Varanasi - terra di misteri e magie


Varanasi - terra di misteri e magie



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Autore: 
Mirko Silletti

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India, terra di misteri, avvolta da atmosfere magiche e fumose, calderone di umanità e meraviglie. Un viaggio in India è qualcosa di più di un semplice viaggio geografico, è anche e soprattutto un viaggio dell'anima, verso lo sconosciuto e l'arcano. E' un mondo antico ed arcaico, un intrico di affascinanti bellezze ed emozioni senza tempo che fanno vibrare l'animo fin nelle più basse fondamenta e ci fanno conoscere lati nascosti e profondi del nostro essere di cui ignoravamo l'esistenza.
La mia meta sarà Varanasi, l'antica e sacra città attraversata dal Gange, la dimore del dio Shiva, dove ogni anno milioni di pellegrini si recano per bagnarsi nelle sante acque e per abbandonare il corpo. Chi muore a Varanasi è libero dal ciclo karmico della morte e rinascita, non dovrà più reincarnarsi e la sua anima sarà finalmente libera dai vincoli terreni.
Devoti da tutti gli angoli dell'India arrivano fin qui, molti dei quali malati ed affamati, cercando conforto in questa speranza e certezza. Ma la città non brulica solo di pellegrini e di morenti: mendicanti, santoni, venditori, studiosi di musica e di yoga, giovani universitari, archeologi e viaggiatori si mescolano a questo viavai incessante e senza tregua, animando le stradine tortuose e le scalinate che scendono al Gange fin dalle prime luci dell'alba.

Arrivai a Varanasi direttamente da Delhi con il treno notturno.
Viaggiare in India con il treno è un'esperienza unica, specialmente se si sceglie la classe più economica. Per letto avevo una tavola di legno con un sottile strato di gommapiuma, i ventilatori fissati al soffitto erano grigi e polverosi e nel corridoio c'era un flusso continuo di venditori di tea, riso, verdure, acqua, frutta e spuntini che urlavano ininterrottamente parole incomprensibili.
I finestrini sbarrati con pesanti barre di ferro non si chiudevano completamente e l'aria fredda della notte entrava nello scompartimento costringendo i passeggeri ad avvolgersi in pesanti coperte di lana. Il treno viaggiò lentamente facendo spesso lunghe soste in mezzo al niente e quando finalmente arrivai a Varanasi era pomeriggio inoltrato.
Stanco ma eccitato scesi dal treno e un caos incredibile mi accolse. Procacciatori di clienti, conducenti di risciò e venditori ambulanti mi circondarono, ognuno offrendomi insistentemente i propri servizi. I rumori del traffico, i clacson che suonavano incessantemente, il puzzo degli scarichi delle vetture e dell'immondizia ammucchiata ovunque scuoterono ogni mio senso, scarafaggi e grossi ratti si aggiravano senza paura intorno a me. Non era proprio questo ciò che mi aspettavo, avevo fatto più di quindici ore di treno per poi ritrovarmi qui, nel mezzo di questa bolgia infernale? Dov'era l'atmosfera magica e l'incanto che Varanasi esercita su ogni essere umano?
Stizzito mi feci portare da uno dei tanti sottoccupati conducenti di risciò verso il centro della città. Da qui poi proseguii a piedi in direzione del Gange. Per la strada oltre a macchine, motorini e biciclette c'erano anche mucche, maiali, capre e carri trainati da buoi.
Finalmente imbucai in un vicolo molto stretto ed abbandonai alle mie spalle il traffico e i rumori assordanti. Continuando per questa strada incontrai una ripida scalinata: sapevo che da lì a poco sarei arrivato al Gange. Così affrettai il passo e dopo poco arrivai alla sua sommità. Svoltato l'angolo trovai ciò che avevo sognato da tempo.
Sotto di me si estendeva placido il sacro fiume, da questo punto potevo vedere tutta la città, le grandi scalinate che scendono alle sue acque, edifici antichi e bizzarri, resi ancora più suggestivi dalla foschia azzurrina che come un manto avvolgeva questo luogo di sogno. In lontananza un fuoco acceso e i fumi alti, lungo il fiume un flusso costante di essere umani.
Rimasi a bocca aperta dallo stupore: avevo trovato ciò che cercavo. Mi misi a sedere contemplando felice la mia meta. Ero nel posto più sacro di tutta l'India, improvvisamente la stanchezza del viaggio, il caos delle strade affollate, e i puzzi nauseabondi furono soltanto un lontano ricordo, adesso dentro di me c'era posto unicamente per la meraviglia e lo stupore di questa magnifica vista. Con animo leggero ed eccitato scesi gli scalini e intravidi lì vicino un albergo, ne approfittai per prendere una camera, darmi una rinfrescata e lasciare lo zaino, e poi subito scesi per immergermi nel flusso di persone che popolavano la riva del fiume.

Il santone era seduto a gambe incrociate, guardava verso l'ignoto oltre il fiume e i lunghi capelli intrecciati erano raccolti in una crocchia. Era vestito solo di un perizoma ed al collo aveva il rosario induista e l'immagine di Shiva. Intorno a lui si radunarono altre persone che gli portarono in omaggio incensi e frutta. Si inchinarono fino a toccare terra in segno di reverenza per ricevere la benedizione. Poco più in là un gruppo di fedeli erano immersi fino alla vita nel fiume, raccoglievano l'acqua tra le mani a forma di coppa e innalzandola al cielo la facevano scorrere lungo le braccia mormorando preghiere in sanscrito, l'antica lingua dell'India. Ogni movimento era composto ed eseguito con lentezza, gli occhi erano chiusi.
Alcuni bambini facevano a gara a chi si tuffava più lontano o a chi rimaneva più tempo in apnea, mentre i parenti di un defunto si radunavano in preghiera di fronte alla pira funeraria che velocemente prendeva fuoco con il cadavere avvolto negli stracci. Le ceneri poi venivano disperse nel fiume mentre al figlio del defunto venivano rasati i capelli, così come vuole la tradizione. Venne poi preparata una nuova pira per la salma successiva. I fuochi non cessano mai di bruciare, il flusso di cadaveri è costante.
Poco più avanti mi fermai a bere un tea in un baracchino e un gruppo di bambini mi circondò nella speranza di vendermi le candeline con i fiori da offrire in omaggio al fiume.

Calarono le ombre della sera e tutti si riunirono sulle scalinate principali perché veniva effettuata, come ogni sera, la cerimonia in onore alla dea Gange. I bramini bruciarono gli incensi, suonarono le campane e recitarono le preghiere, mentre gli altoparlanti diffondevano i canti devozionali. L'atmosfera era surreale, tutto vibrava di sacralità e centinaia di persone erano affollate in fervore ascetico, si muovevano come in ipnosi al ritmo della musica sacra e mi lasciai beatamente trasportare da quelle vibrazioni partecipando anch'io alla magia dell'estasi collettiva.

Ormai era buio, la città vista dal Gange assumeva un aspetto ancora più misterioso, le deboli luci illuminavano i misteriosi palazzi e templi. C'erano più poche persone intorno a me e decisi di fare un ultimo giro a piedi. Sentii dei rumori provenire da un tempio lì vicino, mi fermai a curiosare ed un santone molto vecchio mi invitò ad entrare. Mi levai le scarpe e mi sedetti insieme a lui, stemmo per un po' in silenzio di fonte all'effige di alcuni misteriosi dei. Un silenzio senza tempo regnava nel piccolo tempio e l'aria era impregnata dell'odore acre dei lumini ad olio e degli incensi. Poi mi congedò regalandomi un rosario indù ed io per ricambiare gli offrii il mio.
"Babaji (Baba è il termine che si usa per indicare una persona anziana, di rispetto, un asceta. Ji significa "signore") questo rosario non è indù, ma buddista" gli dissi io dandogli la mia collana, timoroso che non volesse accettare il dono.
Lui mi guardò sorridendo. "Non importa. Dio è uno."
Con questa semplice frase mi accomiatò e tornato all'aria aperta mi avviai verso il mio albergo con la felicità nel cuore ed il rosario di Babaji al collo.
Finalmente ero a Varanasi e un santone mi aveva dato la benedizione ed il benvenuto. Non potevo iniziare meglio il mio soggiorno nel cuore pulsante della religiosità indiana, dove la vita e la morte ruotano senza sosta e convivono insieme.
L'incanto di questa fantastica città è impossibile da raccontare e un pezzo del mio cuore è ancora là, aggrovigliato tra i fili di magie e mistero che l'India da tempo immemore tesse e nel quale il viaggiatore rimane felicemente intrappolato.





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