Viaggio lungo il Po in bicicletta, appunti di viaggio


Viaggio lungo il Po in bicicletta, appunti di viaggio



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Autore: 
Antonio Preto

Una serie di motivi mi porta a realizzare questo viaggio in solitaria, senza gli abituali compagni di viaggio. L’idea ce l’avevo da tempo: mi aveva colpito la lettura di un resoconto sullo stesso percorso di una coppia di Ferrara nel 1997, e la scalata al Pian del Re l’avevo abbozzata, senza poterla concludere, qualche anno fa, e si sa, in questi casi la tentazione rimane. È la mia prima esperienza di viaggio in solitaria, e un percorso per la maggior parte pianeggiante, sempre a pochi chilometri da centri abitati e dalla linea ferroviaria, mi è sembrato rassicurante. Presa la decisione, l’organizzazione mi porta via solo pochi giorni.
Parto leggero di animo e obiettivi: ho con me un discreto elenco di alloggi di possibili posti tappa, un elenco di treni con trasporto bici in caso di eccessiva pioggia o stanchezza, e molte idee e curiosità su posti da visitare. Non mi pongo l’obbligo di fare tot chilometri al giorno, di farla tutta in bici o di arrivare per forza fino al Monviso. Questa leggerezza mi aiuterà a viaggiare sereno, senza "ansie di prestazione". Si rivelerà uno degli aspetti migliori del viaggio, quello che mi consentirà di programmare in corso d’opera la tappa del giorno, quanto mi farà portare a termine gli oltre ottocento chilometri del viaggio senza patemi.
Nelle settimane prima della partenza vengo colto da un brutto caso di meteopatologia compulsiva che mi porta a consultare le previsioni più volte al giorno e che si placa solo negli ultimi giorni, a fronte dell’instaurarsi dell’anticiclone. Il tempo, a differenza degli ultimi viaggi, mi sarà amico per tutto il viaggio.
Parto l’ultimo sabato di agosto, con le borse preparate di fretta il giorno prima, e (naturalmente) troppo cariche.

I tappa: Vicenza - Revere (109 km.)
Mi accompagnano nei primi chilometri, fino a Costozza, Ruggero e Marilina, mentre incontriamo Mirco, che mi accompagnerà fino a Cologna, qualche chilometro avanti. Loro sono già all’aperitivo e agli spunciotti, io mi accontento di un semplice caffé; parliamo dei loro prossimi progetti ciclistici, dell’idea della Sardegna e una tre giorni in Valsugana. Parliamo del mio completo nero e rosso, del tempo e dei chilometri che mi attendono, e farciamo con un po’ di battute in libertà.
Proseguo con Mirco lungo la riviera berica; sono le mie strade e non ho bisogno di orientarmi. Dalla rotatoria di Orgiano una strada tranquilla ci porta a Cologna Veneta, con un vento contrario che sta montando pian piano. Ci fermiamo ad un bar: bevo e mangio un gelato, il panino l’ho già mangiato qualche chilometro prima. Saluto e ringrazio Mirco per la compagnia e parto solo; il viaggio vero e proprio è come cominciasse ora.
Le prime indicazioni chieste al barista mi indirizzerebbero ad un lungo stradone adatto al traffico pesante, oggi deserto, ma mi basta un’occhiata alla cartina per individuare delle strade secondarie di campagna in direzione Legnago: Miega, Minerbe, San Vito. Qualche airone si alza al mio passaggio dai fossati ai lati dei campi di mais, il vento è costante e contrario, velocità di crociera intorno ai 18-20 orari. Poi tocca ai lunghi rettilinei del Polesine, tra campagne all’apparenza deserte. La natura si manifesta solo con gli animali schiacciati dai camion e dalle macchine: grumi di carne e sangue, pelli incartapecorite, o semplici scie scure che svaniscono pian piano. Vento teso, a raffiche, mi fa scalare a tratti su rapporti da salita e non mi fa superare i 16 orari. Procedo per circa un’ora così, faticando non poco e centellinando l’acqua della boraccia, con il profilo della centrale di Ostiglia che mano a mano si fa più definito e mi rassicura sulla direzione presa. Campi di mais, soia, pomodori, angurie, grandi fattorie ad intervalli regolari. Il traffico è quasi assente, nessun camion, poche le macchine che però sfrecciano sparate.
Il paesaggio ha una piccola variante a Torretta, dove supero il Canal Bianco, ampio canale nato per il trasporto merci ma, credo, utilizzato solo ad uso irriguo.
Salgo sull’argine a Bergantino, il Po è ancora lontano, nascosto tra i pioppeti dell’area golenale. La svolta a destra ha un suo piccolo significato, prendo infatti la direzione verso ovest che seguirò per tutta la settimana. Spero inutilmente che la svolta mi regali un vento più clemente, ma è una speranza vana: il vento è sempre più e mi fa stringere i denti. Vento, asfalto scabroso e gola secca sono quanto ricordo di questi ultimi dieci chilometri.
Il Po lo vedo a Melara, un bel controluce con lo sfavillio delle onde, come fosse il mare, con anche un po’ di spiaggia. Gabbiani ed aironi in volo, sagome nere contro il sole, lottano contro il vento contrario, con risultati migliori dei miei. Quando passo sotto i camini della centrale e imbocco il ponte, sulla stretta corsia pedonale, la prima tappa può dirsi conclusa. Sono assetato, stanco e lievemente scottato dal sole.
Revere è un bel paese, con un piccolo centro e case piacevoli, basse; i portici e un palazzo/torre ad arco con orologio mi ricordano le architetture della Serenissima, mentre il palazzo ducale e la chiesa dalle facciate in mattoni (che guardano, come ovvio, all’argine), hanno un aspetto diverso. L’unico edificio che supera in altezza l’argine maestro è la cisterna dell’acquedotto.

II tappa: Revere - Sabbioneta (72 km.)
È una delle giornate più belle, per molti chilometri sull’argine maestro, quindi nella campagna mantovana, fino all’importante meta di giornata.
Parto presto, alle otto sto già riattraversando il ponte, attento alle basse spallette pedonali (l’idea che uno scarto della bici possa farmi fare un tuffo sul Po non sembra così peregrina) e mi riporto sulla sponda sinistra. Ad Ostiglia non scendo neppure, e imbocco l’argine pedalando leggero. È domenica mattina e la gente ne approfitta per passeggiare; saluto quasi tutti, ricambiato con maggior o minor entusiasmo. L’aria del mattino, complice un sole velato, nella prima ora di viaggio è fresca, quasi fredda, ma il vento di ieri è scomparso del tutto, e le cime dei pioppeti, che si dominano dall’alto dell’argine, sono immobili.
L’aria è tersa e lascia andare lontano lo sguardo fino alle Alpi. Si distinguono facilmente la schiena del monte Baldo, l’altipiano di Asiago, il monte Cengio, più vicino il profilo dei colli Euganei; dietro, un profilo di vette innevate, forse il gruppo dell’Adamello. Verso sud gli Appennini sono una sagoma indistinta tra la foschia.
Il percorso d’argine prosegue per una cinquantina di chilometri, fino all’immissione dell’Oglio. Diversamente da quanto si può pensare il Po si vede solo a tratti, quando il suo corso si avvicina all’argine. Bisogna considerare che l’area golenale, tra argine e argine, è molto ampia, come minimo un chilometro in prossimità di alcuni ponti, fino ad 8-10 chilometri in certi tratti, all’immissione degli affluenti; il corso del fiume serpeggia nell’area golenale tra pioppeti e campi di mais, soia, estrazioni di ghiaia, "morte" o le poche aree incolte.
Qui l’argine maestro è molto alto, una sorta di piramide in tre gradoni che domina dall’alto alberi, case, chiese, palazzi. Dall’argine i paesi si vedono dall’alto. I paesi, le fattorie o le chiese isolate guardano al fiume e si mostrano al ciclista in viaggio. Le strade arginali sono, almeno fino a Cremona, una continua pista ciclabile, percorsi solo da qualche mezzo autorizzato (raccolta latte, qualche mezzo agricolo, auto di residenti) e ben indicati. L’uso degli argini come percorsi ciclabili di trasferimento tra i paesi è ben noto agli abitanti del Polesine e della bassa padana. Le indicazioni sono utili non tanto per la direzione da seguire, banale, ma perché indicano a quale paese si è arrivati, cosa non semplice da capire dall’argine.
Quello che manca è l’ombra, ma oggi non serve: anche se l’aria si è fatta più calda nel corso della mattina, posso pedalare anche nelle ore centrali della giornata, e si è invece alzato un leggero venticello a favore che porta senza sforzo l’andatura intorno ai 22-24 orari.
Oggi ci sarebbe da fare un’importante deviazione fino a San Benedetto, per visitare la famosa abbazia, che ho però già visitato anni fa, e che quindi salto.
Attraverso il ponte di barche sull’Oglio, che mi fa risparmiare una quindicina di chilometri, prima di addentrarmi sulla campagna mantovana. Questo ponte è stato un paio di anni addietro luogo di uno dei peggiori momenti di scoramento ciclistico che ricordi. Arrivavamo da forse due ore di pioggia continua, con vento a raffiche, e quando siamo saliti sull’argine convinti di poter attraversare il fiume, non abbiamo visto che una strada che si inabissava nell’acqua e dei barconi sfondati che a malapena non venivano portati via dalla corrente in piena. Ora invece il ponte è stato riparato e posso attraversare il fiume sulla traballante pavimentazione in legno.
Da San Matteo delle Chiaviche prendo una strada bianca, segnata in cartina come strada sterrata di grande comunicazione, che si imbocca quasi nascosta tra due edifici, due torricelle, come un posto di passo. La strada è ben battuta e vado a buona andatura senza problemi. Dopo un paio di furgoni e un camion rimorchio non incontro più nessuno, la strada che prosegue tra i campi. Torno ad alzare qualche pacifico airone e scorgo un falco, credo un’albanella. Prima dell’arrivo a Sabbioneta bella la parrocchiale di Villa Pasquali, con campanile e facciata in mattoni; merita una sosta per una vista almeno dall’esterno.
Arrivo a Sabbioneta nel primo pomeriggio, in tempo per godermi un po’ di struscio domenicale e la visita guidata, e anche di una breve passeggiata attorno alle mura. Non mi dilungo sulle bellezze di questa ‘città ideale’, nata e morta con il suo sovrano, fusione di suggestioni della Roma antica ed architetture rinascimentali e neoclassiche. Si trovano facilmente informazioni dettagliate e qualificate nelle guide turistiche, da parte mia, per quanto vale, posso testimoniare la bellezza e la suggestione del borgo, anche se l’ho trovato un tantino ‘laccato’.

III tappa: Sabbioneta - Busseto (110 km.)
Oggi sfondo i cento chilometri grazie a vari errori di percorso, in parte dovuti a mie distrazioni, in parte gentile omaggio di errate indicazioni da parte dei locali. Comincio partendo distratto la mattina e sprecando quasi mezz’ora di aria fresca girando a vuoto attorno a Sabbioneta.
I primi chilometri veri sono un po’ stressanti per il traffico, fino al paese di Casalbellotto, dove una provvidenziale ciclabile a bordo strada mi fa procedere con più tranquillità. Qui sono a qualche metro dall’argine, ma una transenna in centro al paese, che avrei potuto passare senza problemi, mi porta fino a Fossacaprara. Qui un’indicazione chiesta al volo mi fa andare nella direzione sbagliata, praticamente tornando sui miei passi, per qualche chilometro. Volto la bici e trovo indicazioni attendibili da un anziano che trasporta in carriola un carico di canne di fiume, raggiungendo l’argine, parte asfaltato parte ghiaiato. Arrivo pulito fino a Viadana. Non entro in città (una delle tante visite mancate), ansioso di passare il ponte sul Po, che un po’ mi preoccupa. Me la cavo grazie alla passerella pedonale, sufficientemente larga per bici e borse. Bene così, perchè il ponte è di oltre due chilometri e i camion, anche se non sono tanti, sfrecciano a tutta velocità, e invece così posso anche fermarmi un attimo a vedere il fiume dall’alto.
Visito frettolosamente, quasi senza smontare di sella, Brescello. Un viaggio sul Po non poteva prescindere da questa visita, un po’ didascalica a volerlo dire: il bar Don Camillo, il bar Peppone, il museo, il monumento di Peppone e il monumento di Don Camillo... Non trovo la campana ma vedo (sarebbe impossibile non vederlo) il famoso carroarmato con la stella rossa. Detto questo, forse per l’ora, Brescello è vivace, un paese vivo, con i tavolini dei bar frequentati, signore in bicicletta con le sporte della spesa, e un discreto traffico di paese.
Riprendo l’argine ai Mezzani, un percorso ciclabile ben indicato dai cartelli "percorsi Parma-Po". Qui l’argine contiene entrambi i fiumi, che per qualche chilometro corrono nella stessa area golenale. Immagino che ci siano altri argini tra qui e il corso del Po: le case, i paesi, sorgono quasi indifferentemente a destra e a sinistra, e visto che per molti chilometri non si vede né il Parma né il Po, la sensazione è di correre su una ciclabile sopraelevata dal percorso arbitrariamente tracciato in mezzo alla campagna. L’argine ha delle volte improvvise, con curve secche ad angolo retto (o anche più strette) che non mi spiego.
A Colorno mi fermo solo un attimo, per un boccone e rifornimento d’acqua. Per mia ignoranza non so nulla del paese, e seguo incuriosito le indicazioni per la reggia. Chi conosce reggia e parco di Colorno può immaginare il mio stupore a trovarmi di fronte a tanta inattesa bellezza. Vedo tale meraviglia solo da fuori, da una panchina che gode dell’ultima ombra, prima che il sole implacabile di mezzogiorno mi obblighi a ripartire.
Arrivo a Gramignazzo accaldato e affamato. La trattoria, rinomata per il pesce di fiume, appare deserta, e a poco servono le mie disperate esplorazioni in cerca di entrate secondarie. Paese deserto, bar ed alimentari chiusi, la vedo mica tanto bene... Per chiedere un’indicazione praticamente entro in cortile di una casa privata. La signora è comprensiva e perdona l’intrusione, quindi mi indirizza bene a una trattoria per operai, dove mangio semplice, bene e a poco. Ambiente familiare (cuoca e cameriera che giocano con i bambini tra un cliente e l’altro), e clienti (pochi vista la stagione) che si conoscono per nome. Registro la lunga chiaccherata con Isabella, che mi chiede del mio viaggio e con cui parliamo di Gargano, Umbria, Parma ed altri posti visitati e da visitare. Decido di non entrare a Cremona, meta progettata di giornata, per un’improvviso disgusto di traffico, e prenoto un B&B a Busseto.
Dopo una lunga pausa per far sfogare il sole, che oggi è più cattivo del giorno prima, continuo lungo l’argine, con le stesse sensazioni della mattina, con il Po lontano, e l’argine ancora perso nella campagna. Media buona e pedalata sciolta, per gioco provo qualche scatto quando incontro i cartelli di limite di 30 orari, giusto per infrangere il divieto.
A Busseto arrivo nel tardo pomeriggio. Molti ciclisti urbani a rallegrare il paese, bello. Giro un po’ a vuoto per trovare il B&B, intestardendomi a non chiedere informazioni (chissà perchè). Il posto è un po’ fuori: casa di campagna con cani bonari, gatti, oche e galline e ospitalità alla buona. Visto che dopo gli oltre cento chilometri di oggi la bici non ho proprio voglia di usarla, devo farmi una mezz’ora di camminata fino in paese per mangiare un boccone: all’andata approfitto dell’ultimo sole per individuare case e fattorie con cani e al ritorno vi passo davanti in punta di piedi.
L’ho pensato solo dopo, cartografia alla mano: in tre giorni e in quasi trecento chilometri ho fatto la bellezza di un metro di dislivello, dai 39 m. di Vicenza ai 40 di Busseto.




IV tappa: Busseto - Badia Pavese (108 km.)
Dopo una colazione veramente fuori dall’ordinario (complimenti per le torte), le prime pedalate sono all’ombra degli alberi nella bella strada che porta a Villa Verdi. Non ho in programma la visita, ma mi fermo per uno scorcio esterno di questa bella villa di campagna, comunque chiusa a quest’ora. Questa prima mezz’ora di bici la prendo con calma, per fare un piccolo carico del fresco della mattina: la giornata si presenta subito soleggiata e promette gran caldo.
Ritrovo l’argine a Stallone, qualche tratto in ghiaia, poi per stradine di campagna, tra frutteti e fattorie. Mi supera un gruppo di pensionati stradaioli, che si fanno annunciare da una cantata di romanze napoletane, con cui scambio qualche parola, scoprendo che il percorso ciclabile mi potrebbe portare fin quasi in centro di Cremona. Io già da ieri ho deciso di non visitare la città, e seguirò un altro percorso.
Le indicazioni del percorso ciclabile, che seguo in maniera acritica, mi riportano verso l’interno, a Villanova sull’Arda, con le successive indicazioni verso Soarza, nuovamente verso il fiume. Questi zigzag, penso, mi fanno perdere un sacco di strada e tempo, e decido di tagliare l’ansa del Po, affrontando tre chilometri di strada trafficata fino a prendere una larga strada bianca, deserta e desolatamente dritta. Poi una botta di culo: la strada secondaria diretta al ponte di San Nazzaro è chiusa al traffico di camion e con limite trenta orari perché gravemente dissestata (ampie gobbe sull’asfalto, ciclisticamente innoque), regalandomi una decina di chilometri di strada praticamente tutta per me, a tratti ombrosa. All’orizzonte, semi nascosto da una cortina di pioppi, si intravede il sarcofago della centrale di Caorso.
Dopo il ponte imbocco sulla sinistra la strada che porta all’argine. Qui non ci sono percorsi ciclabili tracciati, e la strada si inoltra in zone semi abbandonate. Dopo poche centinaia di metri la strada è sbarrata, e l’unico autista incontrato nei dintorni non mi sa dare indicazioni di sorta. Invece di andare in cerca di avventura preferisco tornare sulla principale fino a Meleti e ricercare le strade di argine a Caselle Landi, che raggiungo con una strada di campagna a due corsie, sopraelevata di qualche metro sui campi. Comincia a fare caldo e sento le prime avvisaglie di stanchezza. Caselle è un paese che mi piace subito, che mi pare accogliente. La gente mi dà volentieri indicazioni, dicendomi anche che potevo tranquillamente superare la sbarra al ponte e arrivavo qui pulito. Scopro anche che se l’avessi fatto avrei probabilmente incontrato una coppia di cicloturisti veneti passati da poco e diretti in senso opposto, un incontro mancato. L’argine, anche se meno imponente che nel Polesine, è ancora troppo alto per beneficiare dell’ombra dei pioppeti, se non per qualche albero isolato più alto degli altri. Ricordo spiacevolmente quelche chilometro fatto a vento contrario e un asfalto a volte brutto, quasi uno sterrato, assolato.
Capisco che non è la giornata migliore: il panino di Caselle non mi dà l’energia che speravo, e il sole mi infastidisce. A sera scoprirò una fastidiosa scottatura alla caviglia, e alla spalla sinistra, in punti che non avevo adeguatamente protetto.
Orientandomi un po’ con il sole e con la cartina lascio l’argine per tagliare qualche chilometro dell’ansa di Piacenza. Per una distrazione mi trovo in una zona abbandonata sotto il viadotto autostradale, la strada che dovevo seguire è pochi metri più in là. Ci sono una paio di baracche fatiscenti poco avanti. Volto lentamente la bici cercando di non far rumore e dò un paio di pedalate per allontanarmi. I due cani che mi si lanciano dietro non fanno neppure tempo ad avvicinarsi e abbandonano l’impresa.
Passo l’ora più calda del giorno a San Rocco, al bar, ma parto comunque presto: mi aspetta qualche chilometro di via Emilia e voglio anticipare i camionisti. Dopo forse un duecento metri, sulla sinistra si stacca l’argine... che però non posso prendere per una transenna che sbarra l’accesso. Peccato; fortunatamente i 3 chilometri fino alla rotatoria di Guardamiglio non mi procurano problemi. Evito (ormai ho imparato la lezione!) un’indicazione sbagliata che mi porterebbe a Somaglia, confermando, se di conferme avessi bisogno, l’impressione che la gente poco conosca dei posti dove abita. L’argine lo riprendo nei pressi di Vallorìa. A tratti è asfaltato e a tratti ghiaiato, con qualche punto pieno di buche ma sempre percorribile. È uno dei tratti di argine che ricordo più bello, in zone di aperta campagna, solitario e con il Po che si fa vedere con parsimonia, più blu dei giorni prima, lungo la grande esse che si percorre fino all’imbocco del Lambro. I paesi, non più addossati all’argine come nel Polesine, si vedono di lontano, e mi oriento solo con la posizione del sole, peraltro con buoni risultati.
Faccio fatica in questi chilometri: le gambe tenderebbero, nella stanchezza, a cercare di forzare, o a fermarsi del tutto, e devo pazientare per trovare una pedalata pulita, leggera, che non mi molli a metà strada, e a resistere alla tentazione di fermarmi ogni minuto. Riesco a superare questo momento di difficoltà e quando verso le cinque del pomeriggio individuo di lontano un paese che intuisco essere Orio Litta, capisco che non avrò problemi a giungere fino a Badia.
Il tratto di argine lungo l’immissione del Lambro è sterrato, mediamente scorrevole, bello. Un anziano in bici mi conferma l’identificazione di Orio Litta (altra visita mancata) e mi dà le dritte giuste per riprendere l’argine nel versante opposto. Le indicazioni sono precise (di un ciclista mi fido); entro a Lambrinia superando una brutta zona di case, una sorta di dormitorio di villette, alcune ancora in scheletro, una specie di periferia urbana in stile meridionale, o almeno così pare a me. Una stretta discesa (due laconiche e isolate indicazioni "Via Francigena" fanno sorridere) mi riporta allo sterrato sull’argine del Lambro, fino alle chiuse di Bosco/Alberone.
L’agriturismo di Badia, dove conto di mangiare prima di buttarmi a dormire, ha però turno di chiusura settimanale in cucina; in paese le due trattorie sono chiuse per ferie e i paesi vicini (Chignolo e Pieve, che raggiungo per sopralluogo) sono collegati da una strada trafficata e che giudico impercorribile in bici in notturna. Me la caverò con pane, pecorino e frutta, sotto un maestoso e profumatissimo tiglio, bene così.
L’agriturismo è in una splendida, grande fattoria, di cui rimane in attività la stalla, in una zona ricca di alberi maestosi, piantati dal papà. Scambio qualche parola con Elena (che contemporaneamente deve badare a due bambini) una delle sorelle che gestisce camere e cucina, preoccupata per il proliferare di capannoni e centri commerciali. Le dico che è quanto è successo in molte parti del nord-est. Lei si batte per come può, attraverso un comitato cerca di fare pressioni in Provincia, ma la lotta è impari. Una lamentela anche per il poco turismo, i suoi clienti sono soprattutto per lavoro o per il vicino ospedale di Pavia. Un complimento lo merita, oltre all’impegno e all’ospitalità, anche per la straordinaria marmellata di pere, e un ringraziamento per avermi fornito un minimo di materiale per una sommaria pulizia della bici.
Dormo come un bambino il sonno del giusto; a parte il conciliate canto dei grilli il silenzio è assoluto. Per domani, ho già deciso, giornata leggera con visita a Pavia, dove non programmavo di entrare.

V tappa: Badia Pavese - Sommo (65 km.)
Detta e pensata, la tappa è di riposo, anche se mi costa una giornata di viaggio in più, ma è un costo che sosterrò volentieri. Parto a metà mattina. Subito sull’argine, prima in asfalto, ma presto sterrato per 4 o 5 chilometri; supero varie sbarre e procedo piano, anche perché le gambe non mi danno di più, come ingessate dalla fatica di ieri. San Zenone, Spessa sono due paesi nell’area golenale del fiume Olona dove mi fermo per rifornimento, ritmi lenti da paese di provincia, nelle botteghe le due chiacchere con il cliente sono comprese nel servizio, e chi sta dietro attende partecipando al dialogo. Contribuisco alle chiacchere, declinando le offerte di farmi passare avanti. Molti bambini. Quest’atmosfera tranquilla, da paese in eterna villeggiatura, è una delle cose che più mi piacciono in questi viaggi ciclistici, sempre alla ricerca di paesi e strade secondarie.
A Belgioioso avrò percorso non più di 20-25 chilometri ed è già un’ora buona per mangiare un boccone. Il castello però è chiuso per restauri, il capo cantiere mi consiglia di passare tra un paio d’anni. Il borgo è animato e con il traffico conseguente dal passaggio in centro della provinciale diretta a Pavia, di cui si sente già la forza di attrazione. Non individuo una panchina all’ombra che mi soddisfi e il rumore del traffico, un normale traffico di paese, mi infastidisce. Proseguo in direzione San Giacomo in Cerreta; è indicata come località da visitare nella mappa e mi pare fuori mano. Tratti di discesa e salita (!) e un tratto di strada bianca mi portano in una zona boschiva, fresca, fino allo scalcinato, illeggibile cartello di località. Da visitare c’è la piccola chiesetta (oratorio) dalla facciata in cotto decorato e dal bel portale in arenaria, all’interno, scoprirò nelle guide, dei notevoli affreschi, che non visito visto che la porta è sbarrata e non c’è anima a cui chiedere. La facciata è comunque molto piacevole. Pranzo con panini e frutta sotto l’ombra dei pini e sotto una discreta pioggia di resina.
Visto il fresco e i tempi comodi varrebbe la pena prolungare la sosta, ma anche oggi voglio superare il tratto di statale anticipando il traffico, e mi incammino nel primissimo pomeriggio. Ipotizzavo una breve deviazione per passare in andata e ritorno il ponte della Becca, ma rinuncio, pentendomene più tardi. A Pavia entro senza problemi, un paio di svincoli deserti, attraverso il quartiere di San Pietro.
Il pomeriggio è dedicato alla visita, in verità un po’ distratta, alla città. Mi piacciono soprattutto la chiesa romanica di San Michele (che deve essere piaciuta molto anche ai pavesi, visto che l’hanno rifatta quasi identica a San Pietro in Ciel d’Oro) e la prospettiva della Via Nuova. Una mezza delusione il ponte coperto, che scopro (per mia ennesima mancanza) essere una ricostruzione del dopoguerra. Il palazzo universitario lo vedo solo di fuori, in sella alla bici.
Esco facile dal traffico, prendendo le strade arginali del Ticino in direzione Travacò e Mezzano Siccomario, sono a Sommo con le prime luci calde del pomeriggio inoltrato. Sommo è un bel paese che, come dice il nome, è cresciuto sul crinale di un colle, le case, le cascine, allineate sulla strada. L’altezza è modesta, quanto basta però per far spaziare lo sguardo intorno e farmi ammirare, sbirciando tra le case, un bel tramonto. I cartelli indicano direzioni per le principali località ma anche, numerosi, la direzione delle cascine, sparse nelle campagne.

VI tappa: Sommo - Casale Monferrato (80 km.)
La giornata di oggi l’ho studiata in tutte le salse prima della partenza, senza grandi soluzioni. Immaginavo, come poi si verificherà, che le strade arginali non sarebbero state percorribili, e la tappa si preannuncia di trasferimento, a combattere con il traffico. Me la caverò bene invece, senza patemi particolari, e qualche trovata più o meno indovinata.
Fino a Pieve Albignola seguo strade di campagna e qualche tratto di argine sterrato, senza trovare traffico, se non qualche camion diretto alle cave di ghiaia, che avrei paradossalmente evitato prendendo la provinciale a Zinasco, visto che la cava è proprio nella strada secondaria che vado a cercare. Lungo rettilineo con forte vento contrario, ma le gambe girano molto meglio di ieri.
A Pieve mi fermo per un caffé e a caccia di informazioni. Il bar è di fronte al semaforo. Quando scatta il verde una fila di camion parte rumorosa e puzzolente. Gli anziani seduti nei tavolini guardano il traffico e respirano lo smog, le chiacchere obbligatoriamente interrotte fino al rosso successivo. Scopro non esserci alternativa alla provinciale fino a Sannazzaro e che i camion abbondano per via della raffineria, le cui torri svettano all’orizzonte.
Fatto passare il traffico del semaforo mi butto in apnea cercando di tirare ai 24-26 orari. Mi va di lusso, e fino allo svincolo di Sannazzaro non trovo traffico. In direzione del ponte, incredibilmente, una pista ciclabile mi accompagna per un paio di chilometri. Imbocco facile la strada per Pieve del Cairo, larga, pensata per il traffico pesante, ma quasi deserta, forse un camion o due. Potrei seguire questa ma vista la noiosità del percorso, ravvivata solo da qualche sparuto airone e qualche garzetta che si alzano al mio passaggio (non ho mai capito perché si spaventino dei ciclisti e non dalle auto), decido di raggiugere l’argine per un’occhiata. Fondo ghiaiato ma scorrevole, un’automobilista di passaggio mi rassicura: arrivo filato a Pieve. La strada d’argine, invece, continua fino a degli stabilimenti industriali e al ponte dell’oleodotto, e dopo poche centinaia di metri sparisce tra l’erba e gli arbusti. Prendo una carrareccia ai piedi dell’argine ma mi abbandona anche questa. Bene: sono perso tra i campi. Non ho voglia di tornare nei miei passi, e anche se la cartina non mi dà indicazioni rassicuranti, mi incammino, bici alla mano, tra sponde dei fossi e margini di campi coltivati. Gli dei del ciclismo mi sono favorevoli: una traccia mi porta, dietro una siepe, alla prima strada di campagna, a un paio di chilometri da Pieve.
Da qui la strada secondaria che seguo attraversa tre bei paesi, Gambarane, Suardi e Frascarolo, senza particolari attrazioni turistiche, ma ancora accoglienti e dai ritmi lenti e familiari. Molto bello in particolare Frascarolo con una bella parrocchiale e un piccolo castello privato. A Gambarane invece avevo visto una strana parrocchiale con una facciata con mosaici moderni, coloratissimi e naif. La gente è cordiale e scherzosa, si prende e mi prende in giro e scherza in piazza. Mi chiedono del mio viaggio e, per la prima volta, evocano il fantasma della foratura con la classica domanda: "ma come fai se fori?".
In questi paesi dispersi incontro un cicloturista perfetto, in pausa sigaretta. Lo inquadro di lontano: bici da corsa nera, borse anteriori e posteriori, tenda e sacco a pelo, fisico e abbronzatura da lunghi viaggi. Gli stringo la mano dicendogli "complimenti". È di Bolzano, un nome tipo Heinrich, o simili. Torna da un viaggio di un mese: ha passato le Alpi, attraversato la Francia fino all’Atlantico, oggi deve arrivare a Piacenza e tra quattro giorni riprende il lavoro; "Quanti?" gli chiedo "chilometri?" "e cosa senò?". Fa spallucce "penso sui tremila", indifferente (anche se il computer di viaggio fa bella mostra di sé sul manubrio). La tranquillità in persona, ma fa una smorfia commentando la durezza delle colline di Torino e del Monferrato, il percorso che devo fare domani. Grazie dell’incoraggiamento!
Passo pulito il ponte di Valenza con l’ormai consueta tattica dell’una e raggiungo Casale lungo un percorso di strade secondarie, attraverso i paesi di Bozzole, Valmacca, Frassineto. Tanto mi erano piaciuti i paesi attraversati prima, tanto questi mi paiono anonimi, privi di vita, dormitori di seconde case. Provo a prendere l’argine (ormai più basso delle cime del mais), in ghiaia, che trovo noioso. Quando penso di essere nei pressi di Frassineto scendo e seguo una strada secondaria verso il centro abitato. Di fronte una fabbrica chiusa due cani mi si parano davanti in posizione di attacco. Li punto senza esitazioni, accelerando secco. Non sono convinti, e più bonari di quanto sembravano, e li evito senza problemi con una piccola schinca. Nessun problema, però qualcuno mi dovrebbe spiegare perché, se la fabbrica è chiusa, i cani da guardia sono fuori dal cancello...
Fuori Frassineto mi affianca un ragazzo, avrà 14 anni, per due parole. Gli spiego da dove vengo, quanti chilometri al giorno, sembra interessato. Mi dice che con gli amici anche lui fa un po’di bicicletta, ma ora che hanno il patentino per la moto quasi non va più... "Non mi pare una buona scusa per non usare più la bici", gli rispondo, ma avrei dovuto dirgli che chi va in bici ha le palle, forse mi avrebbe capito meglio. Mi lascia quando incrocia un’amica che lo saluta sorridendo.
Di Casale mi piace il disordine delle vie e delle piazze del centro storico, anguste, sghembe, che nascondono la facciata del Duomo e dei palazzi, il profumo dei crumiri che esce dai forni, il clima e la parlata già piemontese, la strana facciata del Duomo (belli soprattuto i due campanili) e il palazzo del Comune. Non posso invece visitare la Sinagoga, chiusa per restauri.




VII tappa: Casale Monferrato - Torino (104 km.)
So dall’inizio che oggi sarà dura. È la prima tappa in cui troverò salite, salite vere: il percorso nervoso del Monferrato e l’ascesa finale alla collina di Superga. Prima di partire, senza particolare studio, avevo tracciato un percorso per vie rigorosamente secondarie, lungo tutta una teoria di paesi, attratto anche dai nomi particolari. Qui i paesi si chiamano Ottiglio, Moncalvo, Cocconato, Moransengo, Vezzolano, ma anche Vignale, Cinzano, Asti. Ieri, studiando con più attenzione il percorso immaginato mi sono accorto che prevedeva ben sette scollinamenti, troppi per le energie residue, che sento in riserva, e ho ridisegnato il programma del giorno.
Uscendo da Casale, seguendo il corso del Po, si potrebbe percorrere l’ultimo tratto di argine. C’è infatti un ultimo accesso, con un cartello del Magistrato del Po, che indica gli ultimi (se ricordo bene) nove chilometri dell’argine destro.
A Torino, e ancora fino a Casale, il Po infatti, prima di trovare la pianura, deve aggirare la collina di Torino e il Monferrato, le cui vallate formano una sorta di argine naturale. A monte di Torino il Po è poca cosa: gli argini ci sono ancora ma sono argini di un fiume mansueto.
Non imbocco l’argine, dal fondo poco promettente, e seguo la strada per Pontestura, in leggera salita, lasciandomi sulla destra un grande stabilimento dismesso, abbandonato. Scoprirò solo poi essere l’ex stabilimento Eternit. La strada è presto libera dal traffico e procede in saliscendi, guardando un poco dall’alto la vallata del Po, che lascerà presto. Rivedrò il fiume solo da Superga.
Trovo, inattesa, una prima salita, per il paese di Coniolo, un 2-3 chilometri al 4-6%, seguiti dalla relativa discesa e da un’altra breve salita. Il paesaggio è già collinare, con i primi vigneti, i profili di crinale e le prime cascine, scure. Nei pressi di Pontestura mi supera una ragazza mora, molto bella, in MB. La raggiungo con la scusa di chiedere qualche indicazione, parliamo un po’ in corsa. O meglio sono io a parlare, lei non si scucisce più di tanto, limitandosi a sorridere ed annuire, confermandomi che dovrò sudarmi le salite nel percorso scelto, e che se cercavo un itinerario facile dovevo fare l’altra sponda, tra le risaie del vercellese. Ci salutiamo al primo caffé.
Per una mezz’ora pedalo in piano, una bella strada tranquilla di valle, poi lo scollinamento di Isolengo. In vetta prendo al quadrivio sulla sinistra, attraversando a velocità ridotta il paese di Pozzengo. La gente è amichevole e mi saluta spontaneamente ed allegramente dalle case, dai cortili. La cortesia della gente sarà una costante di questa giornata in Monferrato, una mezza sorpresa per me che immaginavo i piemontesi di carattere chiuso. In discesa raccolgo un’informazione al volo da due ciclisti sul traffico della provinciale di fondovalle: "vai tranquillo: non ne investono più di 4 o 5 al giorno!". Paesaggio molto bello.
Il tratto di provinciale mi serve a guadagnare una quindicina di chilometri in pianura, un tratto che affronto malvolentieri, non bellissimo, con una sorta di ansia, di impazienza che mi guasta quest’ora di pedalata della tarda mattinata. La breve salita per scollinare alla valle parallela cancella presto questa strana sensazione.
La strada che dovevo imboccare per Cocconato è chiusa; mi aiuta una bella Cocconatese, bionda, suggerendomi i paesi per cui procedere: devo perdere un cento metri di quota e mi aspetta prima una breve salita fino al paese di Banengo, poi un percorso di cresta, un’ulteriore perdita di quota e la salita finale al paese, a 500 metri di quota. "C’è una bella salita, ma la vedo allenato!". Il percorso è molto bello, questi chilometri di Monferrato mi affascinano, una delle cose migliori dell’intero viaggio: li immaginavo coperti di vignali e di villette, ma il paesaggio lascia ampi spazi a prati e pascoli, piccoli boschetti e varie colture. Le strade serpeggiano in un panorama bellissimo, con i paesi raccolti nei crinali, nei cocuzzoli delle colline, scuri di cotto. Una tentazione ciclistica continua.
A Cocconato (bello il palazzo comunale in mattoni, dai gran finestroni gotici) mi fermo per un panino: prima il companatico, penso, poi il pane. Al negozio la signora Anna però, in un eccesso di ospitalità, mi fa perdere un sacco di tempo. La signora Anna infatti non appena mi sente parlare mi vuole intrattenere per due chiacchere, anzi per due ‘ciacole’ visto che lei è di origine veneta, trasferita in Piemonte da oltre 50 anni, e non vede l’ora di sentire qualcuno parlare con cadenza veneta. Il dialetto però non lo parla più. Per trattenermi non esita a sottrarmi di mano le due cose che ho ordinato e rifiuta di farmi il conto. Una cliente di passaggio, gentile e di famiglia, le dà corda (lei però si serve direttamente dietro il banco), e non posso esimermi dal partecipare volentieri a questo clima ridanciano per quasi mezz’ora, il tempo necessario che il panettiere chiuda il negozio; dovrò poi correre in cerca di un’altra bottega aperta per non dover mangiare formaggio solo.
I Cocconatesi del bar in piazza, anche loro giudicandomi dall’aspetto ben allenato, mi consigliano un percorso che immagino bellissimo, attraverso la salita di Albugnano e Vezzolano e un percorso di cresta tutto saliscendi fino a Superga. Grazie a tutti, ma me lo immagino, e preferisco scendere e fare il percorso di fondovalle.
È il primo pomeriggio e non trovo traffico, ma la strada per Chieri è dura, un percorso vallonato che non dà tregua, con continue salitine e discesine e pochi chilometri di vera pianura, in una vallata a tratti chiusa. Il chilometro di salita dura dopo Castelnuovo mi mette in leggera difficoltà. Solo gli ultimi 4 chilometri fino a Chieri sono di pianura, su carreggiata larga e con i primi camion a superarmi.
Da Chieri rimane solo l’ascesa finale a Superga. Esclusa in partenza l’idea di fare i 5 chilometri di statale fino a Pino Torinese, si tratta di imboccare correttamente una delle secondarie che indica la cartina TCI. Per non sbagliare chiedo un’informazione all’impiegata, gentilissima, di un negozio di materiale edile, tra gli sguardi parte divertiti parte perplessi di clienti e titolare.
La strada sale prima dolce fino Baldissero, in un bell’ambiente parte boschivo, parte a coltura e solo moderatamente edificato, diversamente da quanto si potrebbe pensare vista la vicinanza della città. Molto duri alcuni strappi per agganciare la principale per Superga, li affronto piegato sul manubrio nonostante la volantina piccola, ma le enrgie sono ormai in riserva. A forse due chilometri dalla basilica rischio l’unico incidente della settimana: parcheggio la bici in un interno curva ben visibile per una necessità ‘idraulica’, e un deficiente che crede di essere in un autodromo prende la curva strettissima ed evita le borse della bici per una quindicina di centimetri... se le prende mi trascina addosso armi e bagagli. Rimangono da citare solamente le ultime centinaia di metri alla basilica, duri, la mezza delusione per il panorama mancato causa foschia (si riconosce a fatica la confluenza della Dora sul Po, la vaga sagoma della Mole, qualche strada in controluce ed un lontano profilo montuoso) ma anche la soddisfazione di aver raggiunto la prima meta importante del viaggio. Poi la lunga discesa e una decina di chilometri fino alla casa delle mie cugine (che mi ospiteranno per una tre giorni turistica a Torino, bellissima nella luce del tramonto), per i controviali, e lungo il parco del Valentino.

VIII tappa: Torino - Paesana (85 km.)
Da Torino parto verso le nove, sotto un cielo incerto, qualche goccia di pioggia e aria pesante. Per uscire dalla città seguo la ciclabile di Corso Unione Sovietica fino al Parco di Stupinigi. Scoiattoli grigi si rincorrono tra gli alberi e fuggono non appena mi vedono. La facciata della palazzina di caccia è molto bella, con la curiosa statua del cervo: vista cento volte in fotografia mi sembrava impalato, stilizzato, finto, mentre ora sembra colto di sorpresa, un attimo prima di fuggire.
Da Stupinigi a Vinovo e Piobesi seguo delle ciclabili a bordo strada, ma non è un percorso bellissimo: anche se è fine agosto il traffico, calamitato dalla città si fa sentire. Oggi, lo so dall'inizio, sarà un po' così, una tappa senza molta storia per avvicinarmi al Monviso.
Me la cavo meglio nei chilometri successivi, prendendo delle belle strade di campagna per i paesi di Castagnole, Vigone, Villafranca, indovinando anche una bella strada bianca che non era facile individuare nella cartina. A Castagnole entro in pieno funerale, con i rintocchi del campanile che si sentono un bel po’ prima e dopo il paese, e la gente che si raduna in chiesa. Rimando la pausa al paese successivo, dove trovo uno spiraglio di sole e un buon caffé.
Anche qui indicazioni stradali per le singole cascine. Ne ricordo alcune dai nomi particolari: Cascina Buenos Aires, Cascina Addis Abeba.
A Villafranca torno ad avvicinarmi al corso del Po, con vari cartelli indicatori di percorsi ciclabili. Stamattina non sono partito con il miglior entusiasmo: i tre giorni di visita a Torino hanno un poco spezzato il ritmo e non sono stati di gran riposo, quindi non sono in vena di esplorazioni: seguo le indicazioni ciclabili (peraltro ambigue: varrebbe la pena indicare, di tanto in tanto, dove è diretto un percorso e non delle generiche indicazioni "pista ciclabile") solo quando penso mi possano aiutare a trovare strade a basso traffico o quando non ho voglia di consultare la cartina. Questa tattica mi porta però fuori strada un paio di volte, facendomi fare chilometri a vuoto.
Il mio programma prevede di raggiungere Paesana attraverso Barge e quindi la Colletta, ma a Cardè un cartello devia il traffico pesante proprio in quella direzione; cambio in corsa itinerario e mi dirigo verso Saluzzo, cittadina che ho visitato anni addietro con piacere, e che non avevo in programma di raggiungere. Passo il Po su un ponte provvisorio di legno, causa della deviazione, e quindi qualche chilometro in una strada ad alto scorrimento, ma deserta. Non ho voglia di cercare il guado sul Po che porta all'Abbazia di Staffarda e proseguo. Ho solo qualche centinaio di metri di traffico spiacevole, poi prendo per Via dei Romani. Non saprei spiegare il perché, ma la trovo la più suggestiva strada di campagna percorsa in tutto il viaggio; curioso l'imbocco, sotto l’alto porticato di una fattoria.
A Saluzzo il tempo è tornato coperto, anche se non minaccia di piovere, e giro un poco annoiato per le vie del centro, decidendo poi di tirare dritto fino a Revello per un panino. La scelta si rivela poco felice: un lungo stradone anche trafficato e senza attrattiva, che faccio tirando finché ho fiato, per poi mollare nell'ultimo chilometro. Ma è tutta la deviazione verso Saluzzo che si rivela sbagliata: anche la salita fino a Paesana è monotona, con lunghi rettilinei anonimi in lieve salita, mentre la salita di Barge, che avevo fatto anni addietro, è più divertente. Oltrepasso in un paio di occasioni il Po: è un letto di ghiaia con un rigagnolo nel mezzo.
La serata è malinconica come il resto della giornata: il paese è simpatico, più grande di quanto pensassi (praticamente due paesi raccolti attorno alle chiese parrocchiali e divisi dal fiume) e ci sono vari capitelli e cappelle dipinte come si usava nel cuneese. Non c'è gente però, e per trovare da mangiare devo rifugiarmi all'unica trattoria aperta, dove sono l'unico cliente e dove i gestori, forse per un senso di discrezione, mi lasciano solo. Torno presto in camera e alle nove e mezza sto già dormendo.

IX tappa: Paesana - Pian del Re (22 km.)
I riti mattutini del ciclista consistono nel guardare il tempo e verificare che maglietta e calzoncini si siano asciugati nella notte. Bene, il tempo è coperto a rischio pioggia e la roba è ancora bagnata, le premesse non sono delle migliori e sono quasi in dubbio se partire. La signora è però gentile e mi consente di lasciare in "deposito" un po' di bagaglio per affrontare la salita più leggero. Dopo la colazione il tempo si è un poco alzato e parto, non convintissimo, con un'aria fredda.
Conosco i primi chilometri della salita, provata fino a Crissolo qualche anno fa: c'è ancora un tratto di salita leggera, poi dopo Calcinere si comincia a fare sul serio, con un muro, un rettilineo di circa 500 metri duro, che fa passare la voglia. Una macchina e un furgone mi superano in questo tratto, prendendo in piena velocità il rettilineo, ma entrambi sono obbligati a scalare marcia a metà.
Da qui la strada è più bella, si inoltra in un bosco di faggi dai colori già autunnali e nella vallata via via più stretta e scoscesa. In questi chilometri fino a Crissolo le pendenze vanno a strappi, con tratti duri che si alternano a tratti di respiro, fino agli ultimi chilometri che portano in paese, tutti intorno all’8-10%. Il Po è spesso a fianco strada, un torrente carico d’acqua, a differenza del giorno prima. Scoprirò poi che proprio nella zona di Sanfront il Po si inabissa quasi completamente tra ghiaia e sabbia, per poi ritrovarsi in pianura.
La salita è di oltre 20 chilometri, e la prendo con calma fin dall'inizio, dal primo tratto duro uso la volantina piccola e la pedalata più leggera che mi riesce di fare senza girare a vuoto. Fino a Crissolo, salvo una sosta tecnica, faccio una tirata unica, senza particolare sforzo; so però che il difficile deve ancora venire. A Crissolo, paese che vedo solo nella strada principale e che mi dice poco, mi concedo una pausa caffé: mi fermo una ventina di minuti. Ho trovato qualche raggio di sole alternato a nuvole basse, ma non pare intenzionato a piovere. Quando riparto il sole torna a far capolino, ma il Monviso finora non si è visto. La barista, che mi augura una buona ‘scalata’, mi dice che con una giornata così posso sperare solo su una schiarita improvvisa, e mi indica in che direzione guardare nel caso si aprano le nubi; terrò gli occhi aperti per tutta la salita, senza fortuna. Parliamo anche degli arrivi del Giro, ormai di qualche anno prima, della folla che c'era e del tempo, per due anni consecutivi, inclemente. Poi più nulla.
Dopo Crissolo la strada cambia aspetto: la prima rampa, subito stretta e cattiva, mi fa vedere il paese dall'alto, ora bello, i tetti in ardesia, poi qualche chilometro di alterne pendenze, tratti senza protezione, o con una staccionata di legno, fino al limitare del bosco. A differenza dell'altro versante, da questo lato della valle non c'è la fascia delle aghifoglie, e si passa dal bosco di faggi direttamente in ambiente montano, pascoli e roccia, la strada che si arrampica sempre più a fatica: gli ultimi 6 chilometri sono costantemente tra l'8 e il 10 % di pendenza media. Oggi vado bene, piano ma senza fatica: anzi, ogni volta che la strada accenna a una pendenza meno severa riesco a buttare giù un rapporto fino allo strappo successivo e mi alzo in piedi solo per decomprimere. Percorro i chilometri più duri ai 7-8 orari. A Pian della Regina mancano circa tre chilometri, i più belli forse: l'ambiente è di alta montagna, con una conca prima e poi la stretta valle, fischi di marmotte che rimbalzano tra i due versanti, molta acqua e la strada che sale, sempre più stretta, arrampicandosi con lunghe deviazioni nel versante sinistro. Il via vai delle nubi è continuo, e anche se nasconde il panorama, dona un fascino romantico all'ambiente. L'ultimo chilometro la strada spiana, butto sulla volantina media e tiro fino al Piano, dove arrivo quasi in volata. Sono contento ma anche un po' rammaricato, l’arrivo al Pian del Re rappresenta di fatto la fine del viaggio. Il tempo è basso, nubi nere promettono pioggia. Ho il tempo per riempire la boraccia alla fonte del Po (un'iscrizione è posta in modo apparentemente arbitrario su un ruscello con più portata degli altri), di cercare inutilmente di individuare qualche marmotta e di mangiare un boccone, poi le prime gocce mi fanno fuggire.
La discesa la faccio piano: è freddo e devo fare due chiacchere con Vittorio, ciclista 64enne arrivato in vetta con le prime gocce, e che scende con me. È da quando aveva 16 anni che fa ciclismo agonistico ed amatoriale, prima tra i dilettanti, poi ciclocross e ora con le granfondo. È la 15a volta che sale al Monviso, non è contentissimo della media, e in vari punti mi cita un suo ricordo: dove da dilettante ha dovuto appoggiare il piede (ma era dura con il 39 davanti), dove era stato staccato quella volta che si è piazzato secondo... Quando una marmotta ci attraversa la strada mi racconta che in una discesa dal Fauniera si è rotto un femore per una caduta causata proprio dall’attraversamento di una marmotta. Mi parla anche dei due anni vissuti in Australia, delle battaglie con i cani randagi e le vipere, dei lavori stradali fatti da giovane: pala piccone e forza di braccia, e del rimborso avuto per aver lavorato pochi mesi nell’amianto. Lo lascio a Crissolo dove deve pranzare con un amico che ha desistito a metà strada. Recuperate le borse a Paesana mi superano, a velocità doppia, nella strada in discesa.
Di questo viaggio non rimane molto da raccontare: i chilometri di strada incolore fino a Saluzzo, l’attesa in stazione, la notte a Torino e il ritorno in treno non meritano l’interesse dell’occasionale lettore; preferisco chiudere con questa unica fotografia (un grazie a Stefano) a testimonianza del piccolo evento.

(Vicenza, settembre 2008)

NB chi fosse alla interessato a dettagli tecnici (cartine, schede del percorso...) può trovare qualcosa su http://xoomer.virgilio.it/ciclopedia/ oppure contattarmi via mail.





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