un dejá vu, visto che é cosí in tutto il mondo, ma in Bolivia ci dovete aggiungere decenni di sfruttamento coloniale e dittatura.

Detto questo, devo ammettere che quando ho risposto qui sopra alla domanda di Angelo non avevo contemplato la rivolta popolare fra i pericoli cui lui alludeva.

Ebbene sí, in certi paesi (per una strana combinazione quelli piú poveri e piú tartassati) ogni tanto scoppia qualche bubbone. Non é un problema della sola Bolivia,

anche se la situazione lí é forse piú esplosiva che non in altri paesi del continente. A proposito, non per infierire,

ma negli ultimi tempi si sono moltiplicate le manifestazioni per la questione del gas regalato ai padroni nordamericani tramite un gasdotto che sbocca nell'odiato Cile. Per dire la veritá, leggendo i giornali e parlando con la gente questa questione giá stava bollendo l'anno scorso ed era inevitabile che prima o poi il bubbone scoppiasse. Proprio in questi giorni vige lo stato d'assedio in tutta la provincia di La Paz...

Comunque non sono cose che succedono tutti i gg e se si dovesse pensare a tutto quello che potrebbe accadere non si dovrebbe piú uscire di casa (frase fatta, ma che contiene una bella dose di buone senso).

Saluti

Lun, 09/22/2003 - 11:32 Collegamento permanente
anonymous (non verificato)

BOLIVIA

«Temiamo un golpe militare»

Guerra del gas, parla il leader sindacale Oscar Olivera

GIUSEPPE DE MARZO

«Temiamo in queste ore per un golpe militare organizzato dalle multinazionali del gas e del petrolio, al fine di assicurare le riserve energetiche del paese a vantaggio dei paesi occidentali, reprimendo le mobilitazioni che oggi iniziano in tutta la Bolivia», così dichiara a il manifesto Oscar Olivera il portavoce della «Coordinadora de defensa del agua y la vida» di Cochabamba, che abbiamo raggiunto ieri per telefono. «Ci organizzeremo in ogni parte del paese per resistere all'ennesimo furto. Abbiamo costituito una "Coordinadora" per la difesa del gas ed annunciamo sin da ora una grande mobilitazione nazionale per il 6 ottobre. Domani (oggi per chi legge) ci dirigeremo a Warisata per solidarizzare con lo sciopero generale a tempo indefinito indetto dalla Cob (la centrale operaia boliviana ndr)». Pochi giorni fa proprio a Warisata, in Bolivia, sono stati massacrati sette indigeni per aver iniziato una battaglia che ha come scopo difendere l'ultima risorsa non ancora privatizzata del paese: il gas. Inizia oggi la guerra del gas, per impedirne la privatizzazione e per ottenere la rinazionalizzazione delle imprese di idrocarburi. «Volverè y saremos millones», (ritornerò e saremo milioni), aveva giurato Tupaj Katari, il primo leader indigeno a dichiarare guerra agli spagnoli nel 1781. Sono passati 222 anni da quella data e nuovamente la voce indigena è tornata a farsi sentire con gli stessi drammatici toni usati all'epoca. Lo scorso 21 settembre nella zona dell'altipiano a nord di La Paz, Bolivia, le comunità indigene Achakachi, Huarina e Warisata hanno dichiarato «guerra civile» al governo boliviano, alle transnazionali ed al modello neoliberista. In tempi di black out energetico, fanno rabbrividire le scelte compiute dall'opulento occidente che ancora una volta pretende di far pagare il prezzo della propria sicurezza energetica ai popoli del sud del mondo, già derubati da secoli di sfruttamento, schiavitù, colonialismo e guerre. La Bolivia è il secondo paese più ricco di questa risorsa e l'enorme fabbisogno energetico dei paesi del primo mondo ha fatto si che le multinazionali British Petroleum e Repsol YPF mettessero immediatamente le mani sull'enorme mercato potenziale. Parliamo di circa 80 miliardi di dollari nei prossimi 60 anni, per un guadagno di circa 1,3 miliardi di dollari annuali che entrerebbero direttamente nelle casse delle multinazionali europee. Al popolo boliviano rimarrebbero circa 40, o poco più, milioni di dollari annui, che non basterebbero minimamente a pagare i costi sociali ed ambientali lasciati dalle devastazioni compiute dai megaprogetti necessari allo sfruttamento della preziosa risorsa, figuriamoci garantire entrate sufficienti per assicurare un minimo di sviluppo per un paese in cui i livelli di povertà sono i più alti di tutto il sudamerica. In Bolivia, attraverso una legge del 1985 il dittatore Banzer aveva privatizzato tutte le attività dello Stato. L'ultima era proprio il gas ed a questo si oppongono tutte le organizzazioni sociali, indigene e sindacali, che organizzano in questo momento la più importante battaglia contro il neoliberismo e lo strapotere delle multinazionali in America Latina. La protesta, dunque, parte da molto lontano ed è sedimentata nel percorso di lotta portato avanti dalle comunità indigene e contadine della regione che occupa il cuore dell'America Latina e intreccia le sorti delle strategie e delle scelte compiute dalle multinazionali del settore energetico. (continua)

Mer, 10/01/2003 - 12:11 Collegamento permanente
anonymous (non verificato)

La linea divisoria che separa la società indigena dominata e la società minoritaria dominante, è la stessa linea che separa la richiesta di diritti della società globale dalle necessità di bilancio delle transnazionali dell'energia. La ribellione indigena punta ad unire tutte quelle lotte portate avanti in nome della dignità. Su questo punto, la dignità, i dirigenti della «Coordinadora de defensa del gas» sono stati chiarissimi: non faremo un passo indietro. La popolarità del presidente boliviano Sanchez de Lozada, un miliardario che ha fatto le sue fortune grazie allo sfruttamento delle miniere di Oruro e Potosì, è al 9%. Sono solo gli apparati dell'esercito e l'Ambasciata Usa a tenere ancora in sella l'uomo che si è sempre vantato della sua devozione a Washington. Non si comprende ancora quali saranno le scelte che faranno stanotte i militari e gli strateghi «dell'ambasciata» di fronte alle richieste inequivocabili della «Coordinadora»: o se ne va Lozada o rinazionalizzate il gas. In un paese in cui un indigeno Aymara, Evo Morales, potrebbe diventare presidente ed in cui i movimenti hanno già sconfitto a Cochabamaba la multinazionale Usa Bechtel (quella dell'Iraq), che aveva privatizzato l'acqua aumentando le tariffe sino al 300%, tutti gli scenari possono aprirsi da questa notte in poi. La posta in gioco è molto più alta e quanto accade in queste ore in Bolivia riguarda non solo la nostra società, il nostro stile di vita, i nostri consumi energetici ma riguarda soprattutto le prospettive dei movimenti. Quello che non poteva essere nemmeno pensato, in molte aree di conflitto assediate da pozzi, tubi e fucili viene oggi sperimentato nella pratica. Pare ricacciata nel tempo la paura che bloccava prima le braccia e poi l'immaginario.

Fonte: il manifesto

Mer, 10/01/2003 - 12:12 Collegamento permanente