Una rupia tra terra e cielo
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Swayambunath è un nome che sibila dolcemente fuori dalla bocca, quando lo pronunci, dolce e tranquillo come il luogo stesso, che sorge su un’altura, dove Katmandu sfuma verso le montagne. È il Monkey Temple, il tempio delle scimmie, uno dei più grandi e suggestivi luoghi di culto buddista del Nepal. La folta vegetazione attorno al tempio brulica di scimmie che si sono impadronite della collina, senza paura dell’uomo. Scimmie vecchie che si riposano sotto le campane delle preghiera, scimmiette che razzolano tra i rifiuti cercando qualcosa da mangiare, scimmie capo dall’espressione severa che guidano il branco tra gli alberi. Sono dappertutto. A Swayambunath ci si arriva dopo aver percorso una scalinata interminabile, colorata e scoscesa, lungo la quale si sviluppa già un microcosmo variegato con i pellegrini dal passo lento, mendicanti che elemosinano una manciata di riso, turisti col fiato corto per le troppe scale, monaci sorridenti che parlano veloce. Da lassù, al tramonto, nei giorni in cui città non è soffocata dallo smog, si gode la vista di una città frenetica e sgangherata, che ancora possiede un antico alone di gloria guadagnata negli anni settanta, quando era genuinamente un baluardo di irrequietezza hippy. Ma se ci si volta verso le montagne, allora si gode l’incanto dell’Himalaya, con i suoi contrafforti e le sue vette. Il tempio emana tranquillità, come tutti i luoghi di culto buddisti, e la grande stupa – la cupola che sorge al centro dei templi e che rappresenta la divinità, il Buddha – ha uno sguardo minaccioso ma che comunica protezione sicurezza. I fedeli gli girano attorno sfiorando le ruote della preghiera. Il fruscio è un tutt’uno col tramonto, come un insieme inscindibile. ?Ho affittato una camera in un alberghetto di Thamil, la zona turistica di Katmandu. Il quartiere è un orgia di localini sporchi, di trekker in attesa di partenza, di piccole automobili smarmittate e rumorose che si superano con manovre impossibili in stradine strette e fangose, di ragazzini che chiedono di poter fare da guida turistica per qualche soldo, di internet point....Mi bevo una birra Everest, di produzione locale, e penso che l’indomani andrò a Bakhtapur, mezz’ora di taxi da qui, per conoscere Francesco, un italiano che ha aperto un piccolo albergo in quello che scoprirò essere un luogo incantevole e magico. ?Francesco l’ho conosciuto attraverso internet. Ha la mia età, cinquant’anni. Ma quando lo incontro, penso che ne dimostra parecchi di più. Ha costruito un piccolo albergo di una dozzina di camere. Semplicemente fantastico. Non per il lusso, ovviamente, ma per come lo ha reso ispirato e ispiratore. Si mangia nel cortile interno, sopra un prato fitto. I pochi clienti sono tutti italiani e c’è grande familiarità e racconti condivisi alla poca luce. Molti sono in transito verso il Tibet. L’albergo è un crocevia di storie e di emozioni, di tormenti diventati viaggio e di serene solitudini. Francesco è un anfitrione di prim’ordine, un padrone di casa straordinario, amabile con tutti. La sua mano, mentre fuma, trema un po’. È quello che gli è rimasto di una vita vissuta con pochi freni. Ora è un tranquillo piccolo imprenditore che ha adottato una tribù di nepalesi – sono sette – e ognuno, al Planet Bakhtapur Hotel, ha un suo preciso compito. Ognuno dei sette ragazzi ha un debito di riconoscenza nei confronti di Francesco, che gli ha dato un lavoro e una famiglia, ma anche una guida forte e dolce come lo yogurt di yak che mi fa trovare tutte le mattine a tavola, sventolandolo davanti al mio sguardo grato. Gironzolo per le strette vie di Bakhtapur, cittadina medievale che era la capitale di un regno. È bello perdersi nel dedalo di stradine di quel posto meraviglioso, a metà tra cielo e terra. Decido di andare in un monastero buddhista, lasciando momentaneamente Francesco e la sua allegra brigata, namastè a loro e su un autobus, aggrappato a un sedile rattoppato per non essere sbalzato via, cerco di scoprire ancora qualcosa del Nepal e di me stesso. In Nepal i trasporti pubblici non sono un gran che. E nemmeno le strade. Molti passeggeri sono ammassati sul tetto e c’è una grande allegria che mi contagia. Un po’ di quella pace che cercavo comincia ad avere la meglio sui miei cupi ritmi occidentali. La mia mèta si chiama Namobuddha, un monastero dove avrei trovato dei monaci tibetani molto ospitali. Arrivo con l’autobus a Dulikhel, piccola città di contadini, e mi incammino verso le montagne inseguito, fino al limite della città, da torme di ragazzini scalzi e questuanti. La camminata verso il monastero dura quasi cinque ore. Il peso dello zaino, il caldo e la salita creano un po’ di difficoltà, ma il tragitto è una passeggiata dentro un sogno. Attraverso boschi fitti, supero povere case di contadini, incrocio inquietanti templi hindu e sempre, dico sempre, la maestosità delle valli himalayane inonda gli occhi di bellezza e l’anima di quieta leggerezza. Arrivo a Namobuddha dopo un tratto finale che diventa una inerpicata micidiale, e a 2500 m. di altitudine c’è meno ossigeno per far funzionare i muscoli a dovere. Sudato e stanco sono accolto da monaci allegri e ospitali. Mi fanno accomodare in una stanzetta piccola con un tavolaccio per letto e una finestrella sulla valle. C’è una candela per la luce e una sedia come arredamento.
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Il monastero sorge su un costone che si affaccia su una valle ampia e profonda, formato da molte costruzioni occupate da duecento monaci. Per l’estate sono ospitati molti bambini che trascorrono un periodo di studio e nei pomeriggi caldi giocano a calcio in un campo di terra battuta. Uno ha la maglia del Real Madrid. Corrono scalzi e rumorosi stando attenti a non calciare la palla fuori dal campo, perché andrebbe irrimediabilmente perduta nel fondo valle. Sono l’unico ospite del monastero ma comunque i monaci non fanno molto caso a me. La colazione è alle sei del mattino (pensavo anche peggio), il problema è che di solito il menù del risveglio è a base di fagioli piccanti. Sono vegetariani vegani e apprezzo la loro cucina semplice. Ridono molto quando strillo disgustato dopo aver bevuto il loro the pomeridiano arricchito con burro di yak: mai assaggiato niente di più fetente. Rimango ospite dei tibetani per qualche giorno e ogni mattina mi sveglio alle quattro per vedere il sole che spunta da dietro i monti. Un’alba preistorica, che si porta dietro tutta la storia del mondo e i suoni del tempo: le grida delle cornacchie rimbalzano tra le valli, il vociare dei contadini che si svegliano diventano una musica e il mio respiro diventa valle, cornacchie, voci, musica. ?Saluto i monaci e li ringrazio. Torno a Baktapur da Francesco con un autobus che, se possibile, era peggio di quello dell’andata. Trascorro i due giorni che mi separano dalla partenza al Planet Hotel. Parlo molto con Francesco: cosa facevamo negli anni settanta - quelli della ribellione e dei sogni - si discute sulle questioni politiche nepalesi, dei suoi progetti con l’albergo e con la sua tribù di ragazzi, il calcio, la sua Milano e la mia Rimini. Lascio l’albergo. Lascio il Nepal. Mi manca una rupia per arrivare alla somma che mi chiederanno all’aeroporto come tassa per la partenza perché ho speso tutto. Una rupia equivale a circa un centesimo di euro, un nulla. Me la porge Yam, il socio nepalese di Francesco. E la cosa risulta comica, perché un nepalese che dà soldi a un occidentale non si era mai visto. La rupia è ancora nel mio portafoglio, sono riuscito, distraendolo, a non consegnarla al funzionario dell’aeroporto. La restituirò personalmente a Yam. Un giorno.








